Illusione della verità o verità dell’illusione?
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Da Protagora di Abdera a Gianni Vattimo
Nel 1969 – anno critico per la Repubblica Italiana sotto vari aspetti – Umberto Eco scrive: “Il compito del giornalista non è quello di convincere il lettore che egli sta dicendo la verità, bensì di avvertirlo che egli sta dicendo la ‘sua’ verità. Ma che ce ne sono anche altre. Il giornalista che rispetta il lettore deve lasciargli il senso dell’alternativa. Può farlo in mille modi, promuovendo il dibattito intorno a una notizia, dando una rassegna delle interpretazioni e delle notizie altrui, accentuando soprattutto il giudizio personale, quando è personale, in modo che tutti se ne rendano conto“.1
La nostra opinione sulla realtà circostante dipende dai mezzi di informazione: giornali, emittenti televisive, internet, social. Mezzi di informazione che sono mezzi di persuasione, cioè mezzi di formazione dell’opinione pubblica che raramente si attengono al modello di rispetto dell’utente suggerito da Eco.
Una illusione prodotta da realtà non illusorie
La convinzione che si possa cogliere la verità oggettiva in ambito sociale e politico sfuma, così, in un‘illusione. Prodotta da forze economiche e sociali, nonché politiche, reali, non illusorie. Questo è il punto decisivo della questione della verità.
Ma va ricordato che in nessuna occasione siamo testimoni diretti di fatti storici.
Possiamo immaginare di trovarci di fronte al Palazzo d’Inverno, in Russia, mentre avviene l’attacco dei bolscevici; possiamo pure immaginare di trovarci anche a Ponte Nomentano dove l’esercito era schierato per bloccare l’accesso in città al tempo della “Marcia su Roma”; possiamo anche immaginare di trovarci, il 4 marzo 1933, ad ascoltare il celebre discorso del New Deal di Roosevelt.
Vedremmo soltanto una parte della Rivoluzione Russa, una parte dell’avvento del Fascismo, una parte del nuovo corso della politica statunitense. Il resto delle nostre informazioni ci arriverà attraverso la mediazione dei giornali, dei cinegiornali, degli storici.
I fatti di cui possiamo dare testimonianza sono limitatissimi; il resto dei fatti ci arriva in modo mediato.
Come realizzare, allora, l’assunto metodologico di Leopold von Ranke (1795-1886) il quale prescriveva che lo storico deve “narrare le cose come si sono realmente svolte”?
In La volontà di potenza (appunto 276) Nietzsche afferma: “Contro il positivismo che si ferma ai fenomeni, “esistono solo fatti”, vorrei dire: no, non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Non possiamo stabilire nessun fatto “in sé”: forse è insensato voler una cosa simile“.2
Forse…
Il cammino del pensiero occidentale ha trasformato questo forse in un senz’altro. Il fatto è sempre oggetto di attenzione interessata e viene riferito con tutte le deformazioni dovute all’interesse di chi lo riferisce: nella sua pura datità, nel suo puro essere presente esso non significa alcunché.
Se dovessimo immaginare un “fatto puro”, esso sarebbe irrilevante perché non avrebbe interesse per alcuno. Un tramonto, un’onda del mare, una tempesta, un fiore, nella loro datità evocano stati emotivi soltanto per un soggetto che provi emozioni. Un fatto politico, nella sua datità, vale soltanto a seconda degli interessi degli osservatori, dei loro obiettivi, dei loro scopi.
Lo sguardo disinteressato non è lo sguardo della vita sociale la cui dinamica travolgente è sospesa dal disinteresse, come ricordano sia Immanuel Kant (Critica del giudizio) sia Arthur Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione): la bellezza disinteressata sospende la turbolenza passionale del vivere. Perché si dovrebbe guardare qualcosa che non ci interessa?
Un rapporto di dominio
Ma se qualche cosa ci interessa, il rapporto che cerchiamo di instaurare con essa tende ad assumere l’aspetto di un rapporto di dominio. Così continua, infatti, l’appunto 276 di La volontà di potenza: “Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo: i nostri impulsi e i loro pro e contro. Ogni stimolo è una specie di avidità di potere, ognuno ha la sua prospettiva che vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri stimoli.“
La razionalità è lo strumento principe del dominio, della volontà di potenza e la “verità oggettiva” è l’esito di un’imposizione che non ha alcuna motivazione se non il dominio. Il dominio è alla base stessa della metafisica occidentale, come ha sostenuto Martin Heidegger aprendo, indirettamente, la via al “pensiero debole”.
Un pensiero debole “che è tale anzitutto e principalmente a causa dei suoi contenuti ontologici, del suo modo di concepire l’essere e la verità, è anche un pensiero che, di conseguenza, non ha più ragioni per rivendicare la sovranità che rivendicava il pensiero metafisico nei confronti della prassi”, ha scritto Gianni Vattimo.3
La storia tra scienza e retorica
L’orizzonte della prassi, orizzonte dell’etica e della politica, pertanto, è “liberato” dall’esigenza della verità unica. Ma non per questo esso è anche pacificato; non per questo esso mette capo a una comunità esclusivamente dialogica. Perché?
Perché gli interessi dei soggetti sociali maturano nel reciproco conflitto che, nelle situazioni migliori assume la forma della lite giudiziaria, nelle peggiori assume la sostanza della lotta di tutti contro tutti di hobbesiana memoria.
Luciano di Samosata, nel saggio Come si scrive la storia, afferma: “Lo storico ha un solo compito: di dire come effettivamente sono andate le cose. Ma questo non potrà farlo finché avrà timore di Artaserse, essendo suo medico personale, o finché coltiverà la speranza di ottenere, in cambio degli elogi profusi nella sua opera, un mantello di porpora o una collana d’oro o un cavallo di Nisea.“4
Per Luciano (120 circa-182 o 192 d. C.) gli ostacoli sono la dipendenza da un potente e l’amore per gli onori; ma ci sono anche ostacoli oggettivi: lo storico non è come il dio di Senofane di Colofone (570 a. C.-475 a. C.) che “con tutto sé stesso vede, con tutto sé stesso pensa, con tutto sé stesso ode” (fr. 24 D.-K.), la sua visione è inevitabilmente soggettiva e parziale ed egli cerca di compensarla con testimonianze (che possono essere fuorvianti) e con archivi (che possono contenere falsificazioni o ospitare imbarazzanti manchevolezze).
L’orizzonte della verità storica non è assoluto, ma relativo e costantemente rivedibile. Però è sulla storia che si pretende di costruire le identità statal-nazionali. Forse, soprattutto per questo, la storia è scienza in senso moderno, ma è anche retorica nazional-politica.
Tuttavia molti cercano ancora nel fatto la verità assoluta
La situazione è paradossale: la verità assoluta, unica, propria della metafisica “classica” (adaequatio intellectus et rei secondo il celebre detto di scuola aristotelica) non è “verità”, ma è strumento di dominio, perché è costruita espellendo dalla propria narrazione tutto quello che confligge con l’immagine della realtà che si mira a costruire; la dissoluzione della sua immagine assoluta nelle diverse prospettive dei soggetti sociali, peraltro, non fa nient’altro che moltiplicare la lotta per il dominio.
Questa lotta mette capo, come già intuiva un anonimo pensatore politico della fine del V secolo a.C. – inizi del IV secolo a. C. -, il cosiddetto Anonimo di Giamblico5, alla formazione di potentati oligarchici e, addirittura, alla tirannide per limitare lo sviluppo del caos. La dissoluzione della verità, tipica dell’orientamento “post-moderno” (Jean-François Lyotard, La condition postmoderne, Les Éditions de Minuit, Paris, 1979), in altri termini, non apre necessariamente orizzonti di pace. Apre, invece, con una frequenza statistica degna di nota, una dimensione in cui la comunicazione diventa strumento di sopraffazione.
Il celebre motto del sofista Protagora di Abdera (490-415 o 411 a. C.) “rendere forte il discorso più debole” non significa offrire uguali possibilità argomentative a ogni dialogante, ma mantenere la disuguaglianza, rovesciata: la vittoria sarà decisa da chi avrà i mezzi per farsi istruire nell’arte di persuadere, da chi possiederà i mezzi di persuasione. In altri termini, le differenze di classe potranno dispiegarsi senza ostacoli nell’universo della comunicazione.
Del resto, su che cosa si basa l’ingegneria di anime delineata, alla fine degli anni Trenta, da Sergeij Čakotin nel suo noto Le viol des foules par la propagande politique6 le cui analisi precorrono l’analisi dell’infocrazia descritta da Byung Chul Han7?
La consapevolezza della complessità del sapere storico (che comprende anche la cronaca e la lotta contro le fake–news) può essere fronteggiata soltanto con il buon vecchio metodo storico-critico, con l’analisi critica delle fonti e con la radicale separazione, nel nostro giudizio e nella nostra comunicazione, tra descrizione e valutazione.
Oggi, nel momento in cui si legge meno di venticinque anni fa, la distinzione tra vero e falso, sul piano della comunicazione sociale, è assorbita dalla hegeliana “notte in cui tutte vacche sono nere”.
- Cfr. U. Eco, Quale verità? Mentire, fingere, nascondere, La Nave di Teseo, Milano, 2023, p. 24. ↩︎
- Cfr. F. Nietzsche, La volontà di potenza, seconda edizione, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1944, p. 131. ↩︎
- Cfr. G. Vattimo, Dialettica, differenza, pensiero debole, in Gianni Vattimo- Pier Aldo Rovatti (a cura di), Il pensiero debole (1983), Feltinelli, Milano, 2010, pp. 26-27. ↩︎
- Cfr. Luciano di Samosata, Come si scrive la storia, in Luciano Canfora, Teorie e tecnica della storiografia classica. Luciano, Plutarco, Dionigi, Anonimo su Tucidide, Laterza, Bari, 1975, p. 69.
↩︎ - Cfr. Anonimo di Giamblico, La pace e il benessere. Idee sull’economia, la società, la morale, a cura di Manuela Mari, Rizzoli, Milano, 2003.
↩︎ - Tr. it. con il titolo di Tecnica della propaganda politica, Sugar, Milano, 1964; L’ornitorinco, Milano, 2012. ↩︎
- Cfr. Byung Chul Han, Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, Einaudi, Torino, 2024.
↩︎
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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