“Non andrà tutto bene”. Se non cambiamo paradigma

Due professori di chimica industriale dell’Università di Bologna, Leonardo Setti e Fabrizio Passarini, insieme a colleghi delle Università di Bari, Trieste e Milano e ai ricercatori della SIMA, Società Italiana di Medicina Ambientale (che ha predisposto un dettagliato dossier su “Qualità dell’Aria e Salute Pubblica”) hanno messo i dati della pandemia di Covid-19 aggiornati al 3 marzo (considerando un periodo di due settimane di incubazione) in relazione con quelli dell’inquinamento atmosferico e hanno riscontrato una correlazione tra la virulenza della pandemia e i livelli di inquinamento. A un picco di inquinamento, insomma, corrisponde un picco nei contagi due settimane dopo.

Non andrà tutto bene

Il futuro: non andrà tutto bene: è la conclusione di un articolo di Gian Luca Garetti, vice presidente di Medicina Democratica, sezione di Firenze, e membro di ISDE.
«Se non ci sarà un cambio di paradigma – scrive -, la crescita della popolazione – circa 11 miliardi nel 2030 – richiederà sempre più aumenti della produzione agricola e animale che amplierà l’uso agricolo di antibiotici, acqua, pesticidi e fertilizzanti e tassi di contatto tra l’uomo e gli animali selvatici e domestici, il tutto comporterà l’emergere e la diffusione di agenti infettivi (Jason R. Rohr, et al., “Malattie infettive umane emergenti e collegamenti con la produzione alimentare globale”)». È la conclusione di una dettagliata ricognizione della letteratura scientifica sui rapporti tra ecocidio, riscaldamento globale e pandemie e epidemie.

Indispensabile una svolta

La risposta all’emergenza, osserva il dottor Garetti, «non può essere solo “reattiva”, cioè limitata ai farmaci, vaccini, sussidi, al buonismo dei balconi. In questi tempi tristi che vanno sotto il nome di Antropocene e di Capitalocene, o si svolta a livello di cambiamento climatico, a livello di cura dell’ambiente, a livello sociale, a livello economico, a livello di sanità, che deve essere pubblica, o le cose non andranno certo bene».
L’articolo ricorda i dati della OMS sui morti per inquinamento atmosferico (ne abbiamo già parlato su questo sito) e ne aggiunge altri: ogni anno, ad esempio, in Italia ci sono circa 90.000 morti per il fumo di sigaretta (1-2 mila per il fumo passivo), per gli incidenti stradali ci sono 3.330 morti e 243.000 feriti, per l’antibiotico-resistenza muoiono ogni anno nel nostro paese circa 10.000 persone, l’antibiotico resistenza è una delle più importanti emergenze sanitarie. Ogni anno nel mondo per questo motivo muoiono 700 mila persone (una delle cause è l’uso massivo degli antibiotici negli allevamenti animali).

Più inquinamento = più rischio di morte

Dopo aver sottolineato la virulenza del Covid-19 in regioni altamente inquinate (l’Hubei, la Pianura Padana, la Corea), Gian Luca Garetti segnala un interessante studio sulla SARS, una epidemia che come abbiamo visto ha delle similitudini con Covid-19. Si tratta di “Inquinamento atmosferico e fatalità dei casi di SARS nella Repubblica popolare cinese: uno studio ecologico” di Yan Cui, che si stabilisce che «l’inquinamento atmosferico è associato ad un aumento della mortalità dei pazienti con SARS nella popolazione cinese».
La spiegazione biologica potrebbe essere che l’esposizione a lungo o breve termine a determinati inquinanti atmosferici potrebbe compromettere la funzione polmonare, aumentando quindi la mortalità SARS. Lo studio cinese, inoltre, ha collegato la diversa percentuale di mortalità della SARS col livello di inquinamento dell’aria: i malati di SARS che abitavano nelle regioni con qualità dell’aria peggiore presentavano un rischio di morte dell’84% più alto.
Il particolato ultrafine potrebbe agire come carrier del virus, trasportandolo fin dentro gli alveoli polmonari, esacerbandone la virulenza.

Virus e animali

Un altro legame è tra virus e animali. Molte malattie, tra cui molto probabilmente l’attuale pandemia del nuovo Coronavirus, infatti sono delle zoonosi, cioè sono iniziate negli animali e poi “saltate” all’uomo. Molti virus animali hanno fatto il salto di specie, cioè sono passati dai volatili (sia migratori, sia stanziali in allevamenti e mercati), per “pressioni” non naturali, dal loro serbatoio animale/naturale all’uomo. «Negli ultimi vent’anni, sono state registrate diverse epidemie virali: la sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV) nel 2002-2003 e l’influenza H1N1 nel 2009. Più di recente, la sindrome respiratoria del Medio Oriente coronavirus (MERS-CoV), identificata per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012 ed Ebola».
L’emergenza della malattia è correla con la densità della popolazione umana e la diversità della fauna selvatica, ed è guidata da cambiamenti antropogenici come la deforestazione e l’espansione dei terreni agricoli (cioè, il cambiamento nell’uso del suolo). Tra le possibili cause della intensificazione di crisi sanitarie ci sono dunque l’’intensificazione della produzione di bestiame e un aumento della caccia e del commercio della fauna selvatica (Moreno, Di Marco et al., “Lo sviluppo sostenibile deve tenere conto del rischio di pandemia”, PNAS 25 febbraio 2020, 117 (8) 3888-3892).
Di qui la citata conclusione dell’articolo: il paradigma deve cambiare, sia sul piano delle attività che causano inquinamento, sia nel rapporto con la Natura.

 

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