Musinè, montagna mordi e fuggi

Punto di riferimento geografico, triangolare come le montagne disegnate dai bambini piccoli, bella e vicina a Torino, dunque molto frequentata, osservata, fotografata, raggiunta, toccata, calpestata, voluta, posseduta, amata (tra i tanti, da Primo Levi) e odiata. È la piccola montagna iconica del Musinè, che oggi rappresenta un esempio virtuoso di gestione e promozione del territorio montano.

Marco Sartori

Io e il Musinè (1150 m.) ci guardiamo da lontano da ormai quasi cinquant’anni e da una quarantina ne percorro i sentieri su tutti i suoi versanti. Triangolare come le montagne disegnate dai bambini piccoli, è attraente per la sua posizione dominante, staccata dal resto della catena montuosa e protesta in avanti verso la pianura e la città. Un elemento naturale del paesaggio che gli abitanti dei paesi circostanti hanno interiorizzato fino a farne un punto cardinale, uno spontaneo riferimento spaziale: ci si alza al mattino fissando i primi raggi del sole che lo illuminano, si guardano le stelle eclissarsi dietro la sua sagoma prima di coricarsi. Un rapporto stretto che per la maggior parte della gente è visivo, ma per molti è anche qualcosa di tattile, fisico, perché i suoi fianchi un po’ ripidi sono da sempre oggetto di escursioni e passeggiate, come dimostrano fotografie d’epoca vecchie più di un secolo, quando sulla sua sommità ancora non era stata eretta la grande croce bianca. Un luogo che fa parte dell’immaginario per i torinesi, su cui sono state cesellate innumerevoli leggende, a partire dall’idea del tutto infondata che si tratti di un antico vulcano inattivo, fino alle fantasiose teorie riguardo agli avvistamenti di extraterrestri e spiriti dannati.

In realtà il Musinè è la montagna che più di ogni altra subisce il fatto di essere bella e vicina alla città, dunque molto frequentata, osservata, fotografata, raggiunta, toccata, calpestata, voluta, posseduta, amata e odiata. La sua croce rimane immobile dove sta, e non potrebbe essere altrimenti vista la massa di cemento armato di cui è costituita, ma tutto il resto attorno cambia attraverso i decenni, mutando forma, spostandosi e rimodellandosi, tra disboscamento e rimboschimento, sfruttamento, abbandono e poi ritorno alla fruizione.

Ricordo di greggi e qualche mandria di mucche

Ricordo da bambino le greggi e qualche mandria di mucche pascolare sui solivi dove a volte i pastori appiccavano fuoco, ma a parte l’erba non c’era nulla da bruciare perché il versante meridionale era spoglio dalla base fino alle rocce della cima. Lentamente, con l’abbandono della pastorizia, un bosco pioniere di pini, betulle e piccole querce nodose ne ha ricolonizzato i fianchi, rendendolo per qualche tempo un ambiente apparentemente selvaggio, rustico, ricco di fauna e biodiversità.

Nell’ultimo decennio l’incremento di persone che ogni giorno si recano alla croce di vetta sta comportando un nuovo cambiamento, che passa per lo più inosservato essendo percepito come la semplice conseguenza del fatto che la gente desidera vivere momenti all’aria aperta, ma che offre uno spunto interessante a chi si dedica allo studio della fruizione delle risorse naturali nell’epoca dei fenomeni di massa. Io non sono un antropologo ma lo scorso fine settimana, salendo per l’ennesima volta il sentiero normale che dal campo sportivo di Casellette conduce alla cima, non ho potuto fare a meno di addentrarmi mentalmente in una disanima su quanto il rapporto dell’uomo con la montagna Musinè si sia in un certo senso intensificato, con effetti tangibili e immediati, che attraggono la mia attenzione: sono migliaia i piedi, le zampe, le suole e le ruote che ogni anno percorrono quei sentieri solcando il fianco del monte provocando un logorio simile a quello causato dall’azione di un miniscavatore, tracciando trincee profonde e lisciando le pietre ben oltre il selciato antico della via crucis per Sant’Abaco.

La recente necessità di pulizia del sottobosco per la prevenzione degli incendi dolosi, unita al sempre maggiore interesse degli escursionisti per questa montagna ai margini della città, ha contribuito al ripristino e al miglioramento della segnaletica di buona parte dei sentieri un tempo noti soltanto ai residenti dei comuni di Almese, Valdellatorre e Caselette.

La tecnologia ha poi fornito il propulsore decisivo per abbattere vecchie frontiere che relegavano in basso gli escursionisti meno avventurosi: i segnali GPS, le tracce, la condivisione di informazioni tramite i social e la formazione di gruppi di camminatori ha incrementato ulteriormente il numero di visitatori; l’avvento delle lampade frontali a led ha consentito l’accesso sui sentieri a qualsiasi ora; l’invenzione delle biciclette a pedalata assistita ha fatto della cima una meta ambita anche per gli appassionati più ambiziosi di mountain bike e downhill. Stando seduto nel salotto di casa ho la possibilità di monitorare con una certa facilità due dei principali percorsi che conducono alla sommità e posso affermare con veridicità che non esiste più ora del giorno o della notte in cui non ci sia qualcuno sul Musinè. In qualunque momento si decida di affrontarne l’ascesa, si può essere sicuri di incontrare compagnia. Agli appassionati di fotografia notturna offre scorci ineguagliabili e per i runners che necessitano di un supplemento di ripetute fuori orario è il percorso ottimale. Per chi vuole provare vie di salita più ardite esistono creste rocciose che si discostano da quelle maggiormente frequentate e per tutti gli altri rimangono le classiche. Giovani, anziani, atleti e fuori forma, famiglie con bambini, comitive di adolescenti, cinofili, fungaioli e amanti dei fiori, il Musinè si presta a chiunque intenda approcciarlo per la prima o per l’ennesima escursione. Decine, e qualche volta centinaia di persone che salgono ogni giorno, ciascuno col suo tempo e ciascuno col suo passo, sudando, sbuffando, alcuni chiacchierando, in un’attività che ha effetti benefici sul corpo e un impatto relativamente limitato sull’ambiente: ad eccezione di qualche fazzoletto di carta, strada facendo non vengono abbandonati grandi quantità di rifiuti, perciò, il sottobosco rimane sufficientemente pulito. Il bar nella piazza antistante i parcheggi è sempre pieno; dunque, per tutti gli enti coinvolti oggi il Musinè rappresenta un esempio virtuoso di gestione e promozione del territorio montano.

Vicinanza con l’ambiente urbano

A questo punto è interessante soffermarsi un istante per osservare come la tipologia di fruitori della montagna costituisca una massa piuttosto omogenea, volta ad un’attività che è per lo più ricreativa e sportiva. Questo perché la vicinanza con l’ambiente urbano lo elegge a luogo ideale per un escursionismo mordi e fuggi, al di là dell’interesse che conduce verso di esso.

Dopo una giornata di lavoro o alle prime luci dell’alba, chiunque può concedersi qualche ora di silenzio e giochi di luce, una boccata d’aria pulita e qualche istante di immersione nella natura. Ciò che colpisce è come l’espletarsi di questo bisogno diffuso, con il conseguente instaurarsi di un comportamento pressoché univoco da parte della massa dei fruitori, trasformi in qualche modo spontaneamente la montagna in una sorta di gigantesco parco divertimenti: un dedalo di percorsi più o meno avventurosi (a seconda delle personali sensibilità) che si snoda sui diversi versanti del rilievo montuoso e dove chiunque, in relativa sicurezza, può concedersi momenti di attività fisica e ricreativa per poi tornare a casa in tutta tranquillità. Quella che fino ai primi anni Duemila era prerogativa esclusiva delle palestre chiuse, oggi viene offerto, in maniera persino più economica, dalla semplice vicinanza di un appezzamento boscoso o di un pendio erboso. E ancora una volta le conseguenze sono immediatamente visibili sul paesaggio, scolpito e modellato in maniera più o meno profonda dal calpestio come dall’azione di motoseghe o mezzi agricoli per la pulizia del bosco.

C’è poi un aspetto meno evidente, ma ugualmente interessante ed è quello culturale, perché un luogo che viene considerato e valorizzato unicamente per gli aspetti di cui si è detto, rimane parzialmente impoverito e svuotato di parte della sua identità legata alla memoria.

Questo perché, come riferito pocanzi, l’interesse pressoché univoco verso l’aspetto ricreativo e sportivo della montagna comporta un appiattimento lessicale e di significati: quanto è richiesto dai fruitori e quanto viene offerto dal territorio si incontrano in un punto ben preciso a cui non serve altro. Non è necessario che vengano messi in evidenza gli aspetti naturalistici, storici o geologici che anzi, sotto taluni aspetti potrebbero essere fautori del rischio dell’imposizione di limiti o vincoli di tutela e che infatti vengono trattati (anche dalle amministrazioni pubbliche) come fattori marginali.

La monumentale croce che sovrasta il monte

Se si fa delle montagne come il Musinè unicamente il teatro di allenamenti e cronometrate, della sgambata in pausa pranzo e della domenica mattina in compagnia, si tralascia un capitale culturale e naturalistico su cui quasi mai si posa lo sguardo. Non è un caso che in vetta o lungo i sentieri principali da Caselette o Almese non siano reperibili indicazioni di alcun tipo riguardo la monumentale croce che sovrasta il monte, visibile da molti chilometri di distanza. Nessun riferimento storico, architettonico o altro, come se il fatto di essere là, elemento muto del paesaggio, fosse già di per sé sufficiente a spiegarne la presenza.

Eppure la montagna sorge in un territorio davvero ricco sotto questo profilo, segnato da insediamenti antichi, reperti della cultura celtica e di epoca romana, cave di magnesio, eventi legati alla storia recente e a personaggi illustri che lo hanno frequentato.

Un’immagine esposta al Museo nazionale della montagna in occasione dell’attuale mostra fotografica su Primo Levi ritrae il famoso scrittore torinese a passeggio proprio alla base del Musinè. Levi amava e conosceva i rilievi della Bassa Val di Susa e della Val Sangone, avendoli frequentati fin da giovane. Sarebbe interessante approfondire questo legame, evidenziare il collegamento intimo e profondo tra il territorio e l’uomo che ci ha lasciato pagine intramontabili di letteratura come “La chiave a stella” o “Il sistema periodico”.

Unico per posizione e morfologia, il Musinè costituisce l’habitat ideale per decine e decine di specie animali stanziali e migratorie ed offre la possibilità di studio e osservazione delle dinamiche delle popolazioni di ungulati e predatori, dal capriolo fino al lupo. Un tempo, tuttavia, era luogo vocato anche per la coturnice e per un tetraonide come il gallo forcello (ultimo avvistamento negli anni Settanta), che prima i cambiamenti territoriali e più recentemente quelli climatici hanno spinto e relegato in aree sempre più distanti. Ma anche in questo caso, camminando sui sentieri di terra rossa, il fruitore medio non riceve alcuna informazione in merito: non esistono infatti cartelli con indicazioni faunistiche, normative o illustrazioni che incoraggino atteggiamenti virtuosi, raccomandando il silenzio, il rispetto di determinati periodi sensibili (per esempio la nascita dei piccoli a maggio) o il corretto controllo dei cani, che invece sono sempre pressoché liberi di andare e fare ciò che vogliono.

Pare quasi una montagna fatta apposta per l’Uomo, dove l’avvistamento di altre specie viventi diventa qualcosa di superfluo e straordinario.

Mille storie da raccontare di una montagna in continuo cambiamento

Il Musinè è cambiato e continua ad evolversi così come le persone che calcano i suoi fianchi ripidi e assolati. Tanti anni fa se ne parlava per i funghi e per le vipere. C’era chi era attratto dai succulenti porcini neri, i moru, che spuntavano sul finir dell’estate all’ombra delle querce. Altri invece temevano di addentrarsi tra i suoi boschi per paura dei terribili rettili con cui, si diceva, la montagna fosse stata ripopolata. Leggende un po’ sciocche, ma che è bene conoscere. Mio padre ci andava a raccogliere il pungitopo, con cui faceva voluminosi mazzi di ramoscelli verdi e rossi che i miei regalavano al resto della famiglia nel periodo di Natale. Io stesso ho cominciato a salire dal sentiero di Sant’Abaco con la smania di stabilire un tempo e di battere me stesso, perché è percorso tutto dritto e invoglia a farlo. Qualche volta invece mi ci sono semplicemente addormentato, abbracciando il cane dopo una mattinata trascorsa a cercar beccacce nella bassa di Moncalvo.

Il Musinè ha mille storie da raccontare e attraverso altrettante si lascia raccontare. Non bisognerebbe tralasciarne alcuna, neppure quelle piccole e insignificanti o a portata prettamente locale perché c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Quella di oggi lo vede protagonista del nostro tempo libero, luogo privilegiato del panorama e della prestazione atletica, mentre in passato è stato teatro di battaglie, di transumanze e di vita grama, con un lavoro duro tra i sassi taglienti e il fieno pesante da riportare a valle. Nel mezzo ha assunto di volta in volta le sembianze del luogo di culto, di culla dell’amicizia, di roccaforte per la resistenza, di terreno di caccia, di ideale ispiratore di crescita e progresso, di rifugio per l’anima. Prima ancora si era innalzato dalla pianura per esser modellato dai ghiacciai valsusini che ne hanno levigato la crosta. Domani forse tornerà ad arrotondarsi o crollerà su sé stesso. Chissà! È importante che nessuna di queste narrazioni venga dimenticata o messa da parte perché il suo destino ed il nostro restino indissolubilmente intrecciati in maniera proficua. Così, credo, il Musinè continuerà ad essere rivestito con quell’abito di rispettoso mistero che da sempre ne connota la sagoma e manterrà il suo ruolo di bussola naturale, punto di riferimento geografico e del cuore per tutti noi, che siamo cresciuti alla sua ombra o studiandone il profilo simmetrico a mezzogiorno così come i rivoli d’acqua tra le pietraie segrete e il sibilo degli alianti sulle creste.

Il Musinè

Il Musinè, all’imbocco della Val di Susa, è la montagna più vicina a Torino, conosciuta per le sue storie leggendarie, legate a maghi, masche, lupi mannari, sovrani e perfino anche avvistamenti di UFO, su cui ha scritto un Mario Salomone che però è solo omonimo del direttore di “.eco”, che quindi declina ogni responsabilità e diffida chi voglia contattarlo in proposito… Sempre secondo la leggenda, da queste parti Costantino, scendendo dalle Alpi in marcia su Roma (dove a Ponte Milvio avrebbe sconfitto Massenzio) ebbe la famosa visione (“In hoc signo vinces”), ricordata dalla gigantesca croce sulla vetta della montagna (nella foto di apertura).

Scrive per noi

Marco Sartori
Sono nato a Torino nel 1977 e a tredici anni, con la scoperta del genere fantasy, ho iniziato i primi manoscritti: testi descrittivi e avventure i cui protagonisti erano sempre impegnati in lunghi viaggi sulle montagne o in territori incontaminati. Libri rimasti per lo più nel cassetto.
Poi sono passati tanti anni e, dall’incontro con due piccole case editrici locali, sono avvenute le pubblicazioni di quattro romanzi: dapprima "La saga oscura", ultimo tentativo di produrre narrativa fantastica andato ormai esaurito; a seguire "Il Mistero della Montagna", "Lo Sguardo
oltre le Vette" e "Vera tra le rocce" per Spunto Edizioni, ambientati nelle vicine e rustiche Valli di Lanzo. Diverse segnalazioni e un primo premio al concorso letterario Giacomo Rosini di Riva del Garda, poi diventato Premio Mario Rigoni Stern per la letteratura di montagna, mi hanno dato la possibilità di entrare a far parte del GSIM dal 2023 come membro accademico.
Negli ultimi due anni ho avuto modo di aumentare notevolmente la mia visibilità in diversi paesi delle Alpi occidentali partecipando a molte presentazioni di "Vera tra le rocce" organizzate da enti privati e pubblici, non soltanto nelle Valli di Lanzo ma anche nelle vallate attigue e in altre località della provincia di Torino.
Nella vita sono marito, padre e progettista metalmeccanico, fotografo naturalista. Mi dedico alla mia baita in montagna, cammino nei boschi con i miei cani, salgo e scendo dalle cime che conosco osservando alberi e animali. Mi interessano le questioni legate alla salvaguardia ambientale e la gestione faunistica.

Marco Sartori

Sono nato a Torino nel 1977 e a tredici anni, con la scoperta del genere fantasy, ho iniziato i primi manoscritti: testi descrittivi e avventure i cui protagonisti erano sempre impegnati in lunghi viaggi sulle montagne o in territori incontaminati. Libri rimasti per lo più nel cassetto. Poi sono passati tanti anni e, dall’incontro con due piccole case editrici locali, sono avvenute le pubblicazioni di quattro romanzi: dapprima "La saga oscura", ultimo tentativo di produrre narrativa fantastica andato ormai esaurito; a seguire "Il Mistero della Montagna", "Lo Sguardo oltre le Vette" e "Vera tra le rocce" per Spunto Edizioni, ambientati nelle vicine e rustiche Valli di Lanzo. Diverse segnalazioni e un primo premio al concorso letterario Giacomo Rosini di Riva del Garda, poi diventato Premio Mario Rigoni Stern per la letteratura di montagna, mi hanno dato la possibilità di entrare a far parte del GSIM dal 2023 come membro accademico. Negli ultimi due anni ho avuto modo di aumentare notevolmente la mia visibilità in diversi paesi delle Alpi occidentali partecipando a molte presentazioni di "Vera tra le rocce" organizzate da enti privati e pubblici, non soltanto nelle Valli di Lanzo ma anche nelle vallate attigue e in altre località della provincia di Torino. Nella vita sono marito, padre e progettista metalmeccanico, fotografo naturalista. Mi dedico alla mia baita in montagna, cammino nei boschi con i miei cani, salgo e scendo dalle cime che conosco osservando alberi e animali. Mi interessano le questioni legate alla salvaguardia ambientale e la gestione faunistica.

Marco Sartori has 1 posts and counting. See all posts by Marco Sartori

Parliamone ;-)