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Il capriolo, sentinella di un ambiente sano

| Marco Sartori

Tempo di lettura: 7 minuti

Il capriolo, sentinella di un ambiente sano
Secondo il prof. Franco Perco il capriolo rappresenta la Natura che si riappropria del suo posto: una Natura gentile, contigua, in grado di convivere con le attività dell’Uomo, rimanendo nei pressi dei suoi spazi abitativi, senza farsi mai invadente. È davvero così.

Il capriolo (Capreolus capreolus) è il più piccolo mammifero ruminante del nostro Paese e tuttavia è un animale di dimensioni medie e di buon portamento, facile da avvistare in campo aperto oppure mentre si allontana di scatto nel bosco. Insieme al cinghiale, probabilmente, è la specie caratterizzata dal maggior incremento numerico degli ultimi decenni in quasi tutte le regioni italiane, sebbene sulle Alpi le sue popolazioni stiano subendo notevoli flessioni rispetto al recente passato. 

A differenza del cinghiale o del cervo, la sua è una presenza discreta, che suscita meno scalpore. Nonostante i suoi spostamenti non esclusivamente crepuscolari gli consentano di mostrarsi anche in pieno giorno, rimane sempre un po’ defilato e così lo si nota poco: è interessante per gli appassionati e gli studiosi, inesistente per chi lo ignora. Si potrebbe dire che abbia un impatto minore su di noi e questo fatto non è dato soltanto dalla sua predilezione per le radure boscose o dalla scarsa tendenza a formare branchi numerosi.

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Foto di Marco Sartori

Sebbene il suo verso assomigli all’abbaio di un grosso cane, l’incontro con il capriolo per lo più non suscita allerta, bensì curiosità. La sua improvvisa comparsa sul margine del campo ispira meraviglia e invoglia l’osservazione. Persino gli agricoltori ne tollerano sufficientemente la coesistenza perché non grufola, non pascola e non scorteccia. Il suo delicato apparato digerente ne fa un brucatore selettivo che incide poco sulle produzioni intensive e sul paesaggio. Qualche problema in più si riscontra con gli orti, ma una recinzione prudenziale di solito basta a eliminare il motivo di conflitto e disagio. 

Preferenze ambientali e il contatto con l’uomo

Guardando dall’altra prospettiva, il capriolo è un animale che tollera bene la presenza dell’uomo, purché questo si comporti con il dovuto rispetto, e, qualora si verifichino le opportune condizioni, non disdegna neppure di avvicinarsi alle abitazioni dove si muovono cani e altri animali domestici. Anzi, a ben vedere, il fatto che una determinata area periferica delle nostre città e dei nostri paesi si trasformi periodicamente nel luogo di frequentazione di un gruppo di caprioli o addirittura nel territorio di un maschio dominante, può essere interpretato come un chiaro segno del buon indice qualitativo di quell’area e della sua biodiversità. 

Soprattutto, diventa indicatore dell’educazione delle persone che abitano quelle zone. Se gli incontri con il capriolo diventano più frequenti a ridosso delle nostre case significa che l’ambiente è sano (per il capriolo e anche per noi) perché è poco interessato da fenomeni dilaganti negli ultimi decenni quali la cementificazione selvaggia o le colture intensive, segni quasi indelebili di quell’antropizzazione tossica che non lascia spazio fisico ed emotivo a un paesaggio in grado di rilasciare energie positive. 

Il ritorno del capriolo, un animale sfuggente

Come abbiamo detto, il capriolo non è un vero pascolatore, non ama le estensioni a perdita d’occhio di monocolture o i prati sterminati. È invece un animale dalla dieta molto varia e necessita di un ecotono, ovvero dell’alternarsi di radure e bosco (meglio se in ricrescita). Proprio l’abbandono della montagna del secondo dopoguerra, dove i terreni un tempo mantenuti a pascolo della media valle venivano lentamente occupati da macchie di specie pioniere, ha fornito le condizioni ideali per il suo ritorno. In questi polmoni di variabilità il capriolo trova la giusta gamma di alimenti energetici e digeribili, trova fonti d’acqua, zone di rifugio, aree di riposo e riparo dalla calura o dal gelo.

Trovarsi faccia a faccia con un capriolo nei pressi di casa ci dice che lo sviluppo urbanistico delle nostre aree residenziali è avvenuto con una certa oculatezza (non facciamone però la scusa per costruire altre case) e che i territori limitrofi gli consentono un transito abbastanza agevole e una corretta alimentazione. Qualora ci capitasse di identificare con certezza lo stesso maschio nei primi mesi d’estate (è difficile, ma può succedere) e questo si dimostrasse confidente e spavaldo anche in pieno giorno, ciò potrebbe essere indicatore del fatto che si tratta di un soggetto dominante all’interno del suo territorio. Allora forse ci saranno anche delle femmine nei dintorni e, chi lo sa, dei nascituri per l’anno successivo.

Il capriolo non è una specie nota per i lunghi spostamenti e non compie migrazioni. Le popolazioni hanno un’espansione areale che avviene per piccoli passi, generazione dopo generazione. Tuttavia è caratterizzato da uno spiccato erratismo e occupa spazi diversi a seconda delle diverse stagioni, dunque può accadere di vederlo trascorrere la primavera e l’estate all’interno di un perimetro abbastanza circoscritto, comparendo nello stesso posto e sempre alla stessa ora, ma che in autunno scompaia per non fare più ritorno. 

Spesso allora viene da pensare che gli sia successo qualcosa di brutto o che abbia incontrato un predatore, anche se il più delle volte questo comportamento è dettato dall’inizio di una nuova fase della sua vita: terminata l’epoca degli accoppiamenti, i maschi perdono interesse per il mantenimento di un territorio, cessano le competizioni e tendono ad aggregarsi gli uni agli altri. Anche le femmine non trovano più riparo nelle macchie spoglie o nutrimento nei campi rinsecchiti, perciò si spostano in ambienti diversi e, magari, sul versante opposto di una collina boscosa, dove la vegetazione è più nutriente. Torneranno la primavera successiva, se tutto va bene.

Il capriolo alla finestra

Ho la fortuna di abitare in bordura ad uno dei prati che costituiscono questi terreni di nascite, dispute e nuovi amori per i caprioli della periferia torinese. Seguo da alcuni anni l’avvicendarsi di soggetti contendenti, nuove leve, piccoli scalpitanti e anziani in cerca di riposo. Li ho fotografati e osservati, facendone di volta in volta i protagonisti delle mie storie, assegnando a ciascuno un nome e, non di rado, fantasticando sulle loro disavventure più di quanto fosse lecito fare.

A forza di studiarli dalla finestra della cucina ho avuto la possibilità di imparare a stabilire con una certa esattezza l’epoca del loro ritorno, quella della nascita dei piccoli oppure quella dell’inizio delle rincorse amorose. Qualche volta ho sofferto con loro, valutando i segni di una patologia oppure semplicemente per l’ansia causata dalla cosiddetta avversione che porta i piccoli di poche settimane ad allontanarsi spontaneamente dalla madre e dai fratelli.

Il transito attraverso i prati è notevole, ma i soggetti davvero stabili diventano quasi sempre facili da identificare, a causa di una macchia del mantello, di un palco particolare o di un comportamento ricorrente. Nonostante tutto quello che ho scritto sopra, sono animali molto sensibili al disturbo: per esempio non temono un cane all’interno di una recinzione, se hanno avuto il tempo di abituarsi alla sua presenza, ma vengono messi in forte allarme dai “passeggiatori” occasionali che, di tanto in tanto, decidono di esplorare determinati angoli di bosco in compagnia dei loro cani liberi.

Per questo mi raccomando sovente di prestare attenzione dalla metà di aprile ai primi di giugno (epoca nella quale le femmine cercano un posto adatto a partorire e in cui i piccoli nascono e muovono i primi passi) e da giugno alla fine di luglio (il periodo complesso in cui i maschi difendono il loro territorio dai potenziali rivali e spendono tantissime energie per gli accoppiamenti). 

Sono mesi delicati, durante i quali una semplice corsa del nostro amico a quattro zampe potrebbe causare un danno pesante. Ma ci sono anche altri motivi meno evidenti di disturbo e spesso difficili da collegare alla presenza del capriolo, come l’inizio di un cantiere per la ristrutturazione di una casa oppure il taglio di una porzione di bosco, o ancora la pulizia di una riva dalle sterpaglie. 

Per alcuni anni, dopo la scomparsa del mitico Spelacchio (maschio con un palco ridotto, ma dal notevole carisma) i nostri prati non hanno più avuto un leader stabile, bensì soltanto femmine con piccoli o soggetti giovani isolati. Non ne ho mai capito davvero il vero motivo, ma per un po’ quei territori non sono più stati graditi. Ipotizzo la forte presenza di gente che, dopo il lockdown, si recava nei prati con i cani, o forse la pulizia di un canale di raccolta delle acque piovane che si trova nelle vicinanze.

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In foto Spelacchio insieme ad un esemplare femmina; foto di Marco Sartori

Quest’anno, per fortuna, due maschi sono tornati a reclamare il trono vacante e uno di essi si aggira in pianta stabile tra le macchie di olmi, robinie e sambuchi in fiore. È facile distinguerlo perché ha un solo palco, da cui è derivato il soprannome banale di Unicorno. L’anomalia del trofeo è evidente e alcuni tecnici mi suggeriscono che potrebbe essere causata da una lesione giovanile ai genitali. Lui comunque non sembra risentire della menomazione: è bello, forte e con una buona muscolatura. Approccia le due femmine della zona con audacia e io sono molto curioso di vedere cosa succederà quando gli capiterà di incontrare l’avversario.

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In foto Unicorno; foto di Marco Sartori

So che dopo la metà di luglio per lui i giochi si completeranno e presto non avrà più voglia di correre, combattere e cimentarsi in vicende amorose. Allora si farà meno arrogante e smetterà di mostrarsi davanti alla finestra della nostra cucina. Una notte di ottobre lo sentirò abbaiare lontano, sul fianco di questa benedetta collina morenica dove non vengono costruite case o tracciate nuove strade (e che perciò ci regala anche ombra e frescura) e saprò che si appresta a trascorrere l’inverno lassù, in santa pace. 

Anche alle nostre spalle l’ambiente è sano e i caprioli lo frequentano volentieri durante la stagione fredda: non corrono il rischio di essere investiti perché non c’è transito di veicoli e trovano numerosi anfratti vegetali che li nascondono da sguardi indiscreti. Nonostante il capriolo rientri a tutti gli effetti tra le specie cacciabili secondo la normativa vigente, il prelievo venatorio selettivo qui non è consentito per questioni di sicurezza e distanze, dunque anche quel pericolo per lui è scongiurato. Rimane il lupo, che non è stabile in questi boschi, ma ci si sposta con una certa frequenza quando va in dispersione. Con lui sì, il nostro capriolo dovrà vedersela.

Comunque sono fiducioso che lui e la sua famiglia possano farcela e che, sul finire del prossimo inverno, tornino a mostrarsi con addosso il mantello grigio, fitto e caldo, in attesa del nuovo cambio. Allora, se saremo stati cauti e attenti nell’amministrazione di questo territorio, se avremo continuato a comportarci con rispetto verso ciò che sta fuori dai recinti delle nostre case, un’altra generazione di giovani caprioli popolerà i nostri prati e tutto ricomincerà daccapo. Sempre uguale, quasi perfetto.

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Marco Sartori
Marco Sartori
Marco Sartori, membro del Gruppo italiano scrittori di montagna, ha pubblicato tre romanzi per Spunto Edizioni, tutti ambientati sulle montagne piemontesi.