Italia 21 luglio 2022. Tempesta perfetta

È dal 1861 che la storia italiana è storia di esecutivi estremamente volatili e da oltre trent’anni si susseguono soluzioni ‘irregolari’ delle crisi politiche (Ciampi, Monti, Draghi). E i fattori divisivi che hanno portato alla crisi del governo Draghi rimarranno anche dopo le elezioni anticipate: crisi economica e finanziaria, crisi climatica, guerra, disagio sociale.

(Nel Tag cloud in apertura, le parole più usate da Draghi nel suo discorso di insediamento)

Il governo Draghi è caduto. Si apre, così, un incerto percorso verso elezioni anticipate.

Si potrebbe dire, con l’Ecclesiaste, “niente di nuovo sotto il sole”, per lo meno sotto il sole che illumina, dal 1861, lo Stato italiano: l’intera nostra storia istituzionale e politica è storia di esecutivi estremamente volatili, tutti esecutivi “di coalizione”, pertanto estremamente fragili. Fragilità che non si riduce nei momenti di emergenza, come si è visto: l’emergenza Covid, l’emergenza suscitata dalla guerra russo-ucraina non hanno spinto il nostro Parlamento a una maggiore compattezza.

Radicale diversità nelle opzioni

La radicale diversità nelle opzioni su un certo numero di problemi urgenti, il contrasto degli interessi dei diversi partiti non sono certamente novità. Del resto, i rappresentanti del popolo italiano non sono riusciti a trovare l’accordo nemmeno sull’elezione del presidente della Repubblica. E, quanto alle vicende della presidenza del Consiglio, la storia recente parla chiaro: da oltre trent’anni, ha notato Luciano Canfora, “l’Italia vede attuarsi periodicamente soluzioni ‘irregolari’ delle crisi politiche. Ciampi, Monti, Draghi” (La democrazia dei signori, Roma-Bari, Laterza, 2022, p. 5), rilevando che “da tempo i Presidenti della Repubblica si regolano come se fosse in vigore da noi la Costituzione della Quinta Repubblica francese […] convocano ‘qualcuno’ che metta le cose a posto.” Poi, però, questo ‘qualcuno’ deve avere la maggioranza alle Camere; maggioranza la cui esistenza è subordinata alla dialettica degli interessi espressi attraverso i partiti. Dialettica che, spesso, sconfessa il ‘qualcuno’ incaricato di “mettere le cose a posto”.

L’Italia fa parte di una struttura militare (la NATO), è stata ed è compartecipe di un processo di integrazione commerciale interno all’area NATO, l’integrazione europea, che ha messo capo all’Unione Europea rispetto alle quali è relativamente indifferente chi faccia che cosa, mentre è fondamentale che cosa costui fa. Relativamente: perché è chiaro che un uomo con il prestigio europeo e internazionale come Draghi garantisce, a livello europeo e internazionale, un livello di credibilità nello svolgimento, da parte dell’esecutivo italiano, dei compiti che caratterizzano queste due appartenenze.

Noi tutti sappiamo che, nonostante il potere legislativo risieda, costituzionalmente, nelle mani del Parlamento, la delega alla legislazione ai governi è una regolarità, tale da fare dell’esecutivo la “punta di diamante” del legislativo. Qui non è indifferente chi presieda il Consiglio dei ministri, soprattutto in materia di rapporti con l’Unione Europea e con la NATO.

Il PNRR non sarà la panacea

Il governo Draghi ha cercato di ottenere il sostegno più ampio possibile, del resto le richieste di restare sono pervenute da varie voci della società civile italiana; si è evidenziato, dunque una discrasia fra il Parlamento che ha negato la fiducia e le attestazioni di fiducia provenienti dalla società civile.

Le elezioni ci offriranno un quadro politico più compatto, rispetto al precedente: è difficile che i fattori divisivi che hanno portato alla crisi del governo Draghi scompaiano dopo una campagna elettorale in una situazione resa difficile dalla coda della crisi finanziaria del 2008-2012, dalla crisi economica generata dalla pandemia da Covid, dal blocco delle prospettive della Green Economy, dagli effetti boomerang delle sanzioni nei confronti della Russia, dal disagio sociale (per usare un eufemismo) prodotto dalle ripetute delocalizzazioni, dalla siccità che inciderà pesantemente sui costi dei generi di prima necessità (per limitarci agli aspetti macroscopici della crisi) che, indubbiamente, il PNRR permetterà, direttamente o indirettamente, di affrontare, ma non di risolvere. Tutte condizioni che richiederebbero un esecutivo solido e una maggioranza compatta in Parlamento.

Invece, abbiamo perduto un esecutivo prestigioso a livello europeo e mondiale, ci troviamo di fronte alla prospettiva di elezioni dall’esito più incerto del solito e con una situazione sociale particolarmente difficile.

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