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L’educazione che… costruisce il villaggio

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 5 minuti

L’educazione che… costruisce il villaggio
Il sogno di una rete di comunità locali unite dall’idea di una comunità planetaria di destino, sostenibili e resilienti di fronte alla “policrisi”, diventa realtà grazie ai processi educativi, in primo luogo a partire dagli adulti. Comunità per i futuri da inventare e cercare di realizzare insieme è un programma di lavoro che la Rete WEEC Italia, insieme al suo sistema di strumenti in presenza e a distanza di comunicazione e formazione (con “.eco” in testa), si è dato. L’educazione nelle sue punte più avanzate ha svolto in passato una funzione emancipatrice e democratica. Questa funzione trova ora nel senso di appartenenza a un interconnesso “Sistema Terra” e nei suoi limiti la chiave per unire umanità e natura, scienze sociali e scienze naturali, teorie e pratiche della conversione ecologica.

(Nell’immagine di apertura, particolare del murales di Davide Toffolo e Marqus in via Settecamini 102 a Roma, raffigurando l’obiettivo 11 dell’Agenda 20230 dell’Onu: “Città e comunità sostenibili”)

Pubblichiamo in anteprima l’editoriale del numero di dicembre 2024 di “.eco”. L’agire per la sostenibilità si collega alla costruzione di comunità, tema scelto dalla Rete WEEC Italia per l’anno di attività 2024-2025 e per la “Staffetta” virtuale attraverso esperienze dal basso nel nostro paese.

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È possibile “agire per la sostenibilità” se si è soli? Certo, si possono compiere scelte individuali (nel consumo, nelle forme di mobilità e in tanti altri modi) e la somma di innumerevoli gesti individuali, se ripetuti, producono – grazie a un “effetto tempo-effetto persona” – risultati tangibili, ma insieme agli altri, in comunità, è meglio.

Si può avere un pensiero critico, se il pensiero critico è penalizzato, scoraggiato, soffocato dal “pensiero unico” o addirittura discriminato o punito in tanti modi, misure amministrative o giudiziarie comprese?

Si può avere un pensiero sistemico, se la complessità è capita da pochi e prevalgono le semplificazioni, l’identità come contrapposizione verso ciò che è “altro” e diverso, la barriera tra “noi” e “loro” e tra il (presunto) “bene” e quello che narrazioni dominanti definiscono il “male?

Si può pensare al futuro, immaginarlo, desiderarlo e cercare di costruirlo se politiche e messaggi indirizzano verso competizione, egoismi, paure e se meccanismi apparentemente non scalfibili sembrano dire che è inutile, partecipare, votare, volere impedire infelicità, catastrofi e lutti?

La risposta a tutte le domande ovviamente è “no”, la soluzione è camminare insieme, è “fare comunità” nella consapevolezza di appartenere a un’unica comunità planetaria di destino che ha in mille e mille comunità locali tra loro interconnesse la sua trama.

Dissonanze cognitive

In altre parole, quale dissonanza cognitiva si apre tra, poniamo, un “GreenComp” e la corsa agli armamenti, la permanenza dei combustibili fossili, l’invito al profitto senza limiti e regole, l’abisso che separa chi “ha” e chi “non ha”, le ingiustizie e le disuguaglianze, le democrazie traballanti, l’affidarsi all’uomo (o alla donna) “forti”, le volgarità di troppo discorso pubblico, la delega o la rassegnazione o l’indifferenza?

Gli articoli di questo numero (che conclude un percorso attraverso le “competenze di sostenibilità”) vedono saldarsi riflessioni, esperienze e proposte concrete di conversione educativa a modelli partecipativi e trasformativi con l’apertura di un percorso che mette al centro la necessità di costruire o rafforzare le cellule di base di una nuova civiltà ecologica, sostenibile e resiliente (ma di una resilienza che non è ritorno allo stato preesistente a uno choc, ma ricerca di una nuova relazione tra esseri umani e tra loro e tutto il pianeta).

Ricomporre capitale sociale

La scelta del tema nasce dall’ambizione di posizionare la rete WEEC Italia, l’educazione ambientale e di conseguenza gli educatori ambientali del formale e del non formale nel cuore di processi di ricomposizione di capitale sociale.

La perdita di capitale sociale è un epifenomeno della modernità, indagato da testi famosi come La folla solitaria di Riesman (1950) o Bowling Alone di Putnam (1995). Un epifenomeno della società di massa occidentale che si è aggravato con la globalizzazione e l’acronimo “TINA” (There Is No Alternative) lanciato da Margaret Thatcher e ripetuto dai politici e dai propagandisti del neoliberismo. La politica massmediatica e leaderistica e il gonfiarsi dell’infosfera hanno dato il loro grande contributo a processi di de-democratizzazione, allontanamento dal voto, indebolimento dei corpi intermedi della società, affidamento all’uomo (o alla donna) “forte”. Pessimisticamente nel 2014 Marco Revelli intitolava un suo libro La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero!. E i rapporti di Oxfam o della Caritas stanno lì a documentare le enormi disuguaglianze, mentre altri rapporti ci ricordano che le disuguaglianze, strettamente intrecciate con le prime – sono anche ambientali, climatiche, energetiche.

Le risposte si trovano insieme…

Allo stesso tempo, la creatività umana e l’istinto alla socialità (di cui in molti casi le istituzioni hanno dovuto prendere atto, inserendole in quadri normativi e perfino di sostegno finanziario) hanno dato vita a risposte e forme di microresistenza che hanno il loro denominatore comune nella cooperazione e in esperienze comunitarie, specie in aree penalizzate dalla polarizzazione tra centri e periferie geografiche o sociali.

È una ricerca di sostenibilità e resilienza di fronte (come si è detto) a disuguaglianze crescenti, a tendenze individualistiche, al senso di abbandono e isolamento, che creano svantaggio sociale, disagio psichico, abbandono di aree interne (di terra e di mare) o violenza e degrado nei quartieri periferici e suburbani delle aree metropolitane.

Detto in altre parole, un’educazione (che è sempre e non può che essere ambientale) degli adulti (cui l’istruzione formale coopera per quanto di sua competenza) sviluppa sensibilità, comprensione e condivisione di scenari e costruzione di futuri nelle fasi progettuali e realizzative di progetti comunitari e, poi nelle fasi attuative, continua a offrire componenti educative allargandosi ovviamente anche a tutte le fasce di età, con offerte classiche come l’outdoor education e modalità innovative che sarebbe lungo elencare qui, ma che cerchiamo di raccogliere e valorizzare sia sulle pagine della rivista sia sulla edizione online e i social.

Per costruire il futuro bisogna educare il villaggio

Un proverbio africano dice saggiamente che “per educare un bambino ci vuole un villaggio”: il processo educativo è responsabilità sociale. Parafrasandolo, potremmo anche dire che per fare un villaggio (cioè, una comunità coesa e concorde, proiettata verso un futuro comune equo e solidale) ci vuole l’educazione. L’educazione “costruisce” il villaggio (in senso metaforico e certe volte anche in senso letterale).

Patti educativi di comunità, CER, green communities, patti di collaborazione, crowdfunding “civici”, comitati, cooperative, imprese sociali e benefit, banche del tempo,… L’elenco potrebbe continuare. Scuole e università sono spesso presenti su entrambi i lati.

In Italia dopo la liberazione dal nazifascismo sono fiorite iniziative con una componente importante o centrale dell’educazione e con ispirazione sociale e emancipativa, dalla Scuola 725 di don Roberto Sardelli, Danilo Dolci, don Milani, don Zeno (che pratica il detto “per educare un bambino ci vuole un villaggio”) a un Alberto Manzi (immeritatamente ricordato solo per “Non è mai troppo tardi”).

Nel mondo vediamo la “pedagogia degli oppressi” e tante forme di contributo dell’educazione alla decolonizzazione, alla costruzione di senso di comunità, alla promozione di eco-cittadinanza.

Ma è dagli sviluppi dell’educazione ambientale negli anni ’70 del Novecento e dal summit di Rio de Janeiro del 1992 (con modelli come le Agende 21 locali) che funzioni di costruzione di visione condivisa e di gestione partecipativa dei processi deliberativi trovano legittimazione istituzionale e stretto aggancio con le sfide ecologiche.

Finita, almeno in Italia, la stagione della “narrazione della partecipazione”, si assiste comunque al fiorire di iniziative sulle aree interne, di progetti volti alla rigenerazione “sostenibile” dei territori, di transizione ecologica ed energetica “dal basso”, di comitati per la difesa di beni comuni, ecc. Tutti casi in cui informazione, formazione e educazione ambientale svolgono o possono svolgere un ruolo centrale.

E nel senso – che l’educazione ambientale apporta – di appartenenza a un interconnesso “Sistema Terra” e nei suoi limiti c’è la chiave per unire umanità e natura, scienze sociali e scienze naturali, teorie e pratiche della conversione ecologica.

Al tema del “fare comunità” dedicheranno spazio “.eco”, dal numero di dicembre, il sito web rivistaeco.it e i canali social.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.