Con la morte di Cristina Calderón muore la lingua yamana

Il 16 febbraio 2022 è morta l’indigena cilena Cristina Calderón, l’ultima custode della lingua yamana. Aveva 93 anni ed è venuta a mancare a causa di alcune complicazioni dovute al Covid-19.

Ne ha dato l’annuncio sui social la figlia Lidia González Calderón, una dei 17 membri indigeni della Convenzione costituzionale cilena. La notizia è stata poi ripresa da Elisa Loncon, indigena di etnia Mapuche, quando il giorno stesso si è riunita l’assemblea impegnata a riscrivere la Costituzione Cilena. In tanti hanno condiviso messaggi di cordoglio densi di un sentito dispiacere per la scomparsa di una donna che ha sempre portato avanti la lotta contro la discriminazione degli indigeni con le parole e con i fatti, e che era custode di un tesoro immenso. Anche il presidente del Cile Gabriel Boric ha voluto ricordare pubblicamente con un Tweet la donna. 

Cristina Calderón, la abuela di tutti

Cristina Calderón abitava a Villa Ukika, una città istituita dagli yagan a pochi kilometri da Puerto Williams, ed era conosciuta come abuela Cristina, o semplicemente come abuela, che significa nonna. Gli yaghan, di cui abuela Cristina faceva parte, si chiamavano originariamente yamana, che significa uomo, essere vivente, e sono il popolo indigeno più meridionale del paese.

Cristina nella sua vita ha sempre lavorato come artigiana, per esempio come tessitrice di cesti di canne, si è sposata tre volte e ha avuto numerosi figli, tra cui Lidia González Calderón, e adesso era nonna di molti nipoti. In passato era stata vittima di discriminazioni in quanto appartenente a una popolazione indigena. È proprio a causa di queste discriminazioni che nessuno, tranne lei, parlava più la lingua yamana.

La lingua yamana

La penultima persona a parlare la lingua yamana, oltre a Cristina Calderón, era stata sua cognata, Emelinda Acuña, venuta a mancare nel 2005. Nel 2003 era morta anche la sorella di Cristina, Ursula. Insieme a Emelinda, Cristina aveva anche pubblicato un libro di leggende, canzoni e storie originali chiamato “Hai Kur Mamašu Shis”, che significa “Voglio raccontarvi una storia”. Avevano inoltre scritto un dizionario lingua yamana-spagnolo e aveva registrato la pronuncia di alcune parole perché non andasse persa.

Per Cristina, la lingua yamana, costituita da 32.400 parole, era la lingua madre, dal momento che aveva imparato lo spagnolo solo all’età di nove anni. Dal 2003 era stata insignita dall’Unesco del titolo di Tesoro umano vivente, un titolo riservato a “portatori di tradizioni e professionisti di talento” al fine di “garantire la trasmissione delle loro conoscenze e competenze ai più giovani generazioni”. 

Con la perdita della lingua yamana si perdono anche parole di una preziosità rara, come per esempio Mamihlapinatapai, che significa “guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo”.

Scrive per noi

Chiara Pedrocchi
Laureata in Lettere Moderne all’Università di Siena, si sta laureando in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.

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