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Quell’ipermascolinità tossica motrice delle guerre climatiche

| Federica Benedetti

Tempo di lettura: 4 minuti

Quell’ipermascolinità tossica motrice delle guerre climatiche

Per comprendere le risposte politiche ai cambiamenti climatici e l’impatto che le guerre hanno avuto (e hanno tuttora) sull’ambiente, è necessario interrogarsi sul modus operandi machista che, ormai è evidente, sta alla base del degrado ambientale.

Una “macchina motrice”, ovvero una macchina che produce energia meccanica. Una macchina che, dalla rivoluzione industriale, ha dato il via allo sviluppo economico dell’Occidente e ha affermato l’egemonia dell’uomo bianco su tutto il pianeta. La rivoluzione industriale fu un processo che permise all’uomo bianco di esercitare il proprio potere attraverso l’estrazione e l’utilizzo di combustibili fossili per alimentare proprio queste macchine. Un rapporto tra il consumo di combustibili fossili e la società patriarcale quindi è evidente, ed è definito attraverso il concetto di petro-mascolinità, neologismo creato da Cara Daggett, professoressa di scienze politiche del Dipartimento di Scienze Politiche alla Virginia tech.

Machismo tossico e degrado ambientale

Il capitalismo fossile, ovvero il capitalismo basato sui combustibili fossili, è caratteristico dei regimi politici autoritari, in cui l’identità maschile, supportata dalla società patriarcale, ha la necessità di essere esaltata. Questo è un elemento importante per comprendere le risposte politiche ai cambiamenti climatici. Possiamo trovare un emblematico esempio dell’esaltazione di questa identità maschile nell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, un negazionista dei cambiamenti climatici. Il ritiro dall’Accordo di Parigi sul clima e la decisione di mettere un negazionista del riscaldamento globale e sostenitore dell’industria petrolifera (Scott Pruitt) a capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente sono solo due delle scelte prese dall’Amministrazione Trump per mantenere lo status quo della società patriarcale.

“Negazionisti del clima”

Un machismo tossico che si presenta quando la mascolinità egemonica si sente minacciata, emergendo quindi in difesa di uno status quo in cui il comportamento stereotipo maschile deve sempre essere enfatizzato e portato all’esacerbazione; nel caso della petro-mascolinità, attraverso l’estrazione e l’utilizzo di combustibili fossili. Ed è proprio questo machismo tossico a far sfregare le mani ai molti sostenitori dei combustibili fossili. Infatti, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia avvenuta meno di un mese fa rischia di far prendere decisioni che vanno nella direzione opposta alla decarbonizzazione dell’economia globale e alla conseguente adozione di energia pulita. L’Europa è sempre dipesa dai combustili fossili della Russia, e in Italia in questo momento siamo di fronte ad una crisi del gas, dovuta alla riduzione delle sue forniture e all’aumento dei prezzi. Questa guerra potrebbe portare alla riapertura delle centrali a carbone, diventando così un capro espiatorio per tornare indietro nel tempo nella transizione energetica.

Armi, violenza e l’impronta ecologica della guerra

Conosciamo tutti bene la foto che ritrae Vladimir Putin in sella ad un cavallo. Fa parte di una serie di foto in cui il presidente della Federazione Russa si fa ritrarre in tutta la sua (iper)mascolinità: va a pesca e a cavallo (rigorosamente a petto nudo), pratica judo e nuota in un lago siberiano. Tuttavia, nel rappresentare il comportamento stereotipo maschile, non può mancare una “militarizzazione” della sua immagine. Perciò non solo il suo machismo viene esaltato attraverso lo svolgimento di attività avventurose, ma anche attraverso la rappresentazione di quella violenza maschia che diventa l’emblema della sua politica: e così viene rappresentato con in mano una pistola o mentre guarda il lancio di un missile durante un’esercitazione della marina militare.

La violenza, le armi e la guerra dovute a quell’ipermascolinità tossica sono ormai da considerare una forma di disturbo antropogenico dell’ambiente. Infatti, c’è sempre stata un’interconnessione tra guerre e ambiente, ma solo da alcuni anni si analizza l’impatto che la guerra ha sugli ecosistemi. Questo impatto può avvenire in modo diretto o indiretto: lo spostamento delle truppe e gli attacchi aerei possono essere dannosi per via delle emissioni di gas; le immagini dei pozzi di olio bollente che rilasciavano fumo durante la guerra del Golfo mostrano come le guerre possono causare un inquinamento dell’atmosfera; l’estrazione di metalli e minerali può portare alla deforestazione.

Di particolare rilievo è la guerra del Vietnam, da considerare diversa dalle guerre precedenti del XX secolo, perché la distruzione di componenti specifiche dell’ambiente del paese divennero parte della strategia militare, dove l’obiettivo principale era eliminare le foreste per eliminare la copertura per le truppe nemiche e per creare delle aree di atterraggio per le truppe trasportate dagli elicotteri. Per rimuovere grandi porzioni di foresta vennero impiegati agenti chimici. Tuttavia, le sostanze chimiche contenute dagli erbicidi non danneggiarono solo la vegetazione, ma ebbero effetti dannosi anche sulle persone che si trovavano nelle foreste, comprese le truppe statunitensi e gli abitanti dei paesi.

Villaggio di Dai Do (Vietnam), maggio 1968

Un modus operandi machista che non può avere un futuro

I danni che le guerre causano all’ambiente sono permanenti, durano nel tempo e vanno quindi oltre il periodo del conflitto, lasciando delle cicatrici sui paesaggi. Un ecosistema marchiato da un’attività umana che ha ormai superato il limite di consumo delle risorse della Terra, indice che determinate scelte economiche e politiche ormai non possiamo più permettercele. Quell’ipermascolinità tossica motrice delle guerre climatiche mantiene attivo un meccanismo in cui la mascolinità egemonica macchia ogni possibilità di vincere la battaglia contro i cambiamenti climatici, ed è per questo motivo che la società patriarcale non può più permettersi di giocare alla guerra e che il modus operandi machista non può più avere un futuro.

Scrive per noi

Federica Benedetti
Federica Benedetti
Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.