Ponte sullo Stretto? Le priorità del Sud sono altre

Non di ponti ha bisogno il Sud (territorio dissestato e sismico che perde abitanti), ma di scuole, ospedali, infrastrutture, acquedotti, rilancio delle sempre più trascurate aree naturali protette, climatizzazione e riduzione dei consumi energetici in genere, con il ricorso massiccio al fotovoltaico.

Il Ponte? Proviamo a ragionare per paradossi. Cioè provo a dire che per quanto fortemente sismica e pur essendo una delle aree d’Italia nelle quali non è remota la possibilità del “big one”, in una circostanza di questo tipo ne risentirebbero Reggio Calabria e Messina come avvenne nel 1908 mentre il ponte resterebbe saldamente dove è stato costruito; provo a dire che il costo economico di realizzazione è fortemente elevato, ma il beneficio in termini di creazione di posti di lavoro e di vantaggi per l’economia di Reggio e Messina è certamente superiore; aggiungo che non si può dire con certezza che da Stoccolma, Oslo ed Helsinki non vedono l’ora di arrivare più rapidamente in Sicilia evitando il trasporto di treni e auto tramite traghetti, ma certamente l’intera Europa continentale si avvicinerebbe – come il resto d’Italia, d’altra parte – alla Sicilia; provo a continuare questa analisi dei costi e benefici rispondendo che i benefici sono superiori ai costi economici e sociali.

Domande di non poco conto

IL MITICO PONTE WEB
Duemila anni di storia del ponte sullo stretto nel documentato libro di Aurelio Angelini.

Provo a dire tutto questo in cui non credo, ma devo aggiungere anche qualche domanda di non poco conto:

  1. Nella necessità di infrastrutturare al meglio degli obiettivi bisogni l’Italia intera, la realizzazione di un ponte tra Reggio e Messina occupa proprio il primo posto?
  2. qualcuno si è chiesto quanti siciliani in percentuale sui residenti nell’isola ritengono utile questa costruzione?
  3. qualcuno si è chiesto una volta costruito il ponte e reso più agile e rapido lo “sbarco” nell’isola, dove, come e in quanto tempo questi “fortunati” andranno da Messina a Palermo, Catania, Agrigento, Caltanissetta… in un territorio favorito dalla natura e dalla storia che lo hanno dotato di incomparabili bellezze, ma ampiamente sfavorito proprio nella rete infrastrutturale ferroviaria e autostradale?
  4. E via continuando con altre domande.

La madre di tutte le risposte

Forse la madre di tutte le risposte può essere questa che mutuo da Salmon Rushdie il quale ha scritto (“New York Times Book Review”, 2005), che “l’alienazione non è mai stata così diffusa: ragione di più per costruire ponti”. E, partendo da questa constatazione, mi sembrano più legittime le perplessità e le opposizioni alla realizzazione di questo ponte.

Territorio fragile

Lo stretto di Messina è attraversato da una faglia.

Credo si possa cominciare osservando che questa opera appare sempre più come un ponte tra lo “sfasciume pendulo sul mare”, secondo la definizione che Giustino Fortunato dava della estrema punta della Calabria, e lo sfasciume delle colline messinesi le quali sono state dolorosamente all’attenzione delle cronache con ricorrenti alluvioni e frane. Allora, anche se non si volesse mettere in discussione l’utilità di quest’opera e se non si volesse discutere sulla pericolosità sismica dell’area, bisogna, comunque individuare quale è l’ordine di priorità di opere che abbiano concreto effetto sul Mezzogiorno e particolarmente su Calabria e Sicilia.

Scriveva duemila anni fa l’evangelista Matteo

Innanzitutto, lo sfasciume. Non v’è chi non sappia quale è la differenza tra costruire sulla sabbia e costruire sulla roccia. Senza ricorrere ai manuali di ingegneria, ricordo quanto con parole semplici e comprensibili a tutti, scriveva duemila anni fa l’evangelista Matteo (7, 24-27) a proposito di chi abbia comportamenti saggi e che, in quanto tale, “è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.” Al contrario dello “stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande”.

Basta pensare alle costruzioni sulle fiumare calabresi e a quelle sulle colline messinesi per capire di che cosa si parla.

Comunque, ferma restando la priorità della messa in sicurezza delle aree che dovrebbero accogliere le estremità del ponte; ferma restando questa priorità, quando, dopo avere terminato la costruzione della autostrada Salerno Reggio Calabria si terminerà anche quella del ponte, centinaia di migliaia di persone arriveranno più rapidamente e comodamente di oggi a Messina, che cosa succederà? Si fermeranno tutte qui (e per che fare?) o procederanno in direzione Palermo, Catania, Siracusa, Enna? E con quali mezzi di trasporto? Su quali strade? In quanto tempo e con quale comfort?

Non si può seriamente ignorare che questi quesiti hanno bisogno di risposte non solo chiare, ma preventive alla realizzazione di questa impresa. Sono risposte che, a prescindere dalla costruzione del ponte ancorché in un periodo di “diffusa alienazione”, sono mancate da tutti i governi.

Quali infrastrutture per il sud

Ora che abbiamo anche un ministro delle Infrastrutture e dei trasporti è da questo che le si aspetterebbe. Cominciando col ricordare che infrastrutture non sono solo strade e autostrade, ma è anche quell’insieme di opere pubbliche realizzate con l’obiettivo di rendere più e meglio vivibile il territorio e l’ambiente nel quale si trovano. E con il non trascurabile obiettivo di creare una buona quantità di posti di lavoro dando senso alle politiche di sviluppo sostenibile cioè durevole.

Le regioni meridionali le quali, fra l’altro, hanno ricominciato, pericolosamente per l’intero paese, a perdere abitanti ne hanno particolarmente bisogno e, dando soddisfazione a questi bisogni, si potrà anche trattenere le partenze e incentivare i rientri.

Dunque, è su altri interventi e altro lavoro che bisogna puntare per il Mezzogiorno. Interventi, ad esempio, sul territorio dissestato e sismico dell’intero Appennino meridionale dando sicurezza al territorio e vivibilità all’ambiente.

Quali priorità

Frana nel Messinese (foto Vigili del fuoco)

Questa sicurezza è quella che si realizza cominciando dalla grande quantità di edifici “sensibili” fortemente esposti a rischio. A quello, cioè, che una volta materializzatosi, si definisce “catastrofe annunciata che si poteva evitare”. Si tratta delle scuole e degli edifici pubblici in genere. I quali, poi, una volta che si decidesse di intervenire, potrebbero/dovrebbero anche essere fatti oggetto di interventi di climatizzazione e di consumi energetici in genere, col ricorso massiccio al fotovoltaico. Né il discorso si esaurisce qui. La sistemazione della sconquassata rete degli acquedotti è un altro intervento cui non si può tardare a metter mano. E non è da meno il rilancio delle sempre più trascurate aree naturali protette (parchi nazionali, regionali eccetera) che sono un altro potente attrattore di risorse e sviluppo economico.

Con quali soldi intervenire? Se si vuole dare un senso concreto ed un autentico significato alle due R dell’acronimo PNRR cioè al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in questo calderone si trova non poco del necessario.

Se poi avanzasse qualche spicciolo, si potrà anche pensare a costruire ponti.

Anche perché non vorrei aver dato l’impressione di innalzare un muro contro il “Decreto sul Ponte sullo stretto di Messina” approvato (salvo intese) dal Consiglio dei Ministri. Per cui faccio mio l’avvertimento di Papa Francesco: (luglio 2016) “ Giovani, abbiate il coraggio di insegnarci (…) che è più facile costruire ponti che innalzare muri”.

Comunque io da tempo non sono più giovane.

(Riprendiamo volentieri l’articolo di Ugo Leone uscito su “Strisciarossa”)

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UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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