Natura e conservazione: la prospettiva islamica
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Nella giornata di studio su natura e spiritualità che ha concluso la conferenza internazionale organizzata tra Firenze e Vallombrosa dal Raggruppamento Biodiversità dei Carabinieri forestali su foreste vetuste, alberi antichi, vita e cultura, è intervenuta, tra gli altri, Malika Dispoto, giovane rappresentante della Comunità religiosa islamica italiana (COREIS). L’amore per la natura le è stato trasmesso, spiega lei stessa nel suo intervento che pubblichiamo qui, dal padre, membro del Corpo forestale della Regione Sicilia.
Per inquadrare correttamente l’argomento dalla prospettiva islamica, occorre innanzitutto fare una premessa importante: il rapporto dell’uomo con la natura e la creazione tutta; l’uomo è “Vicario di Dio sulla Terra”, khalifat Allah fi-l ‘Ard (Corano II, 30).Questa è la funzione assegnata da Dio all’uomo: quella di amministratore, non di proprietario né di abitante indifferente.
Nell’Islam il riferimento alla natura, agli alberi, ai frutti, ai giardini e all’acqua è un costante richiamo al fatto che l’uomo deve saper cogliere nella creazione il sovranaturale, deve saper andare dal relativo all’Assoluto. (Corano 45,4).
In molte zone del mondo islamico esistono tuttora alberi millenari, come gli olivi in Palestina, le palme del Golfo Arabico, gli antichi cedri nelle montagne del Libano. Questi giganti vegetali sono visti come testimoni silenziosi della storia, custodi di memorie collettive e di saggezza antica; attorno ad essi si sono sviluppate narrazioni, poesie e pratiche rituali.
Il risultato della decadenza dei tempi
Perché, allora, oggi sembra legittimo parlare di “disturbo antropico” nei confronti della natura, più che di un vicariato di Dio sulla terra? Il musulmano crede fermamente che l’attività disturbatrice e distruttiva della natura da parte dell’uomo non faccia parte della sua natura originaria, ma sia il risultato della decadenza dei tempi, a cui occorre porre rimedio con fede e intelligenza. L’accezione totalmente negativa data all’intervento umano, come se la natura in sé stessa fosse fatta per vivere indipendentemente dall’uomo, non è condivisa dai musulmani; secondo il Corano, infatti, tutta la creazione è messa al servizio dell’uomo: “Iddio Vi ha sottomesso tutto quel che è nei cieli e quel che è sulla terra” (Corano XLV,13). Se a muovere gli interventi sulla natura sono azioni oggi dettate dall’interesse e dall’avidità, se il principio da salvaguardare non è più il bene comune ma la speculazione sui profitti, le conseguenze saranno facilmente deleterie.
Un aspetto originale della conservazione ambientale in ambito islamico è il concetto di “hima”, una delle più antiche istituzioni di conservazione, protezione e gestione delle risorse naturali nel mondo islamico, risalente ai tempi del Profeta Muhammad, ovvero zone protette in cui la raccolta di legname o la caccia sono limitate o proibite. Queste riserve, spesso istituite vicino a centri abitati o luoghi sacri, hanno permesso agli alberi di crescere indisturbati per decenni o secoli, dando vita a vere e proprie foreste vetuste. Le hima rappresentano un modello antico di gestione sostenibile delle risorse, riscoperto oggi e adattato anche alle politiche moderne di conservazione ambientale. Organizzazioni e governi di paesi a maggioranza musulmana stanno rivalutando la hima come modello tradizionale di gestione sostenibile delle risorse, integrandolo con le strategie di tutela della biodiversità e sviluppo sostenibile.
L’esempio della Partecipanza
Nel solco di questa tradizione, un interessante “case study” che si vuole qui proporre è quello su cui sta lavorando Amina Croce, una nostra sorella della Coreis: si tratta di un’isola di bosco (e di biodiversità) in mezzo alle risaie del vercellese, la cui conservazione in forma di “confraternita” si è tramandata secondo precise regole, piuttosto rigide, senza interruzione di continuità dal Medioevo fino ad oggi, allargando di poco il nucleo di famiglie originarie che ne conservavano il diritto al taglio con procedure ben definite.
Il Bosco delle Sorti della partecipanza è una riserva naturale situata a pochi chilometri dal comune di Trino, in provincia di Vercelli. È uno dei pochissimi esemplari superstiti di foresta planiziale che un tempo ricopriva gran parte della pianura Padana, oramai quasi completamente rimpiazzata da colture industrializzate. Quello che la rende particolare, però, è che non si tratta di un “parco naturale” come lo intendiamo colloquialmente, nel senso di “natura incontaminata” o “intoccata” dall’uomo: al contrario, è proprio il rapporto di questo bosco con le famiglie trinesi che ha permesso a questo di sopravvivere a secoli di cambiamenti politici, economici, e culturali.
La cosiddetta “Partecipanza”, infatti, è un nucleo di famiglie che discendono dagli abitanti originari del Comune di Trino, i quali ricevettero il bosco in dono dal Marchese del Monferrato nel 1202: da allora, ininterrottamente per più di otto secoli, queste famiglie hanno usufruito responsabilmente della legna fornita dal bosco, seguendo un articolato sistema di suddivisione del territorio che permette un’equa distribuzione del legname senza recare danno al bosco stesso. La prova dell’efficacia di questo metodo è che, ad oggi, il Bosco delle sorti della Partecipanza è una vera e propria oasi di biodiversità: in particolare, la selva offre rifugio a diversi uccelli comunemente avvistati nelle risaie circostanti, quali merli, picchi, poiane, garzette, e aironi cinerini.
Servizio alla comunità e salvaguardia dei segni del creato
È interessante notare come la gestione di questo bosco non può essere assimilata in una dicotomia tra demanio pubblico e proprietà privata: si tratta invece di una forma di “co-proprietà” comunitaria che, lungi dall’essere arcaica o antiquata, è invece una prova vivente di quanto una gestione della terra basata sul tradizionale principio di Vicariato di Dio sulla Terra dell’uomo può permettere a un ecosistema di sopravvivere a onde di cambiamenti economici e politici che appaiono altrimenti quasi inarrestabili. In questi tempi di grandi timori e incertezze, è sicuramente un esempio da seguire.
Inoltre, chi vi parla è figlia di un padre amorevole prematuramente scomparso, membro del Corpo forestale della Regione Sicilia, che anche grazie alla sua fede sincera e incrollabile nei princìpi dell’Islam, ha combattuto l’azione distruttiva e scellerata dell’uomo, per permettere ancora alla natura, agli alberi e alle foreste, di essere un “segno” della gloria di Dio affidato a noi.
Allo stesso modo, la sfida di molte istituzioni islamiche contemporanee è proprio quella di collegare la gestione della natura a una visione più ampia di servizio alla comunità e di salvaguardia dei segni del creato.
In molti paesi a maggioranza musulmana, infatti, negli ultimi decenni si stanno sviluppando campagne di sensibilizzazione ambientale, di gestione sostenibile delle risorse (soprattutto dell’acqua) e di riforestazione per contrastare la desertificazione o le alluvioni.
Un movimento ecologista islamico globale
Nel contesto attuale, in cui le sfide ambientali rappresentano una priorità globale, il ruolo delle organizzazioni internazionali nella promozione dell’ecologia e della sostenibilità assume un’importanza fondamentale. Tra queste, l’ICESCO, l’Organizzazione Islamica per l’educazione, la scienza e la cultura, equivalente dell’UNESCO, con cui collabora su progetti specifici come l’educazione ambientale e la diffusione di pratiche volte alla protezione dell’ambiente nei paesi membri, riconoscendo che la tutela del pianeta è strettamente legata alla qualità della vita delle generazioni presenti e future.
Su questo tema, negli ultimi anni, l’ICESCO ha promosso diversi progetti pilota, tra cui la creazione di “Eco-Schools” nei paesi membri, per educare le nuove generazioni ad uno stile di vita sostenibile, la redazione di linee guida per la gestione delle risorse idriche, tema particolarmente rilevante in molte regioni del mondo islamico e campagne per la piantumazione di alberi e il recupero degli ecosistemi danneggiati.
Altre organizzazioni islamiche sono nate negli ultimi decenni per seguire specificatamente il tema della tutela dell’ambiente: la Islamic Foundation for Ecology and Environmental Sciences (IFEES), che organizza regolarmente forum e workshop per sensibilizzare su temi come la gestione delle risorse idriche, l’inquinamento e la biodiversità, la Green Muslims, che durante il mese di Ramadan organizza conferenze e campagne per sensibilizzare la comunità a uno stile di vita che riduca sprechi e promuova il rispetto dell’ambiente, la Global Muslim Climate Network, la Muslim Environment Watch (MEW), la EcoMuslim e molte altre organizzazioni islamiche che, sia a livello internazionale che locale, svolgono un ruolo chiave nell’educare le comunità sull’importanza dell’ecologia. Esse integrano i valori religiosi con le sfide ambientali, sottolineando che la protezione della natura è un dovere spirituale oltre che sociale.
Convegni, forum, dibattiti e conferenze promossi da queste organizzazioni islamiche rappresentano un’importante piattaforma per integrare valori spirituali e azioni concrete a favore dell’ecologia. È evidente che il mondo islamico, che rappresenta circa un quarto della popolazione mondiale, sta assumendo un ruolo sempre più importante nella promozione della sostenibilità ambientale.

Nel 2015, a Istanbul, si è svolta una conferenza storica che ha portato alla “Dichiarazione Islamica sul Cambiamento Climatico Globale” (Islamic Declaration on Global Climate Change), riunendo studiosi, leader religiosi e ambientalisti musulmani provenienti da tutto il mondo per discutere dell’urgenza di azioni climatiche ispirate ai principi islamici.
Dialogo interreligioso
Nel 2019, l’importante “Dichiarazione di Mecca” (The Charter of Makkah) è stata approvata all’unanimità da un gruppo senza precedenti di principali studiosi musulmani del mondo, riuniti nella Città Santa di Mecca per promuovere l’Islam moderato. Essa offre ai musulmani di tutto il mondo una guida ai principi che esprimono il vero significato dell’Islam. Il punto 12 si riferisce chiaramente al dovere ecologico del musulmano: “Il pianeta di cui godiamo è un dono che ci è stato fatto da Dio. L’inquinamento e la distruzione delle nostre risorse naturali sono sia una violazione dei nostri diritti sia dei diritti delle generazioni future. Per proteggere il diritto di vivere in un ambiente pulito, tutti i paesi dovrebbero firmare trattati sul clima, smettere di inquinare e gestire il progresso industriale in modo da salvaguardare l’umanità ora e in futuro.”
Le organizzazioni islamiche stanno collaborando sempre più a livello interreligioso e internazionale, contribuendo ai grandi dibattiti sulla crisi climatica e offrendo una prospettiva etica e spirituale che arricchisce il panorama delle strategie per la tutela della Terra, dimostrando come la fede possa essere una potente motivazione per la tutela del creato. L’approccio islamico all’ecologia si inserisce oggi in un contesto più ampio di “ecologia integrale”, avvicinandosi molto alle riflessioni di altre religioni, come quelle del cristianesimo, come nell’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco.
Il dialogo interreligioso e interculturale su questi temi è oggi più che mai necessario per affrontare le sfide globali, promuovendo la collaborazione tra diverse fedi non solo per la salvaguardia del pianeta ma anche e soprattutto per la consapevolezza dei doveri dell’uomo, creato a Sua immagine, Suo rappresentante sulla terra e custode della Sua Creazione.
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