Parlare di cambiamento climatico con i ragazzi di Kinshasa

Nel continente più colpito dal surriscaldamento globale si conosce poco il cambiamento climatico. Qual è la responsabilità dell’Africa rispetto alla crisi climatica, e quale la prospettiva dei giovani di Kinshasa (RDC) sul tema? Ne abbiamo parlato con loro per capire su quali notizie globali si tenda a focalizzare l’attenzione nella capitale congolese, ma anche, a livello locale, quali siano i problemi e quali possano essere le soluzioni per risolverli. Un reportage dal Congo nei giorni in cui nel mondo si celebrava l’Earth Day.

Il 22 aprile è stata la Giornata Mondiale della Terra. Mondiale fino a un certo punto, dal momento che quantomeno a Limete, un comune a est di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, non lo sapeva nessuno. Di cambiamento climatico, qui, si parla poco: qualcuno ha letto qualcosa per interesse personale, a scuola è stato spiegato ma solo come argomento all’interno del programma di scienze, e non c’è nulla che lasci pensare a una vera e propria consapevolezza ambientale.

Eppure gli effetti dell’innalzamento della temperatura qui sono più evidenti che altrove, tra piogge in aumento, inondazioni e, in altre zone del paese, deforestazione e perdita della biodiversità. Sembra un grosso paradosso: non c’era altro modo per saperne di più se non rivolgersi a chi, nei prossimi anni, si troverà a fronteggiare la situazione in prima persona, cioè i giovani studenti.

La nostra casa è in fiamme

L’incontro, organizzato a due giorni di distanza dalla Giornata Mondiale della Terra, ha preso le mosse da un brevissimo video realizzato dal movimento Fridays For Future, dove si rende evidente l’urgenza di prendersi cura del pianeta e allo stesso tempo la noncuranza che è rappresentata da una famiglia che svolge le proprie attività facendo finta di niente, e che rappresenta tanto i comuni cittadini quanto grandi aziende, governi, straricchi e tutte le altre figure che, se solo lo volessero, potrebbero davvero fare la differenza.

I ragazzi si sono mostrati da subito attenti alla tematica e desiderosi di individuare cosa simboleggiasse chi: la casa in fiamme sono solo le foreste che bruciano o è il mondo intero? La noncuranza è ignoranza, pigrizia rispetto ai cambiamenti delle proprie abitudini o consapevolezza soffocata dalla credenza che almeno chi ha i soldi si salverà?

Cambiamento climatico e Africa

Si stima che l’Africa sia responsabile soltanto del 3,8% delle emissioni globali di gas inquinanti. Eppure, i paesi africani pagano caro il prezzo della crisi climatica, con inondazioni sempre più frequenti quando arriva la stagione delle piogge e stagioni secche sempre più secche, con tassi di povertà in aumento, malattie epidemiche costantemente in agguato e costante perdita di biodiversità.

Si stima che nei prossimi anni il continente africano dovrebbe investire tra 30 e 50 miliardi di dollari per fronteggiare la situazione, ma considerando anche tutti i problemi sociali da cui è afflitto 30 miliardi di dollari sono tanti, e secondo i ragazzi manca la volontà dei governi per investire denaro in questa direzione e per richiedere anche agli altri paesi una collaborazione alla pari, non basata sul pietismo o sul paternalismo, per risollevarsi.

Quali soluzioni?

A un certo punto dell’incontro un ragazzo cerca di farsi dire il finale, chiedendo se verranno date delle soluzioni. Il punto però non sono le soluzioni, ma la ricerca delle soluzioni: sarebbe troppo facile se, ai ragazzi che guardano attenti la lavagna e i dati proiettati, ma anche al resto del mondo, venissero fornite delle soluzioni percorribili. O meglio, le soluzioni ci sono già, ma ciò che va ricercato attentamente è il modo per farle mettere in pratica da tutti, e soprattutto la forza di volontà che miri a cambiare lo status quo.

Il lavoro con i ragazzi si sposta su un piano un po’ diverso, che comprende ma supera la questione della crisi climatica: ciò su cui bisogna lavorare sono due concetti tanto cari alle scienze sociali come l’antropologia, ovvero quello della complessità e quello della decostruzione.

Darsi la colpa a vicenda dividendosi in bianchi e neri in questo momento infatti serve a poco, perché si perde di vista l’urgenza sia di scavare a fondo per ricercare quelli che dietro la facciata del greenwashing sono i veri responsabili della situazione, sia perché servono energie per cercare soluzioni che, se non arrivano dall’alto, devono almeno provare a nascere dal basso.

L’accesso all’istruzione: un privilegio

Lo stesso ragazzo che chiedeva soluzioni alza la mano per mettere al centro una parola chiave in questo contesto: l’educazione. In un paese dove in alcune zone è ancora sistematico lo sfruttamento minorile soprattutto per il lavoro nelle miniere, poter avere accesso all’istruzione è già un grosso privilegio, ma bisogna riconoscere le gravi carenze nel contesto della scuola pubblica e, spesso, anche nel contesto delle scuole private.

Ai ragazzi sta allora comprendere attivamente l’importanza di applicarsi per assorbire tutto quello che possono dalle lezioni e dagli incontri a cui assistono, e organizzarsi in prima persona per creare occasioni di scambio e momenti di confronto e pretendere che si ritaglino degli spazi per parlare di tematiche prioritarie come, appunto, il cambiamento climatico.

Un altro punto toccato è stata la questione dei rifiuti: se è vero che la maggior parte degli imballaggi sistematicamente gettati a terra in strada provocando il blocco dei canali di scolo e di conseguenza inondazioni anche gravi appartengono a prodotti importati, è vero anche che sta alle persone del luogo rendersi conto del problema e di tutte le conseguenze che questo comporta, e organizzarsi per contrastarlo.

Il terzo punto individuato come strumento di lavoro è l’utilizzo di internet per cercare notizie e fare rete con coetanei da altri paesi coordinandosi sulle possibili iniziative di sensibilizzazione e di contrasto al cambiamento climatico, ma anche per raccontare la vita qui in prima persona contribuendo a decostruire idee stereotipate e semplicistiche sul continente africano e sulla condizione della capitale della RDC in particolare.

L’incontro è durato più del previsto, e tante sono le questioni rimaste in sospeso ancora da trattare: ci rivediamo a maggio per continuare la discussione e non smettendo di smontare insieme, pezzo dopo pezzo, ogni struttura semplicistica e dannosa, cercando, insieme, di costruire qualcosa di nuovo.

Scrive per noi

Chiara Pedrocchi
Laureata in triennale in Lettere Moderne all’Università di Siena e in magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo e VeganOK, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.

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