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L’educazione al centro della transizione culturale: intervista a Paolo Fedrigo

| Chiara Pedrocchi

Tempo di lettura: 12 minuti

L’educazione al centro della transizione culturale: intervista a Paolo Fedrigo

Paolo Fedrigo è impegnato nel Laboratorio regionale di educazione ambientale (LaREA) dell’ARPA Friuli Venezia Giulia, Abbiamo fatto con lui una chiacchierata per sapere come, insieme ai suoi colleghi, imposti il lavoro di educazione ambientale nelle scuole, quali siano i numeri raggiunti e le tematiche trattate e quali gli ostacoli principali di un lavoro di questo tipo. “La transizione”, spiega, “è prima di tutto una transizione culturale”. 

Ciao Paolo, ti va di presentarti raccontandoci un po’ il tuo percorso?
Paolo Fedrigo

Mi sono laureato in Scienze ambientali a Trieste con il vecchio ordinamento, e ho sempre un po’ sofferto la parte scientifica nuda e cruda dell’università, quindi ho scelto da subito gli esami opzionali dedicati all’educazione ambientale e alla comunicazione della scienza. Mi ero appassionato a capire come si parla alle persone di temi ambientali: libri, cinema, eventi culturali eccetera. Era un’interesse personale che andava sopra un approccio tecnico degli ultimi anni con laboratori specifici. Avevo scoperto in una bacheca un volantino con un convegno di educazione ambientale a livello regionale a Udine, quindi ho partecipato e mi è piaciuto da subito il taglio, il fatto di riflettere su come cambiare stile di vita a partire dalla testa delle persone, dalle scelte che fanno, e lì ho conosciuto questa realtà del Laboratorio Regionale di Educazione Ambientale del Friuli Venezia Giulia e ho chiesto la possibilità di fare la tesi di laurea con quelli che poi sono diventati i miei colleghi quando sono stato assunto.

Ho fatto una tesi sull’educazione alla sostenibilità in ambito urbano con un periodo a Barcellona in un centro che già al tempo faceva attività di coinvolgimento del pubblico attraverso eventi culturali, manifestazioni sportive e cercava di prendere il grande pubblico in maniera informale.

Al tempo c’era il decennio sull’educazione ambientale dell’UNESCO, e ho fatto una tesi dedicata alle strategie nell’ambito dell’educazione informale, quindi tutto quello che è esterno alla scuola.

Poi ho iniziato a lavorare in ARPA e mi sono formato anche sulla parte di pedagogia ed educazione ambientale, e poi in particolare ho fatto un Master di comunicazione della scienza di due anni alla SISSA di Trieste che mi ha dato tanto anche perché l’educazione informale è un po’ a cavallo tra l’educazione e la comunicazione, quindi devi proprio capire gli strumenti comunicativi e tutta una serie di principi e di regole. Sono qui da 16 anni.

Educazione ambientale: è legge

Cosa fa ARPA FVG e che cosa fa LAREA, il laboratorio regionale di educazione ambientale?

ARPA ha 14 o 15 settori diversi. Da un po’ di anni tutte le ARPA nazionali per legge hanno la competenza sull’educazione ambientale, quindi è previsto che le ARPA di ogni regione abbiano un settore dedicato. La realtà dei settori dell’educazione ambientale a livello nazionale è estremamente eterogenea. C’è chi fa solo coordinamento d’ufficio, per esempio capendo come gestire dei budget a livello regionale, facendo progetti ad hoc e dandoli in esterno, c’è chi ha una rete di educazione ambientale (i CEA), come l’Emilia Romagna. Noi abbiamo una funzione un po’ ibrida: facciamo sia attività diretta di educazione ambientale andando direttamente nelle scuole, agli eventi, in situazioni extra scuola sul territorio, che un lavoro di coordinamento di rete, quindi cercando di intercettare tutti i soggetti che possono fare educazione ambientale a vari livelli.

Adattarsi alle situazioni e alle esigenze dei diversi contesti

Come attività ci muoviamo nel mondo dell’educazione formale, quindi nel mondo della scuola e università, con attività di formazione insegnanti, progettazione insieme agli insegnanti, che vuol dire che ci chiama la scuola (che arriva da noi spesso a passaparola) e progettiamo insieme l’iniziativa. Noi non abbiamo pacchetti formativi pronti. Abbiamo delle esperienze ma non crediamo che replicare la stessa cosa da una città all’altra, da un gruppo di ragazzi e ragazze a un altro sia corretto. Ogni volta ci muoviamo in base alle esigenze e agli obiettivi educativi. Un esempio di obiettivo educativo può essere unire il gruppo classe, o far fare ai ragazzi un progetto in autonomia. Quest’anno abbiamo fatto 400 ore in presenza, seguendo 50 progetti di scuole. La giornata tipo è andare nella scuola o nell’associazione e affiancare tutta una serie di soggetti che in Friuli Venezia Giulia sono impegnati in progetti educativi. Lavoriamo dalla primaria fino alle secondarie di secondo grado e all’università. E poi lavoriamo nel mondo extra scuola, quindi associazioni culturali, giovanili, sportive, che ci chiamano (l’ultima per esempio è un’associazione di Windsurf che crede i ragazzi debbano crescere con una mentalità di rispetto dell’ambiente: inizieremo con loro un percorso educativo per gli istruttori e gli allenatori).

Abbiamo anche delle mostre, nello specifico circa una trentina di exhibit, quindi piccoli esperimenti sulle energie rinnovabili, mobilità e rifiuti che si possono toccare con mano, e abbiamo poi una mostra, che stiamo rifacendo a pannelli, che il territorio (scuole, associazioni, enti pubblici) possono richiederci, che noi concediamo in maniera gratuita e che loro possono tenere anche per un mese, impegnandosi ad animarla creando partecipazione.

Ampio uso dell’audiovisivo

Poi sempre nel mondo scuola abbiamo da una quindicina d’anni un progetto di educazione ambientale sull’audiovisivo che si chiama Mediateca Ambiente che è nato con un sistema di mediateche come strutture fisiche sul territorio.

Il Friuli Venezia Giulia ha fatto proprio una legge per promozione della cultura audiovisiva sul territorio, quindi ha individuato delle strutture all’interno delle quali si possono consultare materiali video, riviste, materiali cartacei e si può partecipare a eventi, tutti dedicati al mondo audiovisivo. Ce ne sono 4 nei 4 ex capoluoghi di provincia, e con loro sono anni che facciamo attività di ricerca cinematografica, anche in collaborazione con Cinemambiente Torino o altri festival, noi con le nostre competenze dicendo se un film è in linea con il messaggio che ci interessa trasmettere. Faccio un esempio: ultimamente seguendo indicazioni che sono arrivate nell’ambito educativo anche a livello internazionale, cerchiamo di non proporre più film dal taglio catastrofico, ma film che invece propongano una visione e una prospettiva futura facendo ragionare sulla qualità della vita e sulla città che vorresti e non tanto sul catastrofismo. Dall’altra parte gli esperti di cinema del sistema mediateche ci dicono se un film è buono o meno, quindi selezioniamo insieme e organizziamo proiezioni cinematografiche per scuole e pubblico. Ogni mediateca ha dei festival già suoi dove noi entriamo e collaboriamo, per esempio il Festival della Fantascienza a Trieste o il Festival del Documentario d’Inchiesta nel Veronese.

Un nuovo format con la RAI

Noi facciamo attività di produzione video diretta da noi, se per esempio abbiamo bisogno di un video specifico ad esempio sul tema rifiuti, costruendo video non prettamente istituzionali che diventi poi strumento educativo. E poi facciamo attività di produzione con i ragazzi nelle scuole costruendo assieme prodotti video e lavorando con il mondo dei mass media.

Per esempio abbiamo costruito negli anni un programma radiofonico con Radio Capo d’Istria, una radio internazionale oltre il confine a pochi chilometri da noi che è inserita nella comunità radiotelevisiva italiana in cui rientrano tutte le emittenti che fanno programmi in lingua italiana in giro per il mondo. Il programma era di intrattenimento e informazione su varie tematiche ambientali, e ogni volta aprivamo il programma in collegamento con una radio in lingua italiana da un’altra parte del mondo. Quest’anno partirà la collaborazione di un nuovo format con la RAI, per raccontare quali sono le realtà e i soggetti che si impegnano in progetti interessanti in Friuli Venezia Giulia, per creare connessioni e unire i puntini tra tutte le belle realtà che ci sono e che si stanno dando da fare.

Costruire un patto educativo

Poi partirà il grosso lavoro della rete di educazione ambientale che sarà un lavoro enorme nell’ambito del quale ricontatteremo tutta una serie di soggetti con cui negli anni abbiamo anche perso i contatti e che a vari livelli possono impegnarsi.

Vorremmo costruire una sorta di patto educativo, che sarà concretamente un documento online dove noi declineremo una serie di principi o di punti chiave per un soggetto di educazione ambientale a cui vari soggetti potranno aderire o meno credendo in questa idea e dichiarando il loro impegno.

Per esempio la rete delle mediateche potrà contribuire attraverso lo strumento audiovisivo perché si sente forte in questo. Ci saranno i parchi naturali per l’approccio naturalistico, le ONG, e poi i partner istituzionali, come l’ufficio scolastico regionale e altri. Speriamo questo ci dia la possibilità di far investire la regione in educazione ambientale che avrà la possibilità attraverso il nostro coordinamento di intercettare tutti quei soggetti che hanno aderito al patto e di metterli in moto con finanziamenti e altro.

Ma nel descrivere il settore in cui facciamo tutto questo bisogna dire anche che siamo pochi, e questa è una lotta comune del settore delle agenzie ambientali in Italia. Considera che ora noi siamo in tre, quindi abbiamo tante cose ma non sono facili da gestire soprattutto dovendosi muovere per raggiungere i posti più lontani.

Un programma che ha bisogno di competenze diverse e di risorse

Un settore come il nostro dovrebbe essere assolutamente multidisciplinare. Noi abbiamo una collega laureata in Scienze della Formazione che si occupa del coordinamento del settore scuole. Un altro collega è laureato in Agraria ed è esperto sia in energia che in permacultura e si concentra in particolare sui contenuti. E poi io sono sulla parte più anche di comunicazione della scienza e di educazione informale.

Da noi sicuramente servirebbero altre risorse: in futuro vorremmo riprendere l’esperienza fatta col teatro, ma per farlo bisogna studiare. Per esempio io ho fatto l’esperienza nell’audiovisivo nella radio perché avevo studiato e avevo delle competenze. Altrimenti bisogna affidare il progetto in esterno, costruendo e progettando assieme. Abbiamo prodotto due spettacoli teatrali con una compagnia di Vicenza. Prima ci siamo trovati e abbiamo progettato insieme i contenuti, poi loro si sono organizzati e ci hanno fatto una serie di proposte.

Quando dici che per voi è importante fare rete, significa che è un lavoro che fate solo in regione o su tutto il territorio nazionale?

Noi ci concentriamo sul Friuli Venezia Giulia, ma adesso è ripartito a livello nazionale tra le agenzie un lavoro di rete. A livello nazionale a noi manca tantissimo, e sia con la rete WEEC che con la rete istituzionale delle agenzie abbiamo bisogno di uscire: stiamo cercando di avere più contatti a livello nazionale. E poi anche nella zona dove siamo, perché in futuro vorrei partecipare a progetti anche con Austria e Slovenia, anche perché ci sono diverse minoranze linguistiche che parlano italiano, e quindi il fatto di fare progetti insieme non è escluso. Però il focus è Friuli Venezia Giulia.

L’importanza del lavoro in esterno

Che posizione avete rispetto alle attività all’aperto? Se ne fate che tipo di attività sono?

Soprattutto nel post Covid ho visto una grande voglia di riprendere e di usare tutta una serie di strumenti che pongono dei punti interrogativi: abbiamo visto un’assuefarsi e un’abitudine alla lavagna interattiva a scuola, ma noi se possiamo facciamo attività in esterna.

Soprattutto nel bel periodo, ma non solo, abbiamo proposto percorsi sul tema dell’acqua. Noi curiamo l’approccio, che non può essere lo stesso su ogni tema.  Magari per esempio sull’acqua abbiamo fatto due o tre incontri a scuola e poi un’uscita sul territorio dove abbiamo portato i ragazzi all’esterno. Se possiamo lavoriamo in esterno, che è uno dei punti chiave che abbiamo messo tra le caratteristiche educative: il contatto con la natura esterna per i più piccoli ma anche per i più grandi. Per esempio stiamo pensando di organizzare delle formazioni insegnanti all’esterno per far vivere prima agli insegnanti quello che vivranno i ragazzi.

Abbiamo visto, anche per testimonianza stessa degli insegnanti, che i ragazzi sono diversi all’esterno, sono diverse le relazioni tra loro e tra gli insegnanti stessi. Per esempio, una formula che proponiamo spesso è: ci chiedono un’attività per conoscere attività di ARPA. Coinvolgiamo i colleghi dei settori e proponiamo un’attività a tappe, scegliendo zone diverse visto che abbiamo la fortuna di avere il mare e le montagne. Oppure organizziamo in spiaggia un’attività a tema mare coinvolgendo vari settori di ARPA e lanciamo un gioco, un’attività a squadre dove i ragazzi girano e per ogni tappa hanno 15/20 minuti per approfondire un aspetto a tema mare.

Ma l’abbiamo fatto anche in montagna e in collina e abbiamo sempre avuto ottimi feedback. Solo pochi giorni fa abbiamo avuto un contatto con un’attività che si occupa di cammini, e si può pensare per qualche scuola a un’attività di più giorni.

La scuola sull’attività outdoor non è ancora preparata: vede l’esterno come l’eccezione, quindi bisogna lavorarci ancora. Mi è capitato con ragazzi prossimi alla maturità di fare attività al mare, e mi hanno detto che era la prima attività all’esterno che facevano.

C’entra la paura dei pericoli e dei rischi nel limitare le attività all’esterno?

Sì ma, senza voler fare una provocazione, diventa più forte il senso del rischio se non hai mai fatto un’esperienza di questo tipo. Il contatto con la natura è il primo punto per accompagnare i ragazzi in una visione più ampia di educazione alla sostenibilità.

La filiera degli oggetti

Noi quest’anno abbiamo lavorato moltissimo per esempio alla riscoperta della filiera degli oggetti, che fanno emergere moltissimi aspetti sociali. Quando si parla dell’educazione ambientale molte volte si pensa a cose come la zona verde, a un approccio più naturalistico che non è negativo. Ai ragazzi chiediamo sempre come prima cosa di portare e condividere qualsiasi cosa che rappresenti il loro rapporto con la natura. Loro sono spiazzati, ma poi portano cose bellissime: ricordi, fotografie, canzoni, film. Così scoprono questo legame, e più piccoli sono e meglio è perché più sono grandi più hanno difficoltà a riscoprire tutto questo. E poi chiediamo loro, e anche agli insegnanti, quanto tempo passano a contatto con la natura a settimana, fosse anche nell’orto o al parco pubblico. Lì ci si rende conto della fortuna o sfortuna delle posizioni delle scuole: in zona urbana il contatto con la natura è ridotto all’osso.

Quante sono all’incirca le classi e le scuole con cui avete lavorato?

Siamo in contatto con circa 50 scuole con cui quest’anno abbiamo fatto circa 400 ore in presenza su 18 tematiche diverse. Tra le tematiche scelte ce ne sono quattro principali, che sono acqua, servizi ecosistemici (di cui si parla pochissimo), impronta del singolo, ovvero cosa possiamo fare, e filiera degli smartphone. Abbiamo lavorato quest’anno con circa sessanta insegnanti con due esperienze di corso di formazione diretta: condividiamo con loro linea educativa, principi e caratteristiche dei progetti educativi. Per ognuna delle 50 scuole coinvolgiamo più classi, quindi si parla di diverse migliaia di ragazzi.

Quest’anno abbiamo lavorato perlopiù con secondarie di primo e secondo grado. Per quanto riguarda i contatti, di solito la scuola ci contatta via mail o per telefono e siamo noi a proporre un percorso di condivisione. Noi non ripetiamo mai la stessa cosa, ma proponiamo percorsi o ci inseriamo in progetti. I ragazzi delle scuole raggiunti sono in totale circa 3500.

Avete trattato anche l’educazione civica digitale? Ho visto online il progetto “Usare ma non farsi usare” per quanto riguarda l’utilizzo dei telefoni, ma vorrei chiedervi se avete fatto qualcosa anche legato ai pericoli del web.

Noi prendiamo in considerazione tutta la filiera dello smartphone, dall’estrazione delle risorse fino alla fabbricazione, poi della distribuzione, del ruolo della pubblicità e la fase di utilizzo, smaltimento e recupero rifiuti.

Educazione digitale e uso degli smartphone

Nella fase di utilizzo parliamo sì dell’inquinamento elettromagnetico, ma ultimamente abbiamo avuto un incontro con un’associazione che si chiama Media Education Community (MEC) che si occupa del patentino dello smartphone e di educazione digitale. Ora stiamo per definire una collaborazione ufficiale quindi integreremo le due cose, per educare i ragazzi anche all’utilizzo etico della strumentazione.

Come parlate di alimentazione ai ragazzi?

È forse una di quelle tematiche dove ognuno di noi ha più controllo diretto scegliendo ogni giorno cosa comprare e cosa mangiare. Lo stesso vale con gli abiti, ma sei limitato in base alle informazioni che hai e ai vestiti che trovi.

Facciamo molto il collegamento con l’impronta ecologica, ambientale e idrica. Quest’anno abbiamo lavorato moltissimo sul rapporto tra piramide alimentare e piramide idrica. Con le primarie abbiamo fatto un gioco specifico legato all’impronta idrica dove abbiamo fatto un gioco a squadre e abbiamo consegnato a ogni squadra degli ingredienti diversi, o alimenti come pasta, carne ecc. Abbiamo chiesto di individuare tutti gli step dell’impronta idrica dietro a ciascun prodotto: per esempio chi aveva la pizza doveva fare i primi step per mozzarella, pomodori, ecc. Alla fine chi aveva gli step di origine animale aveva la filiera più lunga. Ci sono varie realtà qui essendo zona agricola di produzione diretta che stanno nascendo sulla produzione di cibo, non sempre biologico in termini di certificazione ma che cercano di rispondere a dei criteri anche definiti dagli stessi acquirenti, cioè con Gruppi di Acquisto e altro. Le persone partecipano alla filiera e definiscono quali siano i criteri chiave perché un cibo sia di qualità. Da anni abbiamo una collaborazione con istituti di agraria, quindi questo lavoro si fa eccome. L’ultima volta siamo andati con una quarta di una scuola di agraria a scoprire la filiera che sta dietro a delle farine di grani antichi che vengono prodotte qui.

Un ostacolo: la formazione degli insegnanti

Qual è il principale ostacolo rispetto al lavoro con le scuole?

Le scuole non possono fare tutto: bisogna integrare le diverse agenzie educative, famiglia, associazioni ecc. Il punto è che non è mai stata fatta una vera riforma della scuola: fino alle primarie gli insegnanti sono laureati e hanno studiato educazione e pedagogia. Ma dalle secondarie in poi gli insegnanti sono laureati nella loro materia, ma non sanno cosa significa percorso educativo. È un problema strutturale vero, mancano le attività pratiche formative che durano anni su queste tematiche. Servirebbero corsi e attività dove si vede come gli insegnanti stanno coi ragazzi, mettendo uno sbarramento tra chi sa stare coi ragazzi e gestire i gruppi e chi no. La difficoltà è che spesso gli insegnanti non individuano la differenza tra obiettivi educativi e attività. Le attività servono per raggiungere obiettivi.

Paolo Fedrigo spiega i sette punti chiave dell’educazione nel numero di settembre 2022 di “.eco”.

Secondo me non è semplice condividere il perché delle cose che facciamo: a volte pare che di educazione tutti sappiano tutto. Invece la cosa più difficile è dire che ci sono competenze e principi.

Sul nostro sito ci sono 7 punti chiave che poi sono quelli che vengono fuori dalla nostra esperienza di questi anni, che ci serve un po’ da bussola per capire dove andiamo, ma anche da linee internazionali come quelle dell’UNESCO. Serve a far capire a chi vuole interfacciarsi con noi che ci sono competenze e principi, e che i progetti di educazione ambientale sono diversi da quelli ad esempio di divulgazione scientifica, che ti spiegano i fenomeni senza avere l’obiettivo dichiarato di cambiare degli atteggiamenti.

Il progetto educativo ha uno step in più: prevede ci sia un momento rielaborazione, in cui ci si ferma e si domanda ai partecipanti cosa si portano a casa e cosa è stato importante per loro. Senza imporre ma accompagnando. Proviamo ad accendere i punti e poi le persone sono libere. Ma il progetto educativo deve stimolare il ragionamento, quindi ha delle componenti della divulgazione scientifica, ma c’è uno step in più.

L’educazione ambientale fornisce ai ragazzi e alle persone delle lenti nuove per la vita, per far capire che la transizione, prima che energetica, è una transizione culturale. È in questo che bisogna investire: in un piano culturale e di educazione.

Scrive per noi

Chiara Pedrocchi
Laureata in triennale in Lettere Moderne all’Università di Siena e in magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo e VeganOK, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.