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La costruzione di un linguaggio comune per nuovi metodi di collaborazione

| Federica Benedetti

Tempo di lettura: 4 minuti

La costruzione di un linguaggio comune per nuovi metodi di collaborazione

Un’educazione interdisciplinare e la costruzione di un linguaggio comune permettono la nascita di nuovi metodi di collaborazione per far fronte ai problemi di comunità. Ne parliamo con Monica Ruffato, pedagogista e antropologa.

Autrice di “Il lavoro dei bambini. Storie di vita e di movimenti oltre il lavoro minorile” (2006), Monica Ruffato, dopo essersi laureata in Scienze dell’Educazione alla fine degli anni Novanta, inizia a interessarsi all’alterità e dei processi di costruzione identitaria. Questo interesse la porta a intraprendere un percorso formativo in antropologia culturale per trovare una risposta alla domanda: “perché siamo diversi? Perché siamo educati in modo diverso?”. Durante le sue ricerche in giro per il mondo, Ruffato rimane incantata dal Messico, nello specifico dallo stato del Chiapas, dove da circa trent’anni le comunità indigene si battono per la costruzione di una nuova società orizzontale contro la repressione e le continue minacce del loro territorio. In quei luoghi Ruffato si avvicina a temi riguardanti la costruzione attiva della cittadinanza attraverso la partecipazione.

“L’antropologia mi sembrava la disciplina adeguata che rispondesse a delle domande formative ed educative che riguardavano i processi di costruzione del protagonismo delle minoranze, dei bambini, dei ragazzi e di tutti coloro che ho incontrato nel mio lavoro di educatrice. Quindi la mia attenzione è sempre stata molto spostata sui processi: sul “come si fa” più che sul “cosa si fa”. Da lì ho maturato tanta esperienza, non solo come educatrice ma anche come facilitatrice. C’è sempre più bisogno di figure che facilitino questi processi, situati su più livelli, e che costruiscano insieme sistemi di collaborazione tra le varie realtà”, asserisce Ruffato.

Monica Ruffato

Il ruolo di facilitatrice per costruire un linguaggio comune

Ruffato si sta specializzando nel ruolo di facilitatrice, il cui obbiettivo è quello di trovare nuovi sistemi di collaborazione tra realtà diverse. Lavora infatti come esperta facilitatrice di comunità di pratiche per l’Impresa Sociale Con i Bambini e come operatrice di comunità per il Comune di Padova. Nel suo lavoro si occupa, ad esempio, dei patti educativi di comunità, facilitando i processi che portano ad alleanze tra sistemi diversi: la scuola, l’amministrazione comunale e la realtà del territorio. “La figura del facilitatore fa un po’ da collante tra le varie realtà. Facilito i processi e la gestione di questioni complesse dove abbiamo bisogno di trovare linguaggi e forme di collaborazione affinché i problemi non diventino soltanto appannaggio di sistemi individualistici, ma possano diventare patrimonio e responsabilità di più persone che si mettono d’accordo e che gestiscono la situazione in maniera collettiva. Le parole chiave sono partecipazione e comunità”, racconta Ruffato.

Nel suo lavoro di operatrice di sviluppo di comunità per il Comune di Padova, si occupa di prendere contatto con le realtà del territorio per analizzare insieme i bisogni del quartiere. Dunque, con i cittadini, le associazioni, i volontari e tutti coloro che sono interessati, si cercano risposte comunitarie condivise per la risoluzione dei problemi collettivi. Come facilitatrice Ruffato mette insieme queste realtà, condividendole innanzitutto con le istituzioni scolastiche “perché la scuola è importantissima, continua ad essere il centro culturale di un territorio, in particolare quando si parla di povertà educativa, ma non solo. Direi che la scuola fa ancora cultura ed è importante supportarne la sua apertura al territorio. Si deve, inoltre, lavorare ancora tanto sulla creazione di una vera amministrazione condivisa, attraverso i regolamenti dei beni comuni e tutti quegli strumenti di attuazione dei regolamenti come i patti di collaborazione e i patti educativi di comunità. Attraverso questi dispositivi si possono collezionare delle responsabilità collettive e delle collaborazioni che hanno una loro efficacia, una loro operatività, perché vanno a definire chiaramente obiettivi e le responsabilità di ognuno”.

“Quindi è un processo, un percorso a volte molto lungo che richiede anche un po’ di formazione, di preparazione di terreni e linguaggi comuni”, continua Ruffato, “Nel rapporto con la scuola non è semplice perché molti problemi emergenti passano attraverso una istituzione indebolita; e allora andiamo a vedere quali sono le strategie che ci possono aiutare a implementare un’alleanza forte, una collaborazione tra territorio e scuola, in modo da non fare sentire nessuno solo nell’affrontare le sfide quotidiane”.

Un dialogo interculturale per un’educazione alla reciprocità

Ruffato racconta come “l’antropologia metta al centro l’essere umano declinato al plurale, cioè non esiste che l’antropologia pensi a un essere umano già fatto e definito, ma si concentra proprio sulla diversità. Claude Lévi-Strauss diceva che bisogna porre lo sguardo sul secchio della spazzatura, su ciò che la società scarta. Ponendo l’attenzione su ciò che mettiamo in secondo piano, possiamo vedere che l’essere umano ha varie potenzialità, vari mondi possibili che si aprono e che in alcuni luoghi sono solo state rese latenti”.

L’antropologia ci permette di avviare un dialogo interculturale con l’alterità e di comprendere visioni Altre della realtà che ci circonda: “Ad esempio in Amazzonia le popolazioni indigene sono portatrici di una visione del mondo estremamente interessante anche per noi che viviamo qui e stiamo vivendo una situazione di crisi. Pensare ad esempio al cambiamento climatico o alla biodiversità, e sapere che esistono in altre parti del mondo dei gruppi culturali che hanno da tempo capito questo e stanno già mettendo in pratica dei modi di vivere capaci di lasciare spazi di rigenerazione sociale e ambientale, è molto interessante. È un mondo dove si impara, si impara tantissimo”.

E continua: “Per quanto riguarda l’educazione alla sostenibilità, per me che sono pedagogista da tanti anni, l’educazione deve sempre essere alla sostenibilità, così come l’educazione deve essere sempre interculturale. Non ho mai amato le educazioni “alla qualcosa”, perché ritengo che l’educazione debba sempre avere quell’interesse nei confronti del dialogo interculturale in senso ampio, e soprattutto alla sostenibilità. L’educazione – qui mi riferisco all’educazione in termini ampi e quindi che riguarda anche gli adulti – ci insegna che il nostro movimento evolutivo all’interno della comunità deve avere a che fare con la sostenibilità”.

Secondo Ruffato la vera educazione dovrebbe essere un’educazione alla reciprocità. Per ottenere un rapporto di reciprocità è necessario avviare una collaborazione tra parti; il cambiamento si ottiene insieme. “Il mio lavoro ha sempre a che fare con il tra, e pone attenzione a quello che succede tra le persone, non solo con le persone singole ma con le dinamiche di gruppo, per creare comunità sostenibili dove sono importanti le relazioni tra le persone: relazioni di reciprocità”.

Monica Ruffato consiglia:

  • “Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione” di Jonathan Haidt.
  • “Come pensano le foreste” di Eduardo Kohn.

Scrive per noi

Federica Benedetti
Federica Benedetti
Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.