Skip to main content

Volontari delle cause giuste, nell’anno internazionale proclamato dall’Onu

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 5 minuti

Volontari delle cause giuste, nell’anno internazionale proclamato dall’Onu
Ottant’anni dopo la faticosa e contraddittoria uscita da un ciclo di due guerre mondiali, l’umanità è nel gorgo di una nuova fase, convulsa e preoccupante. Ma c’è chi si impegna per raddrizzare la barra del fragile vascello: sono i volontari delle cause giuste.

Pubblichiamo l’editoriale del direttore Mario Salomone che apre il numero di marzo 2026 di “.eco”.

Il 15 settembre 1971, un piccolo gruppo di attivisti salpò da Vancouver (Canada) verso l’isola di Amchitka, al largo dell’Alaska, per cercare di fermare un test di armi nucleari statunitense. I fondi per la missione furono raccolti con un concerto, la loro vecchia barca da pesca era stata ribattezzata “The Greenpeace”. La marina militare Usa li fermò, ma una delle più importanti associazioni ambientaliste era nata. Erano volontari.

Erano volontari i venti milioni di cittadine e cittadini che il 22 aprile 1970 scesero in piazza negli Stati uniti per il primo Earth Day. E sono volontari i milioni di persone che si impegnano in numerosissime organizzazioni vecchie e nuove, dallo storico WWF (il ramo italiano festeggia nel 2026 i sessant’anni, essendo stato fondato il 5 luglio del 1966) ai più recenti movimenti come Fridays for Future o Extinction Rebellion.

Sono volontari le cittadine e i cittadini che – armati solo di fischietti e smartphone – monitorano nelle strade delle città Usa, a rischio della vita, le brutali spedizioni delle squadracce dell’ICE. Gli operatori delle organizzazioni umanitarie a Gaza e in altri teatri di massacri e genocidi. Loro, come i giornalisti, anche quando sono dei dipendenti, sono in fondo anche dei volontari: affrontano volontariamente sacrifici e situazioni durissime, spesso vengono uccisi.

Impegnarsi, una festa

Non se ne sta parlando molto (noi fra i pochi che lo fanno): il 2026 è stato proclamato dall’Assemblea generale delle Nazioni unite “Anno internazionale del volontariato per lo sviluppo sostenibile” per promuovere e riconoscere il volontariato come forza significativa per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030. L’Assemblea Generale ha invitato gli Stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite e altri attori rilevanti, inclusi la società civile, il settore privato e il mondo accademico, a osservare l’Anno internazionale a livello nazionale e regionale.

Anche questa rivista e tutta la rete WEEC, con i suoi diversi strumenti (tra cui le altre due testate “il Pianeta azzurro” e “Culture della sostenibilità”), non potrebbero vivere e fare tutto ciò che fanno senza il supporto di centinaia di volontari che scrivono gratuitamente, sottoscrivono, partecipano, si assumono – senza compensi – responsabilità, gestiscono l’attività quotidiana, gli eventi e gli strumenti di comunicazione ricchi di notizie, riflessioni, studi e approfondimenti.

Farlo è uno sforzo, ma è anche una festa: guardate, ad esempio, le fotografie delle nostre scuole residenziali che trovate nei vari numeri di “.eco” e sul sito web rivistaeco.it (in molte di esse compare il volto di Antonio Bossi, un protagonista dell’educazione ambientale italiana che ci ha lasciato il 7 gennaio scorso e che ricordiamo in questo numero).

Sono volti sorridenti, come sorridenti sono i volti di chi sfila nei cortei e di chi partecipa alle lotte per un mondo più giusto, non devastato dalla cupidigia di un modello basato sull’ingiusto sfruttamento e sul profitto ingiusto e incontrollato.

Scopri l’anteprima del nuovo numero di .ECO con il nostro articolo “Mal d’Africa: il prezzo dello sviluppo” e resta con noi: l’intero numero sarà disponibile online a breve e in versione cartacea da marzo. 👉 CLICCA QUI

L’importanza di essere comunità

E le lotte producono canzoni, canzoni che diventano colonna sonora delle lotte, adattandosi ai contesti, tradotte in molte lingue (com’è successo a “Bella ciao”). La musica rimane, le parole possono cambiare.

Ovunque e sempre, in ogni angolo del mondo e in ogni momento della storia, la lotta, l’impegno sono sorriso e canzone, fratellanza e sorellanza. Certo, ci sono le difficoltà, ci sono i momenti bui, qualche volta l’orizzonte si fa più scuro e gli eventi più drammatici, gettando su tutti il velo della preoccupazione e del dolore. Ci salvano sempre il senso dell’azione collettiva, lo stare insieme, la solidarietà. La speranza, che esige operosità.

Le comunità cercano di essere in rete con altre; le reti che vivono e durano diventano anche comunità di ideali e di impegno. Di tutto questo c’è grande bisogno oggi. Ottant’anni dopo la faticosa e contraddittoria uscita da un ciclo di due guerre mondiali, l’umanità è nel gorgo di una nuova fase, convulsa e preoccupante.

Un mondo nel caos

La colta e civile Europa, per secoli, aveva conosciuto rari momenti di pace. Aveva portato armi, ferro e malattie negli altri continenti, assoggettandoli e umiliandoli. Poi si era dilaniata per un trentennio (tra l’attentato di Sarajevo e il crollo dei regimi azifascisti) in una guerra prima definita “Grande”, poi ribattezzata “mondiale” (quando se ne colse la vera natura e portata) e seguita da una “Seconda”. Ma,

in realtà, fasi di un unico ciclo che aveva le stesse cause (mire imperiali, affarismo, militarismo, nazionalismo).

In mezzo al ciclo, la sanguinosa repressione italiana in Libia, la criminale aggressione italiana all’Etiopia, le guerre civili (in Russia, 1918-1923, e in Spagna, 1936-1939) e un bel po’ di regimi totalitari in Europa (Polonia, Ungheria, Jugoslavia, Grecia, Bulgaria e Romania).

Dittature anche in America Latina. In Cina un’altra guerra civile e la feroce invasione giapponese. L’efficiente Germania industrializzava lo sterminio e la tecnologica Usa inventava l’arma capace di distruggere il pianeta.

La creazione delle Nazioni unite, il relativo equilibrio tra Ovest e Est in una guerra rimasta fortunatamente “fredda”, la generale decolonizzazione, i movimenti di liberazione, il Sessantotto, il welfare conquistato grazie alle lotte operaie avevano aperto spazi al rinnovamento, al diritto internazionale, a nuove speranze di democrazia. Il potere, a Ovest come a Est, si poteva battere, gli afroamericani potevano andare a scuola e i muri crollavano a Berlino.

Certo, quel progresso (presentato come irreversibile e continuo, una marcia trionfale dell’umanità verso il paese di Bengodi, verso sorti magnifiche e la conquista della Luna e di Marte, con la felicità compresa nell’offerta) aveva un suo prezzo (il saccheggio – si veda in questo numero il dossier sull’Africa –, la crescita dell’impronta ecologica, lo sconvolgimento climatico,…), ma tant’è.

Ora la fase sembra essere di nuovo quella di un’epoca di caos e di prevalenza dei violenti e dei sopraffattori.

Dall’Antropocene a…

Abbiamo vissuto gli ultimi 250 anni in un’epoca (che da molti viene chiamata “Antropocene”) basata sul “più” (in crescita esponenziale): più carbone, più petrolio, più ferro, più automobili, più cose usa e getta, più obsolescenza programmata, più plastica, più rifiuti, più minerali rari, più inquinamento, più migranti, più riscaldamento globale e quindi più fusione dei ghiacci, più telefonini, più canali TV, più app, più intelligenza artificiale, più multimiliardari, più disuguaglianze, più energia per alimentare tutto questo.

Da questo Antropocene stiamo uscendo, per transitare verso un’epoca che ancora non conosciamo, il cui aspetto (e il suo nuovo nome) dipenderà dalle scelte di miliardi di persone. Ora, dunque, abbiamo bisogno di vie diverse, non di marce (militari, tanto meno), ma di cammini collettivi. Non di “più” beni materiali, ma di più beni immateriali: più giustizia sociale e ambientale, più cultura, più natura, più convivialità. Abbiamo bisogno, dunque, dei sorrisi e della volontà dei volontari — fiera e determinata, paziente e mite.

I volontari delle cause giuste.

.eco” di marzo ricorda che il futuro, se vuole essere sostenibile, ha bisogno di volontari. Diventa volontario dell’ambiente, scrivi a [email protected]

Nel nuovo numero di “.eco – l’educazione sostenibile” approfondimenti, testimonianze e strumenti per chi vuole educare al cambiamento. È possibile abbonarsi in formato digitale o cartaceo su www.shop.weecnetwork.it.

Scoprilo su “.eco” di marzo: abbonati, condividi, partecipa

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.