Guerre e paci: cosa cambia e cosa non cambia negli scenari mondiali
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La “Biennale della democrazia”, intitolata, quest’anno, “Guerre e paci” (Torino, 26-30 marzo 2025, https://biennaledemocrazia.it/biennale-democrazia-2025/), è dedicata al conflitto, alla violenza e alla guerra “alla luce della persistente minaccia di scontri interni alle società democratiche e dell’attuale scenario di crescente tensione globale”. Utilizzando l’iconografia di Thomas Hobbes, potremmo dire che la contemporaneità vive nel segno di Leviathan e di Behemot, del mostro dell’ordine statal-militare e del mostro del conflitto sociale.
Se Tolstoi, a proposito dell’attacco napoleonico alla Russia del 1812, parlava di guerra e pace, ora il plurale è d’obbligo perché il contesto è soggetto a una visuale globale che anche al tempo della pubblicazione del romanzo (Guerra e pace, 1865-1869, nella rivista “Russkij Vestnik”) era inusuale, se non altro per la difficoltà e la parzialità delle informazioni tipica dell’epoca.
Uno stato d’ansia generalizzata
Se guardiamo nei social, le ricerche più frequenti nel web, l’argomento più ricercato è la guerra. Evidentemente c’è uno stato d’ansia generalizzata coltivato da una diplomazia che degenera in rissa, dal brusco interrompersi della retorica della globalizzazione e dalla rinazionalizzazione delle dinamiche economiche – ritorna il protezionismo in modo che, stranamente, si considera inopinato, quasi che il periodo 1989-2022 sia stato il tempo delle “magnifiche sorti e progressive”, per usare la celebre espressione di Terenzio Mamiani, il tempo in cui si parlava di “tramonto dello Stato”, di “fine della storia”, e di fusione dell’umanità nel flusso degli scambi e degli investimenti, verso un’integrazione sempre più approfondita.
Non è finito un mondo, né è finito l’ordine internazionale “liberale”; è caduto soltanto un paravento che occultava una ridefinizione geoeconomica degli spazi prevista già da Marx, da Nietzsche, da Ferdinand Fried e da James Burnham. Se fosse un gioco, sarebbe un risiko; ripensiamo alle parole di Trump riguardo alla Groenlandia, al Canada, ripensiamo alla tendenza della Russia ad avvicinarsi alla Cina (e all’India) e alla politica di Trump che cerca di evitare questo avvicinamento sacrificando l’Ucraina orientale, all’attuale esplosione della Siria (il cui nuovo governo, messo, ora – 9 marzo 2025 – in discussione da una insurrezione armata, si è dichiarato sostanzialmente filo-russo), all’Africa che, per larga parte, è attraversata da interessi russi e cinesi.
Dinamiche di lunga durata
Non si tratta di processi nati negli ultimi anni, ma di dinamiche di lunga durata innescate dall’abbattimento del Muro di Berlino e dall’implosione dell’Unione sovietica il cui punto d’approdo sembra essere la strutturazione di blocchi geoeconomici continentali o sub-continentali. Fino a ora l’Unione europea è stata una componente decisiva dello spazio egemonico statunitense; ma, con le esigenze della nuova leadership (Trump e Musk) statunitense e la centralità dell’ambito produttivo legato all’Intelligenza artificiale e al bisogno di “terre rare”, centrali sono diventate altre zone, al punto che, senza dubbio esagerando, si parla anche di un disimpegno statunitense in Europa.
Si discute, in questi giorni, sull’opportunità che l’Unione europea si doti di un sistema di difesa militare: chi sostiene che l’Europa è potenza civile, non convenzionale, rilevante per il suo ruolo economico e per le missioni di pace e chi sostiene che, per poter essere una potenza di pace essa deve essere, comunque armata.
Due paradigmi a confronto
Due paradigmi si confrontano: quello che vede nella potenza un effetto della superiorità morale (di non lontana ascendenza kantiana, si pensi a Per la pace perpetua, 1795 su cui si veda Tiziana C. Carena, Noi credevamo di essere allo zenith della ragione, “eco l’educazione sostenibile”, 7 marzo 2022) e quello che vede nella pace l’esito di un equilibrio di potenza economico-militare (di ascendenza nietzscheana).
Lo scenario attuale sembra essere quest’ultimo e, con esso, la diade, illustrata da Carl Schmitt (Il concetto del Politico, 1927), “amico/nemico”, diade esplicitata, volta per volta, dal potere “superiorem non recognoscens”, l’unico potere che può proclamare ”Protego, ergo obligo”, l’unico potere che può “fare la pace”, proprio perché “può fare la guerra” (il nesso tra storia e guerra è sempre particolarmente saldo, cfr. F. Ingravalle, Storia e guerra, fino a ora un binomio indissolubile, in “eco l’educazione sostenibile, 2 maggio 2024).
Un simile potere non è, attualmente, quello dell’Unione Europea che non è uno stato sub-continentale dotato di un arsenale militare, ma una molto stretta integrazione dei mercati; finora un simile potere è stato quello della Nato, cioè degli Stati uniti d’America. Ma, sembra, che il controllo dell’Europa rivesta, per Washington una urgenza minore che nel passato.
Guerra dei dazi
Non a caso, gli Stati Uniti d’America stanno intraprendendo una politica di “guerra dei dazi” (Trump aveva già promosso i dazi sull’acciaio nel suo primo mandato) in funzione antieuropea e stanno attuando un’azione che favorisce, oggettivamente, la Russia, nel tentativo di evitare un allineamento di quest’ultima con la Repubblica popolare cinese. Trump riprende una serie di linee politiche sviluppate negli anni Novanta dai “neoconservatori” statunitensi: una nuova élite finanziaria e politica si prepara a diventare egemone attraverso una comunicazione populistica.
Ma non è una novità in senso assoluto: fra la politica democratica e la politica repubblicana non c’è mai stato un abisso (se non nelle retoriche utilizzate); si può agire per fare grande l’America in nome di un’espansione della democrazia (Lindon B. Johnson, il promotore dell’aggressione al Vietnam, era un democratico del Texas; Bush jr., iniziatore della guerra in Iraq del 2003, è un repubblicano) e si può agire per fare grande l’America dichiarando a gran voce di voler fare soltanto questo (è il caso di Trump che riassume, in certo qual modo, le “posture reali”, anche se non le retoriche, di tutti i suoi predecessori), una distinzione che abbraccia gli ultimi ottant’anni di politica estera statunitense: lo spazio egemonico statunitense, sotto il profilo geoeconomico non è mai regredito realmente, per quanto si stia preparando a cambiare, indubbiamente con un certo clamore mediatico, la propria disposizione sul globo terracqueo.
L’attore in cerca di applauso
Il che non toglie, naturalmente, che assistiamo a una caduta di stile della comunicazione pubblica, a un’esibizione quasi farsesca di forza che non è priva di peso nell’influire sui comportamenti del pubblico.
L’attore (e ogni politico è, ormai, un attore, di maggiore o minore bravura) cerca di strappare a ogni costo l’applauso al suo pubblico e il suo pubblico alza sempre più in alto l’asticella stimolando l’attore a essere sempre più eccessivo, ad accrescere sempre di più l’arbitrarietà del proprio comportamento, quale segno di forza, alla ricerca della gloria mediatica del momento. In questo colloquio demagogico capi-masse il sapere scientifico è tagliato fuori; non è entusiasmante, non “galvanizza”, non “scuote”.
Quanto è più godibile l’arbitrarietà del comportamento con il favore delle masse mediatiche che gli fa eco!
Ma dove potrebbe portarci il comportamento arbitrario?
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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