Da un anno all’altro. L’educazione ambientale di fronte alle sfide del 2026
Tempo di lettura: 8 minuti
(Nell’immagine di apertura, foto dall’album dell’evento di lancio dell’IVY 2026 – International Volunteer Year – il 5 dicembre 2025 all’Assemblea generale dell’Onu a New York, crediti: @UN Photo Digital Asset Management System)
Il carbone, la Befana lo ha portato tutto l’anno, insieme a gas e petrolio; la nuova alleanza, di fatto in Europa, tra centro e estrema destra ha proseguito lo smantellamento del Green Deal a favore della vecchia industria automobilistica, aggrappata al motore a scoppio (leggi Europa, dieci anni dopo Parigi: il passo indietro che ci allontana dal futuro di Luca Graziano); la COP30 in Brasile i petrostati e le lobby hanno fatto il solito fuoco di sbarramento (leggi A Belém inascoltate le voci della scienza e dei popoli, di Lorenzo Ciccarese); il complesso militare-combustibili fossili semina paura e raccoglie profitti e balzi in borsa; la macchina mediatica accompagna attivamente nazionalismi, problemi bellicosi, programmi di armamento, spedizione di cartoline precetto.
Guerre e genocidi hanno continuato a segnare le mappe del mondo e a proclamare la legge del più forte, che non guarda in faccia nessuno e tantomeno il diritto internazionale e la sovranità degli Stati.
Gli equilibri del pianeta hanno raggiunto “una fase di destabilizzazione senza precedenti” (leggi Il futuro che scegliamo: agire ora per un pianeta vivibile, di Lorenzo Ciccarese). Violenta e insaziabile, vediamo all’opera quella che anni fa ho definito “sindrome di Phileas Fogg”.

Eppure, il 2025 era stato un anno pieno di significativi anniversari, sia per l’ambiente, sia per l’educazione: i dieci anni dagli accordi di Parigi, i dieci anni dall’enciclica Laudato si’, tuttora tesoro di ispirazione e di impegno per credenti e persone di buona volontà. Per noi dell’educazione ambientale, era stato il cinquantenario del primo documento internazionale interamente dedicato a noi, scaturito dall’incontro avvenuto a Belgrado (ne ha parlato Gabriella Calvano nel numero di settembre 2025 di “.eco”) e il ventesimo dall’apertura del Decennio delle Nazioni unite dell’educazione per lo sviluppo sostenibile, della cui eredità il Comitato nazionale CNESA 2030 è attivo custode..
Legami che si chiariscono sempre più
Un merito, però, l’anno passato l’ha avuto: ha chiarito sempre meglio ciò che dovrebbe essere ovvio (ma pochi riconoscono), cioè il legame tra il saccheggio delle risorse (limitate e precarie, che siano non rinnovabili o rinnovabili) della Terra, la lotta economica e quella armata per il loro controllo, l’emergenza climatica, la deforestazione, l’ingiustizia sociale e ambientale (scopri i dati più aggiornati nell’articolo Giustizia sociale e ambientale. I nuovi dati su cui lavorare), la salute e molto altro ancora.
Economisti come Kate Raworth (con la “economia della ciambella) e scienziati del clima come Johan Rockström (ora co-direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, PIK) con il modello dell’Earth System Boundaries (sistema di cui gli esseri umani non solo fanno indissolubilmente parte, ma di cui sono diventati anche la forza maggiore, capace da solo di modificare il clima terrestre e la piega dell’evoluzione di piante e animali, decretandone anche la sesta estinzione di massa) hanno definito lo spazio “giusto e sicuro” in cui l’umanità può muoversi come rispetto sia dei limiti del pianeta sia dei diritti fondamentali, della giustizia sociale e del benessere umano.
Un nuovo contratto sociale per l’educazione, un nuovo contratto tra l’umanità e la Terra
Per l’educazione ciò significa qualcosa di più della stessa, giustamente invocata, interdisciplinarità e transdisciplinarità.
Nel 2021, un importante e troppo poco conosciuto documento dell’Unesco invitava a un “nuovo contratto sociale per l’educazione”, necessario a “reimmaginare insieme i nostri futuri” (la traduzione italiana è stata pubblicata dal Gruppo La Scuola-SEI ed è scaricabile gratuitamente una sintesi in italiano curata nel 2023 dalla Cattedra Unesco sullo sviluppo sostenibile dell’Università di Torino; Dario Padovan ha commentato il documento sulle pagine di “.eco”, marzo 2023). “Per troppo tempo, l’istruzione stessa – osserva l’Unesco – si è basata su una modernizzazione incentrata sul paradigma della crescita economica. Ma ci sono i primi segnali che ci stiamo muovendo verso un modello educativo ecologicamente orientato, radicato in conoscenze in grado di riequilibrare i nostri modi di vivere sulla Terra…”.
L’educazione ecologica, insomma, è un’educazione olistica e trasformativa che considera il contenuto, la pedagogia, l’ambiente di apprendimento e i risultati dell’apprendimento. Qualche anno prima, il biologo Edward O. Wilson aveva proposto un altro contratto, tra umanità e natura: destinare metà della superficie terrestre (“Half Earth”) a riserve naturali per preservare la biodiversità.
E il recente “position paper” prodotto dal gruppo di lavoro Cultura per la sostenibilità del forum nazionale istituito presso il MASE ha sottolineato che occorre “qualcosa di più di semplici aggiustamenti tecnici o normativi”: la situazione attuale (frutto della separazione tra cultura e natura, trattati “come due domini distinti e persino contrapposti”) “richiede una vera e propria transizione culturale che sappia cancellare quella separazione artificiosa tra natura e società che per troppo tempo ha orientato le nostre scelte collettive. Una cultura costruita su coraggio, ispirazione, creatività, ma anche su resistenza, attenzione ed empatia verso le fragilità che il nostro tempo produce”. Occorre, afferma ancora il documento, una cultura che “riconosca e valorizzi le relazioni, le interconnessioni, l’interdipendenza tra tutti gli elementi dei sistemi naturali e sociali”.
Un cambiamento di paradigma, un approccio olistico. Ovvero, l’educazione ambientale
Da qualunque parte lo si veda, è un profondo cambiamento di paradigma. L’educazione ambientale cosa vi aggiunge, cosa vi apporta? La primogenitura, già cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del XX secolo, nella comprensione dello stretto intreccio tra ecologia e società, tra sistemi energetici e culture (materiali e immateriali), tra sfruttamento di risorse, tecniche, civiltà. Un rapporto di interdipendenza che è esistito fin dal Paleolitico e che, di epoca in epoca, è proseguito, con ritmo sempre più rapido e con sempre maggiore impatto sul pianeta, fino all’antropocene (o in qualunque altro modo si voglia chiamare l’accelerazione esponenziale e la dinamica strutturalmente diversa degli ultimi secoli). Complessità, interconnessione, reciproca influenza tra ambiente e società, appartenenza alla natura in quanto frutto anche noi di un processo evolutivo (sia pure del tutto inusitato e speciale), cittadinanza planetaria, comunità di destino, limite sono alcune delle parole chiave che hanno contraddistinto fin da subito l’educazione ambientale.
Inoltre, essa apporta a ogni sistema educativo (costituito da luoghi fisici, norme, gerarchie, finalità, programmi e metodi) anche un sistema di valori, come la cultura come strumento di liberazione e di uguaglianza, la non neutralità di scienza e tecnica, o l’idea che l’educazione non si riduca al settore formale (scuola, università, formazione professionale), ma avvenga anche attraverso tutti i canali non formali (le attività educative intenzionali attuate in altri ambiti e con una vasto arco di modalità) e informali (l’infosfera, le arti, comprese le nuove e nuovissime).
Negli stessi anni, il Club di Roma dimostrava i limiti della crescita e la necessità di un apprendimento trasformativo, alla cui rivisitazione ora la rete mondiale WEEC sta lavorando insieme al grande “think tank” fondato nel 1968 dall’italiano Aurelio Peccei. Il nuovo rapporto, elaborato congiuntamente, si intitolerà “No Limits to Hope”.
I pilastri dell’educazione, il ruolo di “.eco” & C.
L’educazione ambientale, insomma, lavora su molti livelli e l’insieme di iniziative, di prodotti delle riviste e della rete WEEC dà un contributo fondamentale, sia in Italia sia a livello internazionale:
1. Nel settore formale, contro quelli che David Orr chiama i “miti” dell’educazione: per la pratica ambientalmente coerente nei luoghi fisici (un tema che abbiamo portato in Italia per primi, poi ripreso da molti), per un’educazione “trasformativa”, per metodi e contenuti “ecologici”, per uno stretto legame tra scuola, università, territorio e comunità.
2. Nel settore non formale, mettendo in rete chi vi opera, offrendo strumenti di aggiornamento e crescita professionale, occasioni di incontro e di scambio di buone pratiche.
3. Nel settore informale, con molti strumenti editoriali multimediali (a stampa, online, in video), enfatizzando l’intelligenza emotiva (che poi riportiamo nei settori formale e non formale), formando anche gli operatori dei media.
Tutto questo si chiama lavorare per un’“educazione sostenibile” (che è il sottotitolo di “.eco” e l’obiettivo finale di tutto quanto facciamo come rete WEEC, anche con “il Pianeta azzurro”, “Culture della sostenibilità”, l’e-learning, gli incontri in presenza e, last but not least, i congressi mondiali (il tredicesimo si terrà quest’anno a Perth).
E nel concreto? Portare un sorriso
Il cambiamento di paradigma, l’apprendimento trasformativo e l’educazione sostenibile richiedono anche temi concreti su cui mettere alla prova la capacità di lavorare insieme, di cambiare focus e di innovare, non per il profitto di pochi né per l’arricchimento personale.
Un tema fondamentale è l’azione, ”dal basso”, di costruzione o ricostruzione di comunità, come tessere di un mosaico di iniziative di sostenibilità locale, in cui la cultura gioca un ruolo fondamentale. Questa rivista e la conferenza nazionale che abbiamo organizzato a Ischia ad aprile 2025 (leggi il report sulla conferenza nel numero di giugno 2025) sono solo alcuni esempi dell’importanza che vi attribuiamo.
Un elenco di temi, e di conseguenti azioni necessarie e urgenti, l’ha proposto il settimo rapporto dell’Unep, di cui ha parlato il già citato articolo di Lorenzo Ciccarese e cui rimandiamo. Andare finalmente oltre il PIL come indicatore economico e riorientare tutta la sfera finanziaria, cambiare, in modo equo e trasparente tutta la produzione, il consumo e la circolazione delle merci, decarbonizzare e rendere accessibili a tutti i sistemi energetici, passare a diete sane e sostenibili e eliminare gli sprechi, conservare e ripristinare la biodiversità e contrastare il cambiamento climatico, lavorare tutti insieme, valorizzando saperi diversi, in particolare la conoscenza indigena e locale: queste le priorità suggerite dall’Unep, per ottenere cambiamenti radicali nei sistemi di economia e finanza, materiali e rifiuti, energia, cibo e ambiente e la produzione e il consumo insostenibili.
Ma soprattutto, si tratta di ricomporre un impegno complessivo e condiviso (anche tra i diversi soggetti che se ne occupano) per il clima, l’ambiente, la pace, la cittadinanza globale, la salute, i diritti, la giustizia e l’uguaglianza sociale.
Il 2026, che si è aperto con l’ennesimo atto di forza bruta (l’aggressione Usa al Venezuela e il rapimento del suo presidente), è anche l’anno internazionale dedicato dall’Onu al volontariato per lo sviluppo sostenibile. Anche questo è per noi un impegno in primo piano e al volontariato ambientale la rivista e tutta la rete riserveranno iniziative e attenzione. E che il volontariato ci porti un sorriso.
Scheda
Dal WWF cinque buone notizie del 2025
Dalle foreste agli oceani, passando per le specie a rischio come il leopardo delle nevi fino alla difesa delle popolazioni indigene, il WWF ha annunciato cinque buone notizie per l’ambiente nel 2025.
1. TFFF: un fondo per le foreste
È stato lanciato il Tropical Forest Forever Facility (TFFF) per la conservazione delle foreste tropicali. Sviluppato con il contributo del WWF, mira a premiare i paesi che preservano le foreste. I finanziamenti saranno destinati direttamente alle popolazioni indigene e alle comunità locali.
2. Leopardo delle nevi: le conferme dal Nepal
Le stime della primavera scorsa in Nepal hanno confermato la presenza di 397 esemplari di leopardo delle nevi, una delle specie più rare ed elusive al mondo. È una vittoria per i leopardi delle nevi e per l’intero ecosistema himalayano.
3. La Dichiarazione di Brazzaville: un momento storico per la difesa degli indigeni
Il 2025 segna un momento storico per la leadership indigena. Dal cuore del bacino del Congo, i leader si sono uniti per lanciare un messaggio forte al primo Congresso mondiale dei popoli indigeni: quando i diritti degli indigeni vengono rispettati, la natura prospera e le comunità si rafforzano. La Dichiarazione di Brazzaville è un forte appello alla giustizia, alla protezione delle foreste e a una reale collaborazione con coloro che da generazioni si prendono cura del pianeta. Purtroppo, ancora oggi le comunità indigene sono le prime a pagare – anche con la vita – la distruzione delle foreste e degli altri ecosistemi.
4. Trattato sull’Alto Mare: proteggere il mare di tutti
Dopo oltre vent’anni di sforzi e di pressioni da parte anche di associazioni come il WWF, il Trattato sull’Alto Mare ha ufficialmente superato l’ultimo ostacolo per entrare in vigore. Il suo obiettivo è proteggere le vaste distese oceaniche al di là dei confini dei diversi paesi. Questo traguardo rappresenta un enorme passo avanti: la creazione di regole vincolanti per conservare la biodiversità marina, condividere equamente i benefici e rafforzare la cooperazione globale. Il Trattato è necessario per attuare il Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal (GBF), che impegna i Paesi a proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030
5. Squali nel Mediterraneo: una svolta storica
Durante una settimana storica per la conservazione, nel corso della 24ª Conferenza delle Parti della Convenzione di Barcellona e della 20ª Conferenza delle Parti della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate (CITES) è stato approvato un pacchetto di misure che ridefinirà la gestione e la protezione degli squali. A livello globale, le decisioni riguardano circa 80 specie di squali e razze e hanno ottenuto un sostegno senza precedenti, con tutte le misure adottate per consenso o con oltre l’80% dei voti favorevoli. Nel Mediterraneo sei specie di squali, tra cui lo squalo grigio, lo squalo volpe e la verdesca (a rischio critico di estinzione), sono ora tutelate a livello regionale, mentre altre, incluse mante e mobule, sono state inserite nell’Appendice I della CITES, vietandone il commercio. Il trattato prevede inoltre il regolamento del commercio per altre quattro specie mediterranee, tra cui canesca e palombi, e un divieto di commercio internazionale per il pesce chitarra. Gli squali del Mediterraneo potrebbero finalmente intraprendere un percorso di rinascita, a beneficio dell’intero ecosistema marino.
Ultimi articoli
.Eco è la più antica rivista di educazione ambientale italiana. Un ponte fra scuola, associazioni, istituzioni e imprese
ABBONAMENTO INTEGRATO
Scrive per noi

- MARIO SALOMONE
- Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.
Dello stesso autore
AMBIENTE, EDUCAZIONE E SOCIETÁ20 Maggio 2026Giovani e anziani, insieme per l’ambiente. E la mezza età sta nel mezzo
Attività 202614 Maggio 2026Natura e ambiente, un impegno senza età
fotografia13 Maggio 2026I volti dei sopravvissuti dell’ingiustizia climatica
AMBIENTE, EDUCAZIONE E SOCIETÁ12 Aprile 2026Sostenibilità: Firenze capitale 2026 traccia la via
