Venezuela: la via nietzschiana delle relazioni internazionali
Tempo di lettura: 3 minuti
(Nella foto di apertura, l’arrivo di Maduro a News York)
“Governare il Venezuela finché non sarà possibile garantire una transizione giudiziosa”. Così Donald Trump ha spiegato, il 3 gennaio 2026, alla nazione, il fine dell’operazione Absolute resolve, “assoluta risolutezza”. In termini più chiari: “Governeremo noi il paese, ce lo possiamo permettere”. Possiamo mettere da parte l’intero apparato delle giustificazioni (Gaetano Mosca, potrebbe dire: delle “formole politiche”): introdurre la “democrazia” (gli Usa hanno instaurato regimi autoritari in Perù nel 1962, in Argentina, nel 1962 e nel 1966, in Guatemala, Ecuador e Honduras nel 1963, in Brasile, nel 1964, nella Repubblica Dominicana nel 1965; hanno rafforzato la dittatura di Alfredo Stroessner in Paraguay (1954-1989) e di Anastasio Somoza in Nicaragua (fino al 1979); lottare contro il narcotraffico.
Ma Trump ha imputato al Canada di esportare il Fentanyl negli Usa che, invece, è stato prodotto da Johnson & Johnson e da Purdue Pharma; ha graziato Juan Orlando Hernandez, ex presidente dell’Honduras, effettivo protettore dei cartelli della cocaina, estradato negli Usa e condannato a vari decenni di carcere.
Torniamo alla realtà: gli Usa, secondo Trump, si occuperanno del Venezuela “in modo appropriato e professionale. Faremo sì che le maggiori compagnie petrolifere del mondo investano milioni di dollari.”
Le opinioni pubbliche hanno memoria corta
Larga parte dell’opinione pubblica internazionale è rimasta allibita da tanta franchezza, pur ornata dalle consuete “correzioni del vero” che risuonano come un’eco dei tempi della “Guerra Fredda” – anche se le opinioni pubbliche hanno memoria corta, se non sono supportate da un’informazione completa.
Anche studiosi come Vittorio Emanuele Parsi manifestano, nell’immediato, perplessità assai significative: al TG3 Speciale delle ore 14:30 del 4 gennaio, pur riconoscendo la necessaria transizione del Venezuela da una dittatura a un sistema meno oppressivo (o diversamente oppressivo?), egli riconosce che Trump, nelle sue dichiarazioni ha parlato soprattutto del petrolio e ha aperto la strada a una “nuova normalità” nelle relazioni internazionali: l’utilizzo della forza per tutelare interessi non più “riverniciati” da pretesti di diritto internazionale.
Il mondo sta, forse diventando più sincero? E se è così, perché?
Il nichilismo, logica conclusione dei nostri grandi valori e ideali
Forse la risposta si trova in Nietzsche. Nella Volontà di potenza, leggiamo: “Perché mai è ora necessario l’avvento del nichilismo? Perché gli stessi valori che abbiamo avuto sin qui trovano nel nichilismo la loro ultima conseguenza; perché il nichilismo è la logica conclusione dei nostri grandi valori e ideali; perché noi dobbiamo prima vivere il nichilismo per riuscire a capire quale sia stato veramente il valore di questi valori. Abbiamo bisogno, quando che sia, di nuovi valori…” (La volontà di potenza, tr. it., Fratelli Bocca Editori, Milano, 1944, p. 10). E che cosa significa nichilismo? “Che i valori più alti si svalutano. Manca lo scopo; manca la risposta al ‘perché?’“(La volontà di potenza, cit., p. 18).
Si scopre che la vita è “volontà di potenza”, in ambito di relazioni politiche interne e internazionali, rapporti di forza. Si scopre che l’intero complesso delle formulazioni etiche e religiose sono astratte, oppure sono semplici “mezzi tonici” per l’azione e mezzi per coinvolgere le masse nelle proprie azioni. Ma il processo di “smascheramento” non è completo se la lotta per la potenza non è ricondotta al suo movente principale che si trova nella sfera economica.
Nietzsche non basta: occorre Marx: la borghesia, cioè il vettore storico dell’economia capitalistica, “ha avuto nella storia un ruolo sommamente rivoluzionario”; essa “ha risolto la dignità personale in un semplice valore di scambio; e alle molte e varie libertà ben acquisite e consacrate in documenti, essa ha sostituito una sola e unica libertà priva di scrupoli: il Libero Scambio. In una parola, al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha messo lo sfruttamento aperto, senza pudori, diretto e brutale” (K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito comunista, Edizioni Lotta comunista, Milano, 1998, pp. 10-11).
Il fallimento delle organizzazioni internazionali
Non sorprende che Trump sostenga una riaffermazione del potere di Washington nella regione di casa, l’emisfero occidentale, per proteggere le risorse essenziali; altri, prima di lui, lo hanno fatto con diversi pretesti o con diversi silenzi; lui lo fa esplicitamente, con qualche barlume di giustificazioni cui manifestamente non crede.
Il caso venezuelano (ma si potrebbe parlare anche del caso nigeriano e del caso iraniano) ci mostra il fallimento di organizzazioni internazionali che non hanno messo capo all’unica dimensione di normazione effettiva dei conflitti: lo Stato mondiale. Come ben sapeva Hegel, i conflitti economici richiedono il livello normativo della statualità; se guardiamo al mondo come a un’unica societas, una normazione che non disponga dei mezzi attuativi delle norme da essa stabilite per garantire le pari opportunità a tutti gli Stati è destinata a essere inoperante. Senza una polizia internazionale (e non di uno Stato), non può esistere la vigenza delle ordinanze di un tribunale internazionale; ma una polizia internazionale richiede uno Stato internazionale, uno Stato mondiale. Senza di esso, passeremo dalla volontà di potenza travestita da diritto alla volontà di potenza senza travestimento, dalla lotta per il profitto giustificata nei modi più vari, alla gretta manifestazione del profitto per il profitto.
Ultimi articoli
.Eco è la più antica rivista di educazione ambientale italiana. Un ponte fra scuola, associazioni, istituzioni e imprese
ABBONAMENTO INTEGRATO
Scrive per noi

- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
Dello stesso autore
Opinioni5 Giugno 2026Alcune prefigurazioni filosofiche dell’antropocene tra XIX e XX secolo
L'editoriale1 Giugno 2026In memoria di Edgar Morin
teatro12 Maggio 2026L’ambiguità del desiderio: Valter Malosti interpreta Shakespeare
Opinioni4 Maggio 2026Oggi come ieri (e come domani?). Sperando nei cavalieri del pensiero critico
