Ambiente, scienza, diritti, migrazioni, società, religione, storia,… I 25 libri da non perdere del 2020, scelti da Valerio Calzolaio

“Scelti da Valerio” è la rubrica di recensioni e segnalazioni a cura di Valerio Calzolaio.

Dai cambiamenti climatici globali ai segreti della natura, dalle avventure dei nostri progenitori a Giulio Regeni, da papa Francesco alla questione cruciale del clima, dalle zoonosi a Rodari: viaggi nell’ambiente, nella storia, nella scienza, nella politica attraverso i 25 libri più importanti del 2020 (con qualche ripescaggio dell’anno precedente).

Ambiente, scienza, diritti, migrazioni, società, religione, storia,…

I 25 libri da non perdere del 2020, scelti da Valerio Calzolaio

 

Il tempo e l’acqua

Il tempo e l’acqua

Andri Snær Magnason

Trad. di Silvia Cosimini

Scienza e letteratura

Iperborea, Milano, 2020 (orig. 2019)

Pag. 336, euro 19,50

 

Islanda. Al tempo dei cambiamenti climatici antropici globali. Nei prossimi cent’anni si verificheranno dei mutamenti pesanti nelle caratteristiche dell’acqua del nostro pianeta. Alcuni sono in corso, accelerato. Molti ghiacciai al di fuori delle calotte polari si fondono vistosamente, il livello degli oceani si innalza, la temperatura sale causando più frequenti e intensi periodi di siccità e inondazioni, le sostanze chimiche stravolgono ingenti quantità di acque dolci e salate, e il grado di acidità dei mari aumenta e aumenterà più di quanto sia avvenuto negli ultimi cinquanta milioni di anni. Non stiamo avendo finora una reazione proporzionata. È come se il cervello non riuscisse a comprenderne le dimensioni. Gli elementi fondamentali della Terra non seguono più i tempi geologici, ma si stanno modificando al ritmo dell’uomo: ormai si verificano in un secolo trasformazioni che prima avvenivano in centinaia di migliaia di anni. Gli scienziati hanno messo in rilievo che il sistema Terra, il fondamento stesso di ogni forma di vita, è prossimo al collasso. E quando un sistema crolla, il linguaggio perde ogni presa sul reale. Le parole, invece di catturare cose e concetti come dovrebbero, restano sospese nel vuoto, inapplicabili. Da un giorno all’altro i libri di testo si fanno obsoleti e ogni gerarchia si deforma. Il pensiero e la lingua si liberano dalle catene dei concetti. Partiamo allora dalla tradizione manoscritta del popolo islandese e dai nonni Hulda e Árni che facevano da sempre escursioni in alta montagna con la Società glaciologica, cerchiamo di toccare corde competenti, cognitive, morali, poetiche.

Lo scrittore e poeta Andri Snær Magnason (Reykjavík, 14 luglio 1973) ha un natio punto di osservazione (vicino al Polo Nord) che gli ha offerto molti spunti evidenti sul tempo e sull’acqua, che sono il titolo e la sostanza della sua bella originale riflessione: “per parlare o scrivere di simili argomenti posso solo girarci intorno, dietro, di fianco, di sotto, spostarmi avanti e indietro nel tempo, andare sul personale e insieme essere scientifico, e usare la lingua del mito. Devo scrivere di cose senza scriverne, devo retrocedere per avanzare.” Ci riesce. Il volume è composto da una venticinquina di capitoli con storie di famiglia (gli studi, i nonni, la moglie e i figli, i viaggi), squarci scientifici, interviste culturali (come quella al Dalai-Lama), romantiche incursioni letterarie, gradevoli inserti fotografici in bianco e nero, indignazione lirica sui cambiamenti climatici antropici globali, spinta alla mobilitazione urgente e all’attivismo ecologista.

Significa pure qualcosa la biografia dell’Okjokull! L’antichissimo ghiacciaio vulcanico copriva un’area di 16 chilometri quadrati nel 1901, di 3 nel 1978, di 0,7 nel 2012, ed è stato dichiarato morto nel 2014, commemorato il 18 agosto 2019 dalla premier islandese in una cerimonia alla fine della quale è stata affissa la lapide “Lettera al futuro” redatta proprio da Magnason. L’ultimo capitolo è datato 4 ottobre 2102, cui è stato aggiunto un post scriptum del giugno 2020 sull’emergenza COVID-19: “possiamo fidarci dei climatologi come di fidiamo di medici e infermieri? C’è qualcosa in questa pausa globale che possa indicarci la via da seguire?” Azzeccate la seconda di copertina con l’opinione dell’Editore e la terza sull’autore.

 

L’ordine nascosto

L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi

Merlin Sheldrake

Trad. Anita Taroni e Stefano Travagli

Scienza

Marsilio, Venezia, 2020 (orig. Entangled Life. How Fungi Make Our World, Change Our Minds and Shape Our Futures)

Pag. 377, euro 20

Pianeta Terra. Da molto prima di noi. I funghi sono ovunque ma è facile non notarli. Spesso sono microscopici, oppure il loro reticolo (la rete fungine) si trova sotto terra. I funghi sono uno dei regni della vita, una categoria vasta e affollata quanto quella degli altri regni, degli animali e delle piante. Si stima che al mondo esistano tra i 2,2 milioni e i 3,5 milioni di specie di funghi. Negli ultimi decenni è un poco cresciuta la consapevolezza diffusa dei ruoli quantitativo e qualitativo del regno vegetale per la sopravvivenza e la riproduzione in ogni ecosistema, anche umane. Non sempre viene sottolineato abbastanza che oggi il novanta per cento delle piante dipende da specie di funghi micorrizici in grado di connettere gli alberi in reti comuni. Non è mai stata trovata nessuna pianta cresciuta in condizioni naturali priva di funghi, che ne sono una parte costitutiva quanto le foglie e le radici, cruciali per capire il funzionamento degli ecosistemi. E ulteriori specie di funghi fanno molte altre cose essenziali, alcune da milioni di anni. Mangiano le rocce, generano il terreno, creano ecosistemi nuovi, digeriscono le sostanze inquinanti, sopravvivono nello spazio, inducono allucinazioni, producono cibo e medicine, influenzano la composizione dell’atmosfera terrestre, manipolano il comportamento animale. E, soprattutto, ingannano i nostri preconcetti se pensiamo come esempi a campi fondamentali di ricerca della biologia contemporanea: anche gli organismi privi di cervello sviluppano comportamenti sofisticati di problem solving, imponendo un arricchimento delle tradizionali definizioni scientifiche di intelligenza; la simbiosi è una caratteristica costante della vita, di ogni relazione tra forme di vita, imponendo di correggere i concetti dati per scontati di individuo e indipendenza, identità e autonomia.

Il giovanissimo biologo, pianista, micologo e fermentatore inglese Merlin Sheldrake (1991), ricercatore presso lo Smithsonian Tropical Research Institute, dopo tanti articoli scientifici, ha dato alle stampe un volume corposo, interessante e letterariamente godibile, dedicato ai funghi “da cui ho imparato, con gratitudine”. In fondo troviamo un ricco apparato di note, una consistente bibliografia e un utile indice analitico di personalità citate e di argomenti intrecciati. Fra prologo, introduzione ed epilogo (compost) la monografia scorre lungo otto capitoli: attrazione; labirinti viventi; intimità tra sconosciuti; menti miceliari; prima delle radici; world wide web: la rete degli alberi; micologia radicale; dare un senso ai funghi. Non quindi un’enciclopedia di voci o una trattazione sistematica, piuttosto l’esame sorprendente e divertente delle sfaccettature del regno di molte reti di cellule (ramificate e connesse) che s’alimentano introducendo il loro corpo nel cibo. Ognuno cerchi la sua disorientante lente d’ingrandimento, si passa di continuo dalla biologia all’ecologia, ovvero allo studio delle vitali relazioni tra gli esseri viventi. Sono vari i riferimenti al fenomeno migratorio composito di specie, anche radicate, con un parallelismo tra i semi delle piante e le spore dei corpi fruttiferi fungini (migliaia di lanci ogni giorno, inevitabilmente il 99,9% non in un posto dove possano germogliare). A qualcuno possono particolarmente incuriosire i funghi lieviti che sono gli involucri più semplici di vita eucariote e condividono la storia più intima con gli esseri umani. I lieviti ci addomesticarono e indussero alla vita stanziale durante la lunga transizione neolitica: appena entrano in contatto con una soluzione zuccherina tiepida la fanno “fermentare” e dallo zucchero arriva l’ebbrezza dell’alcol (s’iniziò dal miele delle api e dal mosto dell’orzo per i primi prodotti alcolici), oppure “danno vita” ai pani sempre attraverso la fermentazione. Il loro potere trasformativo è stato a lungo personificato come energia divina, furono il motore della sedentarizzazione. Oggi sono diventati strumenti biotecnologici, messi a punto per produrre farmaci come l’insulina oppure i vaccini.

 

Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici

Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici

Katia Astafieff

Traduzione di Sara Prencipe

Botanica

Add Torino, 2020 (orig. 2018)

Pag. 200, euro 16

 

 

Pianeta umano. Millenni e secoli fa. Il tè è un arbusto, siamo da lungo tempo abituati a consumarne piacevolmente le foglie. La particolare specie si chiama Camellia sinensis, appartiene alla stessa famiglia e allo stesso genere delle camelie, non è arrivata in Inghilterra e in Europa per caso. Nota in Cina e là quasi esclusivamente coltivata per millenni, importata in Occidente dai mercanti portoghesi e olandesi sin dal XVII secolo, fu poi letteralmente rubata a metà del XVIX secolo dagli inglesi. La pianta era già da tempo nei loro gusti e commerci: per circa duecento anni la Compagnia inglese delle Indie Orientali aveva in India il monopolio della coltivazione del Papaver somniferum (papavero da oppio) e lo forniva ai cinesi in cambio del tè, monopolizzato dall’impero cinese. A un certo punto della storia commerciale, gli inglesi decisero di gestire autonomamente le migliori tecniche di produzione e di procurarsi pertanto le migliori piante per coltivarle nella “loro” India. Allo scopo usarono una spia. Serviva un individuo competente di Cina, coraggioso e pronto a tutto. Lo trovarono subito: Robert Fortune (1812-1880), rinomato geniale botanico britannico che nel 1843 aveva pubblicato il racconto di un primo soggiorno nella Cina settentrionale, lungo tre anni, inviato dalla Royal Horticultural Society e ben accolto. Gli diedero una sostanziosa cifra e partì nel 1848, la missione consisteva nell’andare di persona a raccogliere semi e piante dove crescevano gli alberelli migliori nelle regioni della Cina meridionale. Si travestì, viaggiò là molto in barca, divenne ladro gentiluomo, constatò che l’arbusto era coltivato ovunque, scoprì che l’unica differenza fra il tè nero e il tè verde consiste nel processo di fermentazione, erborizzò e raccolse anche altre specie, ebbe una rocambolesca vita di successo. Tre anni dopo ventimila piante del tè arrivarono a destinazione e vennero coltivate nei contrafforti dell’India. Oggi è la bevanda più consumata, dopo l’acqua, prima di caffè, birra, vino.

La biologa francese, viaggiatrice, scrittrice e direttrice aggiunta dei giardini botanici di Grand Nancy (Università di Lorraine) Katia Astafieff (1975) propone un originale spigliato saggio di divulgazione scientifica etnobotanica su dieci coppie d’avventura: una specie di pianta, connessa geograficamente a un antico ecosistema, viene storicamente relazionata a un singolo individuo sapiens, o a un paio di noi, nomadi del sapere e cercatori d’oro verde, cruciali (fra tanti) per farla divenire poi globalmente familiare a tutti. Dieci viaggi nella geografia e nella storia, dunque, con stile avvincente, dotti dati e citazioni, qualche aneddoto e brevi finestre d’approfondimento. Il tè per primo. Seguono: il frutto tondeggiante (Fragola, fraisier) riportato dal Cile da un corsaro seducente (nel 1714, il francese Amédée-François Frézier, 1682-1773, per caso la pronuncia è la stessa); la Peonia “più bella” (selvatica o ibrida?) trasferita ancora dalla Cina a tempo di rock con l’austriaco Josef-Franz (indi americano) Joseph Rock (1884-1962); l’ascesa e il declino di una radice canadese (il Ginseng americano) e i meriti del chirurgo della Marina francese Michel Serrazin (1659-1734, naturalizzato canadese in Québec); il caso fortunato di un albero (Hevea brasiliensis) dell’Amazzonia, utile alle piscine, agli ospedali e… alla linea, e dell’astuto ingegnere francese in Guyana François Fresneau de la Gataudière (1703-1770) che ricavò gomma naturale o Caucciù dalle note secrezioni di lattice; l’avventura fumosa di un’erba non particolarmente ortodossa (il tabacco, Nicotiana tabacum) riportata dal Brasile dal diplomatico francese Jean Nicot (1530-1600) e “scoperta” dal curioso monaco André Thevet (1516-1590); il favoloso destino del piccolo frutto verde (kiwi, Actinidia chinensis) e dell’astuto gesuita Pierre Nicolas Le Chèron d’Incarville (1706-1757); l’indagine su una pianta venuta dal freddo, il Rabarbaro e sul biologo tedesco Simon Pallas (1741-1811); il fiore più grande e puzzolente (Rafflesia) e due inglesi, l’amministratore coloniale Thomas Stamford Raffles (1781-1826) e il naturalista girovago Joseph Arnold (1782-1818); l’altissima conifera americana Sequoia sempervirens in compagnia del chirurgo e naturalista scozzese Archibald Menzies (1754-1842). In fondo bibliografia scelta e indice di nomi (piante, luoghi, ecosistemi, persone). Migrando, esplorando e viaggiando, la specie meticcia ha reso meticcio quasi ogni ecosistema: è scientifico, oltre che divertente, saperlo.

 

La terra sfregiata

La terra sfregiata. Conversazioni su vero e falso ambientalismo

Luca Mercalli con Daniele Pepino

Scienza

Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2020

Pag. 89, euro 11

 

Pianeta Terra. 2020. L’insostenibilità ecologica della corsa verso una crescita infinita in un mondo dalle risorse limitate è un dato acquisito da almeno mezzo secolo. Eppure, le conferenze e gli accordi internazionali che si sono susseguiti non hanno impedito il peggioramento dello stato di salute del pianeta. Il modello capitalistico produce danni ambientali enormi e, insieme, ingiustizie sociali e disuguaglianze crescenti. L’esistenza di alcuni cicli climatici nella storia del mondo non può ignorare la decisiva componente antropica dei cambiamenti attuali. Certo, non possiamo più tornare indietro, tuttavia dobbiamo smettere di perdere tempo e possiamo cercare almeno di contenere il danno, di evitare lo scenario peggiore. La stessa pandemia di Covid-19 che, in questo 2020, sta colpendo milioni di donne e di uomini, ha a che fare, nella sua origine o quantomeno nella sua diffusione, con le alterazioni ambientali in atto. Papa Francesco e Greta Thunberg invocano un’inversione di tendenza, ma sfregi e scempi continuano senza sosta, talora ammantati di ambientalismo da salotto. In un agile volumetto ne discutono due impegnati esperti italiani (piemontesi), un climatologo da sempre presente nel dibattito pubblico, preciso nel seguire e ricostruire il negoziato climatico, e un militante NO TAV attivo nella pratica di rapporti sociali e forme di vita alternativi al pensiero dominante.

L’intervista al noto meteorologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli (Torino, 1966) da parte dell’attivista resistente di Chiomonte (Alta Valsusa) Daniele Pepino (1976) è stata realizzata nella capitale piemontese nel gennaio 2020, poi integrata e aggiornata nel maggio 2020.

Viene presentata organizzata in sette capitoli: eventi estremi; sottovalutazione e inadeguatezze; non se ne esce da soli; vero e falso ambientalismo; decrescere o razionalizzare (con un punto interrogativo); politica e movimenti; progresso e sapere scientifico. All’inizio le domande sono brevi (si parte dalla pandemia) e le risposte più argomentate, poi entrambi si dilungano sul proprio punto di osservazione, anche con citazioni colte e azzeccate, e notevole assonanza di vedute. Le ultime pagine sono quelle in cui maggiormente emerge una esplicita differenza di tono fra i due interlocutori: Mercalli chiede di continuare a distinguere la parte buona del progresso da quella cattiva e integrare i saperi. Mercalli soprattutto ribadisce che la scienza oggi ha sufficienti anticorpi per difendersi dalle storture, che pure esistono, e resta una delle poche bussole che abbiamo per il futuro, ancora una volta separando quella buona da quella cattiva.

 

L’umanità in pericolo

L’umanità in pericolo. Facciamo qualcosa subito

Fred Vargas (Trad. Margherita Botto)

Politica

Einaudi, 2020 (orig. 2019)

 

 

 

Ovunque. Ora. La bravissima scrittrice francese Fred Vargas sa che molti avrebbero preferito vederla sfoderare un bel poliziesco di pura evasione (“più in là, ve lo prometto”), purtuttavia un’implacabile necessità l’ha incalzata a scrivere freneticamente tutt’altro libro, bello denso importante aggiornato. L’esigenza è sorta dalla combinazione della sua indole da archeologa con gli effetti di un brevissimo testo sull’ecologia (“Ecco, ci siamo”) che pubblicò il 7 novembre 2008 e che ebbe un forte successo di critica e di pubblico: frasi riprodotte su magliette, riduzione teatrale, citazioni autorevoli in momenti topici del negoziato climatico. Sono trascorsi anni e l’auspicata svolta non è arrivata, anzi sembra allontanarsi, fra conferenze inutili e inerzie istituzionali. Così ha deciso di raccogliere quanta più documentazione possibile sia sullo stato (insostenibile) del pianeta che sulle azioni concrete in corso o possibili per evitare o ridurre i gravi pericoli che l’umanità sta correndo con l’attuale modo di produrre e consumare. La lunga escursione fra i siti di scienziati, governi, organismi multilaterali, imprese, associazioni, movimenti ha lasciato traccia in venti minute pagine di note bibliografiche finali. Il testo tratta tutti gli argomenti per descrivere i battiti contemporanei del pianeta, senza capitoli o paragrafi. L’autrice ha scelto uno stile colloquiale e un espediente letterario. Dichiara di aver connesso al computer un piccolo dispositivo dittatoriale programmabile dall’utente, il cosiddetto Censore di Scrittura Integrato (Csi). Ah, quanto servirebbe (pur diminuendo il numero di lavoratori editor)! L’unica parolina che ogni tanto interrompe il flusso di dati e spiegazioni è un Bip, ovvero l’aggeggio che con pochi acidi termini segnala le uscite dal seminato, l’abuso di tecnicismi, le notazioni autobiografiche, più o meno inopportune facezie e battute. Il Bip forse è servito all’autrice, sicuramente consente al lettore di prendere un attimo fiato rispetto alla mole di allarmi e proposte.

La splendida, fiabesca e illuminosa Fred Vargas è molto nota (anche) nel nostro paese per romanzi polar, colti e ironici. Si tratta dell’archeozoologa Frédérique Audouin-Rouzeau (Parigi, 1957), dotatasi di uno pseudonimo (in comproprietà con la gemella pittrice) nelle scritture letterarie. Non sempre ne ho condiviso le incursioni sull’attualità politica (per esempio non ha fatto bene su Cesare Battisti in Francia, come ho più volte sottolineato). Questa volta, invece, appare del tutto apprezzabile e argomentata l’invettiva contro il Business as usual. Lo stile è volutamente concitato, vuole trasmetterci un quadro reale drammatico, accanto a un “che fare” motivato e concreto. Ci dà del “noi” perché solo insieme potremo attenuare lo sconvolgimento, già avviato, che si apprestano a subire la nostra Terra e il suo mondo vivente. Noi, la Gente, opposti a “Loro”, informanti governanti, dipendenti da un modello di società produttivistica e consumistica che non vogliono o non possono modificare. Giustamente non se la prende con i pochissimi reali negazionisti (per interesse o malattia mentale), piuttosto con chi accetta incarichi di vertice e poi non prende atto del pericolo e non attua interventi di riduzione effettiva delle emissioni e degli inquinamenti. Non vuole scaricare la responsabilità di quanto è accaduto nei decenni scorsi, osserva soltanto che dobbiamo prenderci tutti noi (pure votando) la responsabilità di imporre e praticare una svolta ecologica nei comportamenti. Ineccepibile. E pieno di continui “ma”: Vargas segnala chi e in che modo manifesta un dato scientifico o una proposta operativa e subito sottolinea certificati dubbi, contraddizioni, contraltari. Per arrivare comunque a scelte di campo, opzioni, preferenze. Nel mangiare come nel vestire, nel sopravvivere come nel muoversi, nel consumare fattori abiotici come biotici. Conclude riassumendo l’elenco di scelte che devono subito compiere coloro che hanno chiesto e ottenuto di governare e la lista delle nostre più urgenti iniziative civili globali (come mangiare meno carne e boicottare chi produce male).

 

TerraFutura

TerraFutura. Dialoghi con papa Francesco sull’ecologia integrale

Carlo Petrini

Scienza

Giunti e Slow Food Editore, 2020

Pag. 238, euro 16

 

 

Pianeta umano. Realtà trascorse e scenari futuri. La crisi ecologica della Terra è la crisi stessa della civiltà tecnico-scientifica e costituisce il capo d’accusa fondamentale a uno dei miti del nostro tempo: il progresso. La ragione della perversità di certi meccanismi in atto è costituita dalla concezione meramente economica o economicistica dello sviluppo, concepito ingenuamente quanto irresponsabilmente come un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato. Le tecnologie e le scienze naturali nascondono sempre precisi interessi umani e non prescindono mai da determinati valori. Le civiltà occidentali hanno maturato l’egemonia di una sorta di concezione dicotomica tra cultura e natura, tra coscienza e mondo della vita: tale dicotomia conduce a una visione del tutto strumentale della natura, considerata come oggetto esterno su cui l’uomo può esercitare indiscriminatamente il proprio dominio e non piuttosto come habitat o ecosistema entro cui si svolge la vita umana, perciò come dimensione costitutiva del proprio essere e del proprio divenire.

Il capitolo quarto dell’enciclica papale Laudato si’ del 2015 è dunque intitolato “Un’ecologia integrale” e affronta con rigore scientifico e religiosità moderna necessità e urgenza per tutti gli umani, per tutti i sapiens, credenti e non credenti, di tornare all’armonia con la Terra tenendo conto del contesto post-industriale in cui ci troviamo.

Monsignor Domenico Pompili è il vescovo di Rieti e un amico di Slow Food: fin dal 2013 ha favorito l’incontro diretto fra il papa e un agnostico, fra un cattolico e un ex comunista, fra un argentino e un italiano, fra un teologo e un gastronomo. Prima una telefonata, poi scambi epistolari, poi incontri sulle comunità di sostegno all’enciclica promosse da Slow Food, poi tre diverse conversazioni dedicate nell’arco di tre anni, infine un bel volume che ne raccoglie i testi, integrandoli con altre riflessioni e documenti.

Il fondatore di Slow Food e ora presidente della relativa struttura internazionale Carlo Carlin Petrini (Bra, Langhe, 1949) e papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio (Flores, Buenos Aires, 1936), firmano un volume interessante e stimolante. Dopo la prefazione di Pompili la struttura è distinta in due corpose parti. Nella prima leggiamo i dialoghi fra le due personalità svoltisi il 30 maggio 2018, il 2 luglio 2019 (prima della pandemia Covid-19) e il 9 luglio 2020 (dopo la morte di Luis Sepúlveda, da entrambi molto citato e col quale la prima chiacchierata si apre).

Nella seconda parte vi sono approfondimenti e spunti su cinque cruciali tematiche, frutto di riflessioni individuali ma coerenti e parallele: biodiversità, economia, migrazioni, educazione, comunità; ogni volta un’introduzione di Petrini, seguita da ampi stralci di Esortazioni Apostoliche, lettere e messaggi ufficiali di papa Francesco. I ricavi del libro saranno destinati al progetto di promuovere ad Amatrice un Centro studi dedicato all’ecologia integrale, chiamato “Casa Futuro – Centro Studi Laudato si’”, in un edificio lesionato dal terremoto. Integrale vuol dire per entrambi che occorre affrontare insieme la crisi ecologica e le diseguaglianze sociali, che la biodiversità è valore insieme degli ecosistemi e delle culture (come afferma da quasi tre decenni anche l’apposita Convenzione Onu), che il meticciamento è costitutivo della nostra specie e può renderci tutti più a nostro agio in ogni modo e mondo. L’uso delle parole e i riferimenti scientifici sono accurati ma non precludono una lettura agile, chiara, piacevole. Le migrazioni sono ovunque, nel testo e nella realtà, opportunamente senza tanti pregiudizi e prefissi.

 

Nel contagio

Nel contagio

Paolo Giordano

Scienza

Einaudi, 2020

 

 

 

 

Ecosistema Terra. Inizio 2020. Siamo al tempo della zoonosi col virus denominato Sars-Cov-2, della malattia chiamata Covid-19, della relativa epidemia scoppiata in alcune aree della Cina, dell’attuale pandemia divenuta l’emergenza sanitaria globale più importante della nostra epoca. Un ottimo scrittore dotato di dottorato in fisica, un competente fisico dotato di notevoli qualità letterarie, Paolo Giordano (Torino, 1982) ci consegna ventisette brevi documentati empatici quadri per “sentire” e comprendere meglio quanto sta accadendo, dentro e intorno agli umani, una sorta di instant book, zibaldone di pensieri scientifici e poetici insieme. Accenna fra le righe ad alcuni spunti connessi a giorni specifici, 29 febbraio, 3 e 4 marzo; in sostanza, i testi sono stati redatti nella settimana tra la fine di febbraio e i primi del mese successivo, in inverno, comunque prima dell’isolamento personale nazionale deciso dal Governo italiano l’8 marzo 2020. Si potranno piacevolmente leggere anche guariti o a vaccino inoculato, tra mesi o anni, anche molti, questo è uno dei pregi della cultura scientifica applicata alla narrazione contingente. Giordano auspica che “alcune riflessioni” suscitate dal contagio a lui e a ciascuno di noi “resteranno valide”. Vale per tutti e il suo libro supera la prova “perché quanto sta accadendo non è un accidente casuale né un flagello. E non è affatto nuovo: è già accaduto e accadrà ancora.” Spiega che “la scrittura riesce a essere una zavorra per restare piantati a terra”. E, quando non esistono più confini, regioni, quartieri, per Restare a terra (il titolo del pensiero introduttivo) forse si può impiegare un certo vuoto esistenziale anche scrivendo. “Per tenere a bada i presagi”.

Al momento della stesura i contagi confermati nel mondo erano circa ottantacinquemila, quasi ottantamila solo in Cina, le morti si avvicinavano a tremila. L’Italia era già un epicentro e tutti già aspettavamo il bollettino delle 18 per la dura contabilità. Poco più di un mese dopo, il dato cinese è lievemente cresciuto, tutti gli altri vanno moltiplicati almeno per venti: sono note le caratteristiche delle curve, diacroniche per modi e luoghi. L’autore distingue subito precisamente tra Infetti, Rimossi (decessi e guariti), Suscettibili (tutti gli altri), dichiarando di essere un Suscettibile discreto ipocondriaco. E introduce ancora qualche altro cenno autobiografico (a esempio le opinioni diverse fra amici sulle misure o il padre chirurgo ai primi tempi dell’Aids), senza mai indulgere nel particolare o diventare prolisso. Resta, dunque, la narrazione compatta e colta. I titoli di ciascuno dei pensieri lunghi, comunque meno di una cartella, sono scelti con cura e stile, danno l’idea del percorso efficace e non “datato” del volume. Pomeriggi da nerd, La matematica del contagio, Erre con zero (quel fattore che ora finalmente è sotto a 1), In questo pazzo mondo non lineare, Fermare il contagio (misure più pazienza), Augurarsi il meglio, Bocca-mani-piedi, Il dilemma della quarantena, Contro il fatalismo, Nessun uomo è un’isola. E così via, con vari corretti riferimenti alla nozione di ecosistemi locali e globale, all’emergenza dei cambiamenti climatici, alle prospettive della mobilità e del migrare, ai parassiti e agli esperti. Fino alla fine, a quanto ci attanaglia tutti da settimane, Contare i giorni. “Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano”.

 

Clima

Clima. Lettera di un fisico alla politica

Angelo Tartaglia

Scienza

Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2020

 

 

 

Pianeta Terra. 2020. Alcuni hanno l’irragionevole speranza che dialogando, cercando di capire e di spiegare, ognuno di noi si renda conto che alla fin fine guardare lontano nello spazio e nel tempo è più conveniente del chiudersi in sé stessi; perseguire l’interesse generale salvaguarda anche nel migliore dei modi l’interesse personale e non viceversa. Il grande fisico in pensione Angelo Tartaglia (Foggia, 1943), piemontese d’adozione, già ordinario di Fisica presso il Politecnico di Torino, ha deciso di scrivere una lettera al presidente del Consiglio e, per il suo tramite, alla politica in generale. Coglie l’occasione della maggiore attenzione per la scienza e forse per i temi della sostenibilità, connessa alla drammaticità dell’epidemia che stiamo vivendo, per formulare dubbi e proposte sulle evidenti contraddizioni nella narrazione degli organi di informazione, nelle politiche istituzionali, nelle politiche aziendali.

La questione cruciale è quella del clima. Sembra vi sia ormai un consenso generale sul fatto che il rapido mutamento climatico sia un complesso di fenomeni più che reale: da un secolo e mezzo a questa parte vi è stata una crescita della temperatura superficiale del nostro pianeta (circa 1,3 °C dal 1880 a oggi), più marcata nelle regioni artiche che in quelle tropicali, con conseguenti innalzamento del livello medio dei mari (di circa 20 centimetri), aumento dell’intensità e frequenza degli eventi meteorologici estremi, ampie migrazioni forzate di masse di disperati. Tuttavia, “guardandomi intorno, mi pare di non cogliere molti indicatori di politiche di prevenzione/mitigazione, né su scala nazionale né su scala regionale né su altra scala: sembrerebbe quasi che si preferisca intervenire dopo che qualche guaio si è verificato, non prima. Eppure generalmente costa meno prevenire che curare, tanto più che in qualche caso la cura potrebbe risultare impraticabile… Lei, quale strada pensa di seguire?” L’autore suggerisce di muoversi bene e in fretta sulla base di analisi concrete.

È colpa nostra, dobbiamo aver ben chiara la premessa dell’azione: la responsabilità dell’aumento della temperatura risiede nei processi di combustione provocati dall’umanità per ottenere maggiore disponibilità di energia, che immettono nell’aria tanta anidride carbonica e, attraverso una pluralità di fenomeni specifici, riscaldano l’atmosfera. Dunque, non c’è scelta: bisogna abbattere le emissioni di CO2 di origine antropica, tagliare la ricerca (e le relative trivellazioni) di combustibili fossili (anche quella e quelle sostenute dall’Italia o da gruppi italiani), riconsiderare i miti della crescita dei consumi energetici e delle grandi opere. Non sarà l’innovazione tecnologica a salvarci: la tecnologia riguarda le applicazioni della scienza, l’innovazione avviene e avverrà comunque all’interno dei vincoli che le scienze fisiche hanno scoperto e vengono scoprendo. La presenza di limiti fisici invalicabili si esprime con uno slogan semplice e chiaro: non c’è nessun “pianeta B”. Un’azione decisa per ridurre le emissioni appare anche come una questione di giustizia e di redistribuzione della ricchezza: il combinato disposto di crescita e competizione partorisce diseguaglianze crescenti e un tracollo prossimo venturo. Ciò significa anche cambiare le regole del gioco economico. Una transizione ecologica richiede una radicale trasformazione anche nella sfera della consapevolezza, un’azione auto-pedagogica per sconfiggere la triade egoismo-ignoranza-superstizione, ancor più urgente in questi tempi di pandemia Covid-19. L’autore conclude la lettera con le grandi parole di un poeta: le Operette morali di Leopardi hanno ancora molto da insegnare.

 

Pianeta vuoto

Pianeta vuoto. Siamo troppi o troppo pochi?

Darrell Bricker e John Ibbitson

Trad. Di Silvia Manzio

Demografia e scienza

Add Torino, 2020 (orig. 2019)

 

 

Pianeta Terra. In prospettiva. Secondo le stime delle Nazioni Unite è un neonato fra domenica 30 e lunedì 31 ottobre 2011 il settemiliardesimo umano vivente al mondo. Prima eravamo qualcuno meno, poi e anche ora molti di più. Eppure, forse abbiamo già iniziato a non aumentare più. Il grande avvenimento che definirà il XXI secolo si verificherà tra circa tre decenni e sarà l’inversione della rotta moderna e contemporanea: un calo implacabile, generazione dopo generazione, della popolazione umana, il declino demografico dunque.

I Paesi in cui la popolazione sta diminuendo sono già più di venti; nel 2050 saranno oltre trentacinque, i più grandi, i più ricchi. Presto anche i più grandi Paesi in via di sviluppo, i cui tassi di fecondità sono già in discesa, inizieranno a ridursi. È probabile che lo stesso sfrenato baby boom africano finisca ben prima di quanto non prevedano i demografi dell’ONU. Due giornalisti canadesi hanno per mesi viaggiato in diverse città nei cinque continenti, parlato con professori e funzionari di Stato, discusso nei campus universitari e nelle baraccopoli, raccolto dati statistici nazionali e internazionali, studiato e comparato le politiche capaci di aumentare il numero di figli per coppia, traendo infine una conclusione che considera sbagliata l’opinione della incontrollata duratura travolgente crescita demografica. La realtà attuale è che in tanti paesi europei e occidentali il numero di abitanti non cresce, anzi declina; già oggi percepiamo poco e assistiamo inermi al calo demografico (appena appena attenuato da immigrazioni sempre più avversate e complicate); nessuno riflette bene e politicamente sugli effetti dello spopolamento assoluto, ancor più evidente all’esterno delle grandi città, rispetto al quale non si potrà che abbracciare, prima o poi, sia l’immigrazione che il multiculturalismo.

Darrell Bricker (1961) e John Ibbitson (1955) sono due studiosi e commentatori politici fieri dell’approccio canadese alla quantità e qualità della vita dei propri cittadini. Nel recente interessante volume a quattro mani si pongono l’obiettivo di sfatare pregiudizievoli miti (alimentati da molti statistici, demografi e politici un po’ ovunque sul pianeta) che circondano la crescita della popolazione. No, non continueremo a produrre esseri umani fino a che il mondo cigolerà sotto il peso di più di undici miliardi di persone; più probabilmente raggiungeremo un picco di nove miliardi e poi inizieremo a calare. No, i tassi di fecondità dei Paesi in via di sviluppo non sono astronomici; molti sono già pari o inferiori alla soglia di sostituzione. No, l’Africa non è un continente condannato alla povertà cronica con una popolazione in costante crescita ma senza le risorse per sostenerla; è un continente dinamico, con economia in continua evoluzione e tassi di fecondità in rapido calo. No, gli afroamericani e i latinoamericani non sommergeranno l’America Bianca (né gli arabi l’Europa) con i loro vertiginosi tassi di fecondità; di fatto la fecondità dei gruppi etnici tendono a uniformarsi a quella del paese d’immigrazione. Il “vuoto” del titolo è enfatico e polemico, concentrato sul “minare” opinioni consolidate; come altre affermazioni e aggettivazioni vanno prese per riflettere e approfondire questioni su cui spesso abbiamo in testa schemi e convinzioni errate. I primi due capitoli servono a contestualizzare evoluzione e pensiero, quanto avvenne nel passato planetario e nella cultura diffusa, pur in modo sintetico e talora impreciso. Il primo narra la “breve storia della popolazione” di Homo sapiens, soprattutto per evidenziare come abbiamo rischiato più volte prima di non esistere, poi di estinguerci o di non preservare il sapere perduto, salvandoci (da eruzioni e terremoti, cambiamenti climatici e pandemie) solo con sapienti movimenti lenti e indispensabili continue migrazioni, spesso guerreggiando e urbanizzandoci sempre più. Il secondo spiega l’emersione culturale del mito dell’esplosione demografica, Thomas Robert Malthus (1766 – 1834) e i suoi figli. I successivi capitoli esaminano i diversi contesti geografici oggi e in prospettiva: Europa, Asia, Africa, Brasile, Stati Uniti, Giappone, Canada e altre aree, intervallando questioni specifiche (i bambini e le nascite, spinte e trazioni delle immigrazioni, l’estinzione culturale delle lingue e dei popoli). Il taglio è demografico e inevitabilmente ridotta l’attenzione verso altri aspetti (climate change, geopolitica del potere, commerci e mercati, oppressioni vecchie e nuove).

 

Cento Gianni Rodari

Cento Gianni Rodari. Cento storie e filastrocche. Cento illustratori

Gianni Rodari

Infanzia (di tutte le età)

Einaudi Ragazzi, 2019 (edizione per il centenario)

 

Italia democratica e repubblicana. Cento strampalate magistrali splendide filastrocche, favole, avventure, brevi novelle, estratti di racconti, storie di Gianni Rodari, godibili in ogni momento della nostra vita qualunque sia la nostra attuale fase esistenziale. Fatevele leggere se siete in là con gli anni e se vi è capitato già di averle lette voi a figli o nipoti, vi entrerà ancora della musica dentro, comprenderete meglio pensieri o emozioni che erano forse sfuggiti. Nel 2020 ricorrono i due anniversari decisivi per il Maestro Giovanni Gianni Rodari, insegnante elementare, clandestino e partigiano, inviato e cronista, pedagogo, uno dei più grandi scrittori del Novecento, il sesto autore italiano più tradotto al mondo: la nascita povera cento anni fa (Omegna, sul lago d’Orta, 23 ottobre 1920) e la prematura morte quaranta anni fa (Roma, 14 aprile 1980). E proprio cinquant’anni fa nel 1970 vinse il prestigioso Hans Christian Andersen, il premio Nobel per la letteratura per ragazzi. Scriveva per tutti, non visse spensierato, sperimentò generi diversi, inventò linguaggi. L’idea bella di questo volume celebrativo consiste nella selezione di esattamente cento testi di Rodari pubblicando a fianco a sinistra cento diversissime colorate inedite tavole, ciascuna realizzata per l’occasione da un affermato autore contemporaneo, quasi tutti italiani, donne e uomini. L’ordine è quello alfabetico degli illustratori, da Antonella Abbatiello (la filastrocca “Un bambino al mare”) a Margherita Zichella (la fiaba “La domenica mattina”). Non possono più esserci Bruno Munari (1907-1998) ed Emanuele Luzzati (1921-2007), ovviamente ci sono anche Francesco Altan (la filastrocca “Alla formica”) e artiste o artisti che hanno ri-illustrato specifici volumi che escono sempre quest’anno come Beatrice Alemagna (“A sbagliare le storie”), Manuele Fior (“Pianoforte Bill”), Camilla Pintonato (“La freccia azzurra”), Gaia Stella (“Bambini e bambole”), Olimpia Zagnoli (“L’omino di niente”).

Illustrare oggi la geniale fantasia letteraria di Gianni Rodari implica abbinare una danza grafica di vite e colori a una danza di parole pulite ed essenziali, pensate per educare attraverso magia e stupore, tolleranza e accoglienza, il rispetto del diverso, la bellezza dello stare in pace, valori che servono a noi adulti almeno quanto ai bambini e alle bambine. L’intreccio, l’empatia, la sintonia fra testi e tavole stanno non nella corrispondenza materiale, piuttosto nella fedeltà alla sorpresa emotiva e allo scarto cognitivo. Per capirla, la realtà va reinventata, contraddetta, introiettata con la personale accettazione dell’altro e del vivere sociale. Meglio aggiungere un punto interrogativo a ogni regola da rispettare per farla diventare “nostra”. E Giovannino Perdigiorno è un vero punto di riferimento pedagogico. Il volume contiene 56 filastrocche, 28 tratte dal magnifico “F. in cielo e in terra”, 6 da “Prime fiabe e f.”, 3 da “F. lunghe e corte”, 4 da “Il secondo libro delle f.”, 12 da “Il libro degli errori”, una da “I viaggi di Giovannino Perdigiorno” e 2 da “F. per tutto l’anno”; 44 fiabe e storie, 2 da “Fiabe lunghe un sorriso”, una da “Le avventure di Cipollino”, una da “Novelle fatte a macchina”, 37 da “Favole al telefono”, una da “Il libro dei perché”, una da “La freccia azzurra” e una da “Tante storie per giocare”. Le pagine complessive sono quasi trecento visto che circa la metà dei cento testi non si conclude a destra della tavola e si sviluppa su più (sempre poche) pagine. Lo spunto è sempre un oggetto della realtà quotidiana di un bambino, che sia reale o immaginario, che sia a casa o a scuola, tutto animato da un respiro vitale e da un tocco d’artista (con gusto, olfatto, odorato, vista, udito, voce, ascolto), attento a un approccio ironico tanto alla scienza quanto alla tecnologia, senza mai farci la morale. Prendiamo lo spunto del centenario dalla nascita di Rodari e degli altri suoi anniversari del 2020 per rileggerlo tutto, a caratteri grandi e con tanti spazi bianchi sulla pagina. Il portale 100giannirodari.com riporta le pubblicazioni e le iniziative in corso, convegni mostre laboratori creativi, in biblioteche, librerie, musei, luoghi della cultura di tutt’Italia (e non solo). Stanno uscendo su Rodari anche biografie e saggi aggiornati, meglio dare uno sguardo di persona in libreria.

 

Filastrocche in cielo e in terra

Filastrocche in cielo e in terra

Gianni Rodari

Introduzione di Luciana Littizzetto

Infanzia (di tutte le età)

Einaudi Ragazzi, 2020 (nuova edizione per il centenario, 1° ed. 1960 con illustrazioni di Munari)

 

Italia democratica e repubblicana. Centouno strampalate magistrali splendide filastrocche di Gianni Rodari, alcune di quattro righe, altre di ottanta, perlopiù con meditate rime, godibili in ogni momento della nostra vita qualunque sia la nostra attuale fase esistenziale. Fatevele leggere se siete in là con gli anni e se vi è capitato già di averle lette voi a figli o nipoti, vi entrerà ancora della musica dentro, comprenderete meglio pensieri o emozioni che erano forse sfuggiti. Sono divise per divertenti argomenti educativi, una bella pagina rossa a separarne sette: la famiglia punto e virgola, la luna al guinzaglio, il vestito di Arlecchino, i colori del mestiere, il mago di Natale, un treno carico di filastrocche, le favole a rovescio. Spesso hanno un obiettivo pedagogico, giusto uno, magari implicito: come si motiva un elemento grammaticale, come si descrive un colore, come si fa l’amore coi numeri, come si memorizza una sequenza o un’operazione, come si traduce un’astronomica notizia di prima pagina. Ma non è obbligatorio, non è sempre necessario sapere perché si gode e a che serve. Il potere è della fantasia e la fantasia va messa al potere. Se fosse vivo dovrebbero inserirlo in ognuna delle task-forse sul Covid-19, inventerebbe il modo giusto per comunicare e responsabilizzare, demistificare frasi fatte e luoghi comuni, evitando moralismi ordini conformismi. Come spiega Littizzetto nell’introduzione del bel volume: “la fantasia e la realtà abbracciate in una danza di parole… Pulite. Essenziali. Non sbrodola mai… È mirabile la sua conoscenza del mondo dei piccoli, la capacità sopraffina di entrare nella loro stessa modulazione d’onda e spargere semi buoni… i valori, quelli che noi, così politicamente corretti e scorrettissimi, diamo ormai per scontati. C’è la tolleranza, l’accoglienza, il rispetto del diverso, la bellezza dello stare in pace… Riprendiamo in mano Rodari. Seminiamolo nelle teste dei nostri bambini”. E degli adulti, non si fa per dire.

Nel 2020 ricorrono i due anniversari decisivi per il Maestro Giovanni Gianni Rodari, maestro elementare, clandestino e partigiano, inviato e cronista, pedagogo, uno dei più grandi scrittori del Novecento, il sesto autore italiano più tradotto al mondo: la nascita povera (Omegna, sul lago d’Orta, 23 ottobre 1920) e la prematura morte (Roma, 14 aprile 1980). Nel 1970 vinse il prestigioso Hans Christian Andersen, il premio Nobel per la letteratura per ragazzi. Ma scriveva per tutti, non visse spensierato, sperimentò generi diversi, inventò linguaggi. Dalla narrazione leggera di tanti piccoli oggetti e mestieri ci ha consegnato uno sguardo allegro e acuto sul mondo, attraverso fiabe, poesie, racconti, romanzi e queste magiche filastrocche, un punto di vista denso di valori semplici e necessari, amicizia solidarietà pace, sempre a partire dalla realtà quotidiana di un bambino, che sia a casa o a scuola, nel parco o in movimento, con attorno oggetti animabili da un respiro vitale, da un tocco d’artista (con gusto, olfatto, odorato, vista, udito, voce, ascolto) attento a un approccio ironico tanto alla scienza quanto alla tecnologia. Scrisse tanto, da educatore democratico e da giornalista militante, inventando la grammatica, l’aritmetica, la storia e la geografia della fantasia: insegnare e imparare giocando e scherzando, delicatamente insieme, disarmati alla pari, con misurata proprietà di parola, senza mai farci la morale. Prendiamo lo spunto degli anniversari per rileggerlo tutto, a caratteri grandi e con tanti spazi bianchi sulla pagina. Verrebbero da fare almeno 101 esempi sulle cose rimarchevoli delle 101 filastrocche contenute nel bel volume rilegato e cartonato, riedito per l’occasione. Le sue filastrocche sono state tradotte in 47 lingue diverse. Il portale 100giannirodari.com riporta tulle le pubblicazioni e le iniziative in corso, convegni mostre laboratori creativi, in biblioteche, librerie, musei, luoghi della cultura di tutt’Italia (e non solo).

 

Atlante delle migrazioni

Atlante delle migrazioni. Dalle origini dell’uomo alle nuove pandemie

Giovanna Ceccatelli (con Stefania Tirini e Stefania Tusini)

Storia e scienza

Edizioni Clichy, Firenze, 2020

 

Terra. Da milioni di anni e ancora. Migrare, muoversi in lungo e in largo sul nostro pianeta, è un fenomeno primordiale, irreversibile e universale, che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi. Tutti anche oggi abbiamo come antenati, originari e condivisi, un uomo e una donna di colore. Pregiudizi, luoghi comuni, stereotipi possono essere corretti, ridimensionati, o addirittura sconfessati da numeri, documenti e dati oggettivi. Per fare un atlante delle migrazioni umane bisogna dunque partire dalla paleontologia e dalla genetica, passando attraverso la storia e la geopolitica, per arrivare a ricostruire le cause e gli effetti, generali e contingenti, della situazione attuale, a livello internazionale ma soprattutto riguardo alla realtà in continuo mutamento del nostro paese. Le migrazioni, con la loro millenaria evoluzione e la loro planetaria geografia, possono aiutarci a ripensare il passato e a immaginare un diverso futuro. L’Africa è il più probabile luogo d’origine degli ominidi e della specie umana, l’intera popolazione “sapiente” cresciuta e giunta fino a oggi è discesa da un piccolo gruppo iniziale di africani neri. Migrazioni, accoppiamenti, discendenze familiari e continue forme di spostamento, rimescolamento e meticciato hanno prodotto infinite variazioni collettive e individuali. Senza la curiosità dei viaggiatori, il coraggio degli esuli e le speranze dei migranti il mondo sarebbe ancora un mosaico di culture chiuse, limitate e autoreferenziali. Quello della preservazione identitaria rischia di diventare l’ultimo baluardo dell’ignoranza etnocentrica e del sospetto securitario, che fingono di non vedere come niente nel mondo globalizzato e nella nostra vita quotidiana sia ormai specificamente appartenente a una singola cultura “etnica” o nazionale. Fra i diritti degli esseri umani, nostri e dei migranti, c’è o dovrebbe esserci anche quello di scegliere e modificare la propria identità, anzi di “inventarla” e trasformarla nel tempo, con un paziente e creativo lavoro di bricolage.

L’esperta sensibile sociologa Giovanna Ceccatelli, professore ordinario dell’Università di Firenze, ha svolto anche corsi sulla cooperazione e sulla mediazione dei conflitti, poi su razzismo, omofobia e altre forme di esclusione. Pure sulla base dell’esperienza di ricerca e didattica, a fine 2012 ha promosso e fondato con altri studiosi una bella casa editrice indipendente, Edizioni Clichy, per la quale esce ora un suo interessante corposo testo multidisciplinare che affresca con competenza e acume le tracce multidirezionali del fenomeno migratorio. Il bel volume non vuole essere un testo scientifico, piuttosto soltanto un racconto divulgativo e ben orientato, una lettura della realtà che viviamo basata su delle idee, culturalmente e scientificamente strutturate, e su dei valori, cioè su una visione etica della realtà presente e della storia. Ognuno dei cinque capitoli esamina una prospettiva mantenendo comunque continui riferimenti agli aspetti quantitativi e qualitativi dell’attualità, senza grafici o tabelle. Il primo (più breve) capitolo ricostruisce gli albori di Homo sapiens sulla terra e sottolinea come migrazioni e mescolanze siano state caratteri specifici e permanenti, dei quali vi sono impronte in ognuno di noi viventi oggi ovunque. Il secondo capitolo si concentra sugli ultimi millenni e poi sulla svolta delle scoperte e delle colonizzazioni, in particolare quelle europee del Nuovo Mondo, le Americhe e non solo. Il terzo capitolo è il più lungo e articolato: “la situazione attuale; cause ed effetti dei nuovi movimenti migratori”. Si parte ovviamente dai processi di decolonizzazione e dei migranti “di ritorno” per affrontare le dinamiche recenti dei disastri sociali e ambientali, in particolare le urgenze dei cambiamenti climatici antropici globali e i limiti degli aiuti allo sviluppo. Il quarto capitolo (“il ritorno dei muri e delle frontiere, norme di protezione e di difesa”, con il supporto della ricercatrice Stefania Tusini) ha un approccio più giuridico, dalla Dichiarazione Universale del 1948 alle claudicanti norme comunitarie; il quinto (“l’Italia del presente e quella di un possibile futuro”) più sociologico, sempre corredato di dati e riferimenti ineccepibili, dalla mitologia politico-culturale (l’invasione che non c’è, la sicurezza che non c’è) ai tanti imprevisti valori delle migrazioni. Un glossario degli acronimi e delle fonti con sitografia (con il supporto della ricercatrice Stefania Tirini), una bibliografia essenziale e un’inedita filmografia completano il testo.

 

Per antiche strade

Per antiche strade. Un viaggio nella storia d’Europa

Mathijs Deen

Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo

Storia

Iperborea, Milano, 2020 (orig. 2018)

 

 

Europa. Dai primi umani in avanti. Qualsiasi cosa possiamo immaginare è già accaduta una volta. Molto prima che i primi viaggiatori calcassero il suolo dell’Europa, il mare aveva già deposto naufraghi sulle sue spiagge: cacciatori che abitavano sulla costa settentrionale dell’Africa quando l’uomo (sapiens) non aveva ancora messo piede nel nostro continente. Dalle parti di Gibilterra uomini e donne erectus già vedevano uccelli migratori volare da una riva all’altra. Il primo gruppo di viaggiatori che raggiunsero poi vivi la costa arrivarono via terra, a piedi, da est, lungo il litorale. Non avevano fretta. Non avevano una meta. Chi viaggia attraverso l’Europa viaggia sempre sulle orme di qualcun altro. Sotto ogni impronta ce n‘è una precedente. Vale pure per i paesi del nord. Nel suolo protopaleolitico del Norfolk recenti tracce di antiche impronte di piedi umani hanno consentito di retrodatare i più antichi insediamenti umani in Inghilterra. C’è la questione dei precursori, Homo antecessor, arrivati forse oltre 800.000 anni fa. Homo heidelbergensis si aggirava per l’Europa già 600.000 anni fa. Tracce successive sono state, inoltre, lasciate dai neanderthal, soprattutto nel sud. Tutti gli europei, se andiamo abbastanza a ritroso nel tempo, sono arrivati da altri luoghi, in genere da originari ecosistemi umani africani. Tutte le specie prima della nostra, tutti i gruppi di ogni specie, tutti i gruppi delle specie mescolatesi. E tutti i nuovi gruppi formatisi si sono rimessi in viaggio, prima o poi, spesso senza obiettivi o punti d’arrivo prefissati. Fu il bisogno di cibo a insegnare loro a viaggiare, le prede in fuga indicarono la via. Grazie alla loro abilità di corridori sono sopravvissuti. Le strade erano le tracce, il mondo un orizzonte che si allargava via via e oltre il quale si nascondeva la loro preda. Il viaggio e il tempo li hanno trasformati in altri uomini (e donne): nuove generazioni, nuove specie, nuove fisionomie, nuove culture, nuovi incroci (fino a diventare tutti meticci).

Lo scrittore e giornalista olandese Mathijs Deen (Hengelo, 1962) narra bene la storia e le storie, con stile aulico e densità documentaria. La lettura scorre piacevole e si impara molto camminando con lui. In questo ottimo romanzo di no fiction l’indispensabile punto di partenza è che le strade europee di ieri, di oggi e di domani coincidono più o meno con le vie battute dai primi pionieri umani, alcune specie del genere Homo fino alla nostra, unica rimasta da circa 40.000 anni. L’autore usa la prima persona con spunti autobiografici e taglio di reportage, cosa ricorda, chi incontra, quanto apprende. Il corposo volume è dedicato al padre, Willem, “l’uomo al volante” che nel 1968, lungo i cento chilometri verso la casa dei nonni, gli descrisse la E8 come la strada che va da Londra a Mosca, anche se poi l’ufficio di Ginevra delle strade europee gli assegnò la nuova denominazione E30, capace di coprire metà del percorso transcontinentale tra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico. Deen visitò quell’ufficio nel 2015, verificò che esiste una rete interconnessa di strade europee regolata a livello centrale, che college territori di clan confinanti, partner commerciali, amici temporanei, nemici giurati e famiglie linguistiche; operativa da migliaia di anni; battuta da migrazioni, commerci e conquiste, pur non appartenendo a una coscienza europea condivisa. I primi tracciati si profilavano sulla carta secondo un disegno logico e visionario, seguivano quasi tutti le antiche vie romane. Così ha studiato, viaggiato, interrogato e connesso, alla ricerca dei principali sentieri e squarci percorsi nel tempo da migranti, mercanti e conquistatori. Ne è uscito un libro affascinante, distinto in otto capitoli. Dopo il primo “precursore” europeo, seguono: il profugo ovvero Il calderone di Obelix, Elba-Danubio (101 a.C.); il brigante ovvero Bulla Felix, Bisanzio-Roma (207 d.C.); il pellegrino, Lougarbrekka-Roma (1025); il cercatore di fortuna, Portogallo-Amsterdam-Stoccolma (1653); il conquistatore, Wassenaar-Smolensk (1812); il corridore, Parigi-Vienna (1902); il figliol prodigo, Leida-Aounour (2016), la realtà, Boekelo-Leersum (2017).

 

Della gentilezza e del coraggio

Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose

Gianrico Carofiglio

Politica

Feltrinelli, Milano, 2020

Pag. 123, euro 14

 

 

 

Sempre, in presenza di altri. Ovunque. Che bella idea tratteggiare un sommario di regole e suggerimenti per la pratica della politica e del potere, rivolto sia a chi vuole esercitarli un poco sia a chi desidera soltanto essere un cittadino più consapevole! Si comincia e si finisce con la gentilezza, lo strumento chiave per produrre senso nelle relazioni umane e un buon metodo per affrontare e risolvere i conflitti. L’incipit illustra inevitabilmente un insieme di arti che l’autore pratica da decenni, mantenendosi competente e allenato a un alto livello di qualità, le arti marziali. In molte di loro, pur con modalità diverse, il principio fondamentale d’ispirazione e tecnica ha a che fare con l’uso proprio della forza dell’avversario al fine di neutralizzare l’aggressione o l’aggressore e, in definitiva, di eliminare o ridurre la violenza del conflitto; la neutralizzazione dell’attacco non implica l’eliminazione del contendente e cerca di mostrare, comunque, nel modo più gentile possibile, che aggredirci gli è inutile e magari gli si ritorce pure contro. Il primo consiglio è di ragionare spesso per sinonimi e contrari, scrutare le specificità rispetto a quel che si pensa, si vuol dire o scrivere. La gentilezza non corrisponde alla buona educazione, al garbo, alle buone maniere, nemmeno alla mitezza (illustrata da Bobbio), doti gradevoli e auspicabili che, tuttavia, non definiscono un significato etico proprio e che non garantiscono strumenti per disinnescare le semplificazioni che portano all’autoritarismo e alla violenza. La tecnica gentile mira a trasformare il conflitto in energia positiva quando è possibile; evitarlo quando è impossibile; renderlo più breve e meno dannoso se è inevitabile e ingovernabile. La premessa è ascoltare con mente aperta, non influenzata dai pregiudizi, dai preconcetti, dalle sovrastrutture e scegliere con coraggio di silenziare un poco l’invadenza e la rumorosità del proprio ego. L’obiettivo è diventare un buon comunicatore, non un’efficace manipolatore.

Il grande intellettuale e karateka Gianrico Carofiglio (Bari, 1961), prima magistrato poi deputato infine scrittore a tempo esclusivo, forse oggi l’autore italiano più seguito e apprezzato, mette a disposizione di lettori e cittadini qualche gentile utilissimo consiglio per stare in società e agire in politica. Le etichette, gli schemi, le categorie precostituite aiutano la demagogia, consentono magari di vincere un’elezione, ma non di capire la realtà e influire positivamente su di essa. Sappiamo che ad alcuni va bene così, intanto vincono, lasciano poi ad altri (intellettuali intelligentoni) di fare cultura e chiacchiere; allora non è male sottolineare che sopraffare gli altri non è l’unico modo per stare insieme al mondo e per promuovere individualmente trasformazioni collettive. C’è un’alternativa allo scontro fisico e verbale, tecniche e pratiche per non far fare loro come gli pare senza accettare il loro terreno. Vale nelle sedi pubbliche e nelle relazioni private. E riduce almeno un pochino ruolo e influenza della stupidità, del cui eccessivo potere ognuno corre il rischio. I capitoli dell’agile denso volumetto scorrono veloci, chiari nello stile, godibili nella lettura, ricchi di storie, aneddoti, citazioni, metafore, aforismi sempre ragionati, con l’essenziale riferimento a saggi, studi e ricerche (di varie discipline) ridotto ai testi prioritari. Frequente la citazione di personalità contemporanee, spessissimo Trump, in negativo ovviamente, come massimo esponente della categoria dei demagoghi bugiardi e manipolatori, pur se anche di Obama viene segnalata una argomentazione scorretta. Dal reale di fake news vengono presi molti esempi dell’arte del complotto: come furono o sono motivati l’intervento in Iraq, l’opposizione ai vaccini, la diffusione geopolitica delle epidemie. E, nel corso del ragionamento, si prende posizione su alcuni aspetti di eventi d’attualità rispetto alla vicenda Pamela Mastropietro, alla legalizzazione delle droghe leggere, al testamento biologico e ad altre questioni di bioetica, alla teoria del diritto naturale. Il capitolo sulle fallacie descrive errori nella costruzione di un discorso (deliberati o involontari) che invalidano le argomentazioni; quello successivo sulle discussioni ragionevoli offre regole operative di autodifesa dialettica e di lettura critica dei dibattitti politici. La più importante è la coltivazione di umorismo e autoironia, una virtù connessa al valore delle verità plurali e al principio di responsabilità (che comprende anche sane paura e vergogna). La pratica della gentilezza è, dunque, una libera scelta, per esercitarla ci vuole un gran coraggio!

 

Giulio fa cose

Giulio fa cose

Paola Deffendi e Claudio Regeni, con Alessandra Ballerini

Feltrinelli, Milano, 2020

Pag. 223, euro 16

 

 

 

Febbraio 2016-dicembre 2019. Giulio sta facendo ancora molte belle cose. Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni (Trieste, 15 gennaio 1988 – Cairo, 3 febbraio 2016) è stato sequestrato e poi torturato e ucciso in Egitto mentre svolgeva un dottorato di ricerca per l’università di Cambridge, dove lavorava. Da quando i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi andarono prima a cercarlo poi a riprenderne le spoglie da riportare a Fiumicello, in Friuli Venezia Giulia, dove ancora vivono, ogni cosa e ogni anfratto della loro esistenza sono stati ricoperti da un velo polveroso che filtra tutto. Nulla poteva essere più lo stesso. Raccontano così ora con lucido nitore questi quattro anni. Hanno iniziato accanto alla figlia Irene (cui il libro è dedicato) e al loro straordinario avvocato Alessandra Ballerini, un nuovo percorso, faticoso e doloroso: la ricerca della verità, di tutte le verità, sugli assassini e i mandanti dell’omicidio di un ragazzo europeo di 28 anni (appena compiuti), colto e affettuoso, serio e onesto, cresciuto con valori e principi sani, abituato ed educato a viaggiare e ad adattarsi, al rispetto delle differenze nelle radici. Conosceva bene sei lingue, stava arrivando alla settima, e con la mamma parlava spesso su Skype in dialetto bisiaco-triestino. Al terzo anno di liceo sostenne e superò l’esame a Duino per entrare nel Collegio del Mondo Unito, 18 sedi nel mondo, scelse il New Mexico. Tornato in Europa, si laureò a Leeds, si specializzò a Cambridge, ottenne uno stage a Vienna e un tirocinio al Cairo per l’Unido, iniziò a lavorare a Oxford cominciando infine il dottorato ancora a Cambridge, nel dipartimento di Development Studies. Da lì partì per un’ultima ricerca sui sindacati egiziani. Non è più tornato vivo. Le massime autorità istituzionali egiziane sono coinvolte nella sua sparizione e nel suo omicidio; per anni hanno manovrato, depistato, occultato, in modo di impedire la verità e la giustizia che, accanto ai genitori, chiedono larga parte dell’opinione pubblica in tanti paesi del mondo, quel “popolo giallo” che è protagonista militante del libro. Giulio continua a fare cose per il loro e il nostro tramite. Non demordiamo, nonostante gli ostacoli.

Ecco un libro che vale la pena leggere e regalare, una preghiera laica, un dolore necessario. L’amore per il figlio ha spronato i genitori a testimoniare con forza l’esigenza di scoprire i responsabili di un crimine efferato. Da oltre due anni la Procura di Roma ha documentato le responsabilità nel sequestro di almeno cinque ufficiali del National Security Agency e li ha iscritti nel registro degli indagati, ma tutto sembra essere tornato normale nei rapporti fra Italia ed Egitto, non c’è alcuna conseguenza concreta, le indagini sono a un punto morto per la mancata collaborazione del presidente Al Sisi. La morte di Giulio riguarda Paola e Claudio personalmente in modo definitivo, lo sanno bene, non potranno dimenticarlo mai e, insieme, riguarda ogni genitore che subisce ingiustizia, ogni italiano all’estero, ogni giovane che vuole lavorare in pace e autonomia ovunque nel mondo, ogni elettore che comprende la necessità di valutare con onestà intellettuale i comportamenti istituzionali e le relazioni internazionali. Molte frasi commuovono certo, l’obiettivo è comunque sempre quello di farci capire, indignare, partecipare. Scrivono: “abbiamo visto tutto il male del mondo sul suo corpo. Ma tutto il male del mondo è anche quello che è attorno a Giulio: omertà, paura, intrighi, depistaggi. Il coraggio è andare avanti, giorno dopo giorno, sapendo che esiste tutto questo”. Hanno scelto una forma letteraria molto efficace, oltrepassando generi e convenzioni: la mamma Paola racconta la storia della loro famiglia e spesso mette fra virgolette riflessioni e ricordi del papà Claudio o ricostruisce a nome di entrambi, orgogliosi e rispettosi delle capacità del figlio, anche quando magari era stato “un intransigente rompiscatole”; seleziona gli argomenti trattati con cultura, i viaggi insieme (soprattutto l’ultimo, drammatico); gli incontri con i rappresentanti istituzionali pro-tempore (segnalandone sempre pregi e difetti, maggiore o minore sincera solidarietà), con le personalità religiose e culturali, con i giornalisti, con vecchi e nuovi amici, con tanti cittadini per strada o nelle assemblee; le amarezze e le angosce, in particolare la ferita del ritorno dell’ambasciatore italiano; la lista delle parole e delle associazioni di idee più spesso usate nella nuova famiglia allargata che si è creata (con la costante presenza di Alessandra, competente e magica). Spiegano come è nata l’espressione che dà il titolo al volume e si rivolgono a tutti quelli che sanno e che non hanno ancora osato parlare “perché Giulio fa cose, ma non può fare tutto lui”! Completano il libro oltre cinquanta minuziose preziose pagine sui fatti con la cronologia delle date relativi alle indagini, alle richieste e alle inchieste, abbastanza avanzate in Italia (per quanto possibile) e molto boicottate o rinviate in Egitto, e l’intero testo della lunga articolata risoluzione approvata dal Parlamento Europeo.

 

La dittatura dell’economia

La dittatura dell’economia

Papa Francesco

(a cura di Ugo Mattei, prefazione di Luigi Ciotti)

Religione e Politica

Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2020

 

 

 

Globo. Dal 13 marzo 2013. Gli interventi dei papi sono per i fedeli della Chiesa Cattolica sia magistero che dottrina, sia guida che ispirazione, per i fedeli e per tutti gli altri anche documenti di analisi e confronto. Fin dall’inizio del suo pontificato papa Francesco ha cercato un dialogo con cristiani e credenti di altre fedi, con laici e atei, un dialogo che molti di noi considerano interessante e fertile. Bella idea, dunque, quella di raccogliere una selezione di interventi e documenti papali su un tema vasto e compatto: l’uomo, la terra, la giustizia, l’economia. Sono testi scritti tra il 2013 e il 2017 a cavallo dell’enciclica Laudato si’ del maggio 2015 (da cui pure sono tratti ampi stralci), selezionati per offrire un filo organico di pensiero e la possibilità di commenti sui vari aspetti. Si parte dalla citazione parziale dell’Esortazione Apostolica del primo anno e si prosegue con altri discorsi a eventi pubblici o messaggi. La riflessione dell’autore, il papa, Jorge Mario Bergoglio (Flores, Buenos Aires, 1936), viene presentata attraverso otto capitoli appositamente titolati, annotati alla fine di ciascuno da brevi chiari scientifici approfondimenti di Ugo Mattei (Torino, 1961), professore di Diritto Civile all’Università di Torino e di Diritto internazionale e comparato all’Università della California che li connette a grandi personalità (Gramsci, Polanyi, Schumacher, Rodotà, Fanon, Hannah Arendt, Olivetti), si definisce un teorico e militante benicomunista laico agnostico e firma anche un’impegnata introduzione dichiarandosi “con Francesco contro la dittatura dell’economia”.

La prefazione di Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 1945) sottolinea innanzitutto la “bellezza” dei testi papali che, attingendo alla dottrina sociale della Chiesa e alla “radicalità” del Vangelo, affrontano le questioni e i drammi del nostro tempo, lucidi e lungimiranti se confrontati ai silenzi, agli slogan, al cinico opportunismo di gran parte della politica. Chiamata in causa è l’etica, la coerenza tra le parole e le azioni. Uno dei concetti chiave è la “conversione ecologica”, scoprire che l’altro prima che davanti è dentro di noi, ci abita come emozione e come coscienza, come quell’alter ego vitale (ecologico) senza il quale non può esserci alcun “io”.

Papa Francesco denuncia l’economia come sistema che “divinizza” il mercato, una struttura “idolatrica” imperniata sul “feticismo del denaro”, con devastanti effetti di disgregazione sociale e devastazione ambientale. Serve pertanto la responsabilità di ciascuno di noi, credenti o meno, in un impegno coerente e collettivo per il cambiamento, rivedendo secondo criteri di giustizia non solo la distribuzione ma la stessa produzione di ricchezza.

I titoli dei capitoli: la globalizzazione dell’indifferenza; terra, casa e lavoro; la nostra casa comune; seminatori di cambiamento; la saggezza dei quartieri popolari; capitalismo e società degli scarti; la solidarietà non basta; c’è lavoro e lavoro. Spesso richiamato il fenomeno migratorio contemporaneo, mai il termine di “meticciato” che comincia ad apparire con precisione e argomentazione nei testi papali del 2019-2020.

 

Droga

Droga. Storie che ci riguardano

Luigi Ciotti

Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2020

Società

 

 

 

Italia. Da quasi cinquant’anni, in particolare. Fin dall’inizio a Torino il Gruppo Abele disse “no” alle droghe con nettezza e intransigenza. E diede aiuto ai drogati. A quel tempo era in vigore una legge sulla droga che portava al carcere o al manicomio. Nel 1973 don Ciotti mise in piedi il “Molo 53” in via Verdi, primo spazio in Italia aperto giorno e notte, gestito insieme ad alcuni generosi medici e farmacisti contrari all’imposizione di denunciare le persone tossicodipendenti. Sulla base dell’esperienza sul campo, nel 1974 attivò la cascina Abele a Murisengo (da cui il nome del gruppo) e, nel giugno 1975, con la tenda in piazza Solferino fece partire un digiuno collettivo distribuendo materiali per proporre una via che combattesse davvero e meglio la diffusione dell’eroina nelle scuole, le morti per overdose, la criminalizzazione dei giovani tossicodipendenti. Arrivarono consensi e contatti da tutt’Italia, i Ministeri competenti furono indotti a incontrare il Gruppo Abele e altre comunità di volontari, le forze sociali e politiche si scossero, a fine anno fu approvata una legge nuova (685) che finalmente considerava il consumatore di droga una persona da aiutare non un delinquente da incarcerare, e istituiva una rete di servizi. Molte sostanze psicoattive legali e illegali sono poi passate sotto i ponti.

Il Gruppo Abele è una delle più importanti realtà di militanza per i diritti civili d’Italia e d’Europa. Il suo fondatore e animatore resta un sacerdote (la strada come parrocchia) ormai famoso nel mondo, don Ciotti. Ora Pio Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 1945) ci consegna un testo semplice e chiaro per fare il punto sulla lotta alle droghe nel nostro paese, con comparazioni internazionali, divulgazioni scientifiche, indirizzi normativi. Partendo sempre dal vissuto delle persone, per questo è un libro da leggere, meditare e consigliare. L’obiettivo è una consapevolezza diffusa del problema in ogni ambito, per la propria vita e per i contesti sociali, senza la strumentalità di messaggi facili e di mali assoluti.

Partiamo dal sottotitolo, “storie che ci riguardano”. Dopo il prologo che illustra il quadro aggiornato del problema e ribadisce di cominciare da scuole e famiglie per affrontarlo (suggerendo di continuare sempre il confronto con gli operatori e di non parificare il trattamento penale di droghe pesanti e droghe leggere), ognuno dei 13 capitoli dell’agile volumetto inizia con una o più testimonianze (solo l’ultimo, con una citazione di papa Francesco), qualcuno che racconta il proprio stretto doloroso rapporto con la tossicodipendenza, invitandoci appunto a farcene tutti carico con accoglienza, riconoscimento, corresponsabilità. Dopo uno o più casi veri narrati (di ieri e di oggi), vengono illustrati i dati ufficiali, le definizioni tecniche, i nessi istituzionali. Di droghe è meglio parlare al plurale: ognuna ha le sue proprietà, produce effetti e danni di tipo diverso, possiede differenti gradi di pericolosità, prevede specifiche modalità di assunzione, mostra circuiti di reperibilità e di spaccio spesso differenziati. E alcune sono pure legali come tabacco e alcol. Cambiano le età d’iniziazione (perlopiù precoce); internet ha accentuato le solitudini psicologiche e materiali (per le quali non siamo “educati” a ridurre il danno); la millenaria storia di usi e abusi strumentali delle sostanze psicoattive mescola medicina, religione, ricreazione, dipendenza, schiavitù; tutto sempre con tante troppe morti, non diminuite da scelte proibizionistiche e leggi repressive; chiedere tempestivamente aiuto è l’opzione decisiva, cui devono corrispondere strutture adeguate, all’assistenza non alla detenzione; la vicenda della legislazione italiana è contraddittoria e va esaminata alla luce dei numeri e dei risultati, serviva e serve educare di più e punire di meno (i singoli consumatori); il connesso problema dell’AIDS è diminuito ma non scomparso; alla radice continua a guadagnare chi gestisce il narcotraffico, un’industria di morte che impiega milioni di persone ma ne arricchisce poche centinaia (in connessione con gli imprenditori di potere e denaro, oltre che con chi investe sulla paura invece che sulla conoscenza); la legalizzazione di alcune sostanze (viste la permanenza di tabacco e alcol e l’invasione di quelle sintetiche) potrebbe sottrarre profitti ai traffici e aiutare dissuasione dal consumo. Conclusione: la cultura del limite non è rinuncia ma scoperta di felicità.

 

Colore vivo

Colore vivo. Il significato biologico e sociale del colore della pelle

Nina G. Jablonski

Scienza e Storia

Bollati Boringhieri, Torino, 2020 (orig. 2014)

 

 

Ecosistemi umani. Dal principio. La pelle è il punto di incontro tra biologia ed esperienza quotidiana, un prodotto dell’evoluzione percepito nel contesto della cultura. Le sue proprietà, compreso il suo colore, influenzano anche la salute. La nostra pelle rivela l’azione combinata delle principali forze dell’evoluzione: le mutazioni che forniscono le basi per la variazione, la selezione naturale e gli altri meccanismi genetici che ne hanno causato i cambiamenti quando gli esseri umani hanno iniziato a migrare per il mondo. Chiara o scura, ha avuto e ha molte funzioni comunicative e sfumature di significato. Occorre studiarne bene l’origine anatomica, comparare e dibattere, poi valutare come la sua percezione condiziona le nostre vite di ogni giorno e adattarci consapevolmente. Infatti siamo ancora oggi carichi dei pregiudizi instillati nelle nostre menti molti secoli fa: il colore della pelle è stata la principale caratteristica usata per incasellare le persone in “razze” diverse e produrre ideologie razziste. L’associazione del colore con il carattere, così come la classificazione delle persone secondo il colore, sono la più grande fallacia logica compiuta dall’umanità e un potente inganno sociale. Benché largamente riconosciute come pericolose, le gerarchie razziali sono ancora considerate da qualcuno come “fatti di natura” e puntualmente sostenute e promosse. Meglio andare alla radice, or dunque: comprendere tutti i diversi significati del colore della pelle potrebbe aiutarci, come specie, ad andare oltre alla carnagione come valore umano e vedere questa caratteristica come un normale prodotto dell’evoluzione, che in passato ha causato grandi sofferenze. Se siete interessati a scoprire perché il colore è così importante per l’umanità, allora forse questo libro è per voi, qualunque sia il vostro atteggiamento verso le pulsioni razziste che coinvolgono la mente di tutti e le dinamiche dell’intera società. L’ideologia è becera, anche chi si sente razzista o “non razzista ma” potrà manifestarsi con maggior competenza e rispetto.

Da almeno tre decenni la brava antropologa americana Nina Jablonski (Hamburg, New York, 1953) studia e insegna l’evoluzione della biologia del colore della pelle, ha svolto ricerche accurate, ha incrociato riflessioni e opinioni con altri specialisti pure di altre discipline, ha scritto innumerevoli saggi e volumi monografici. Nel 2006 uscì Skin. A Natural History, nel 2014 questo Living Color. The Biological and Social Meaning of Skin Color, opportunamente e finalmente tradotto ora in italiano. La prima parte del libro è dedicata alla biologia del colore della pelle: come la pelle assume il suo colore, come si evolve la pigmentazione, e che cosa significa per la nostra salute. Molti pensiamo di saperne qualcosa, meglio verificare gli aggiornati studi genetici, soprattutto sulla fisiologia della pelle. Ognuno di noi rappresenta un campionario vivente di soluzioni di compromesso trovate dall’evoluzione nella storia delle specie Homo estinte che ci hanno preceduto e della nostra specie sapiens. La pelle è la nostra più estesa interfaccia con il mondo, la sua struttura illustra meravigliosamente il modo di risolvere i problemi tipico dell’evoluzione biologica. Molti stessi problemi di salute oggi comuni (come il cancro alla pelle e la carenza di vitamina D) sono causati da un disallineamento tra le nostre abitudini e la nostra eredità biologica: molti di noi hanno ereditato una carnagione poco adatta alle circostanze attuali e presentano fattori di rischio da conoscere e, possibilmente, prevenire. La seconda parte del libro è dedicata a come percepiamo e affrontiamo le ramificazioni sociali del colore della pelle. Siamo animali visivamente orientati e, pur non essendo geneticamente programmati per avere dei pregiudizi, nel tempo abbiamo sviluppato credenze sbagliate sul colore della pelle, trasmessesi attraverso continenti e oceani. Non si tratta di distinzioni fisiche (c’è un continuum nella nostra specie) ma di gerarchie connesse e presunte, relative a intelligenza, bellezza, temperamento, moralità, potenziale culturale, valore sociale. Fallacie, come l’autrice pazientemente ricostruisce e spiega.

 

Caos

Caos. Raccontare la matematica

Marco Malvaldi e Stefano Marmi

Scienza

Il Mulino Bologna

2019

Pag. 209 euro 15

 

Numeri. Ovunque. La matematica fornisce un linguaggio che si è rivelato e si rivela straordinariamente efficace nel costruire delle rappresentazioni del mondo in qualche mondo utile, deriva da pensieri astratti per fare fronte ad azioni concrete. Il chimico, grande allegro scrittore e scienziato, Marco Malvaldi (Pisa, 1974) e il fisico, docente di Sistemi dinamici alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Stefano Marmi (Bologna, 1963) riflettono insieme sul caos e sul caso nelle nostre vite, in particolare sulla formalizzazione (recentissima, una trentina d’anni) del concetto matematico di caos, sulla sua distinzione da quello di caso e sull’ubiquità del caos nelle scienze (per questo il titolo è dedicato solo al “caos”). Fin dall’antichità sia caso che caos occupano un ruolo centrale all’interno delle nostre rappresentazioni mentali: entrambi (diversamente) richiamano l’esistenza di fenomeni che sfuggono alla nostra volontà di prevedere e sono stati oggetto di ragionamento in tutti i generi della matematica, soprattutto con la ricerca filosofica sul divenire, sull’evoluzione e sul cambiamento e con l’applicazione del calcolo scientifico delle probabilità che ha trasformato completamente la fisica, la biologia, l’economia e la statistica.

Dopo una breve prefazione si susseguono nove capitoli con tanti numeri, equazioni (esistono dalla metà del 1500), derivate, formule, codici la cui (non facile) lettura è un poco aiutata da una leggiadra sintesi iniziale in corsivo, da titoletti esplicativi, da digressioni esemplificative, da citazioni illustri. Continui sono i riferimenti alla storia della matematica e ai grandi studiosi che vi hanno contribuito. L’editing è imperfetto. In fondo si trovano una breve bibliografia moltissimo sintetica e l’utile indice dei nomi di persone.

Si parte ovviamente dalle antiche riflessioni sulle regolarità dei moti dei pianeti e delle stagioni che varie migliaia di anni fa hanno imposto alla nostra specie di cercare (e via via trovare, ora prima ora dopo, ora qui ora là) le dinamiche complicate dietro alcune regole (apparentemente) semplici. Si è subito visto che dalle condizioni iniziali sono sensibilmente dipendenti effetti ed eventi successivi, che alcuni ritmi naturali sono intrinsecamente instabili (anche molti di quelli ciclici o periodici), che per la misurazione serve spesso una qualche approssimazione. Ecco la necessità di modelli di meccanica celeste per l’astronomia moderna, superare la frammentarietà della spiegazione separata del movimento di ogni pianeta di cui si è lentamente scoperta l’esistenza. Ed ecco anche la potenzialità e il rischio del “determinismo”, per quanto in sistemi dinamici e per quanto si considerino sia i comportamenti ordinati e prevedibili che quelli caotici e imprevedibili (questi ultimi generati da almeno una relazione nonlineare). Il caos nasce pure da impercettibili salti, dimenticanze, errori (anche casuali) e poi dalla loro inevitabile amplificazione; si riconosce guardando quella successione di dati con il giusto punto di vista (appunto non lineare). Chiaramente, una serie temporale irregolare non è per forza frutto di un sistema caotico: può anche essere data da un sistema lineare perturbato dall’esterno o può essere propria di un sistema caotico che (per di più) interagisce con una sorgente esterna di disturbo. Caos (determinismo) e caso (rumore) possono determinarsi a vicenda. Scopriamo di conseguenza tanti significati specifici propri della matematica, dal Pi greco all’entropia (diverso da disordine energetico e legato piuttosto alle informazioni di un messaggio), dalle funzioni logaritmiche a quelle binarie, dalle scommesse alle probabilità, dalla ridondanza ai numeri primi.

 

DNA

DNA. La vita in tre miliardi di lettere

Manuela Monti e Carlo Alberto Redi

Scienza

Carocci, Roma, 2020

Pag. 179, euro 15

 

 

Fattori biotici. Ovunque ci sono. Il DNA è la molecola, con struttura a due eliche a spirale antiparallele avvolte da proteine e quattro basi costitutive, che veicola le informazioni genetiche di tutti gli organismi viventi, vegetali o animali o batteri che siano; lo si sa da poco e saperlo ha cambiato praticamente tutto, con avanzamenti tecnici e applicativi degli umani saperi (innanzitutto biologico, medico, giuridico, filosofico). In particolare, la biologia è divenuta la scienza della sintesi del vivente, configurando nuovi diritti fondamentali (come quello al sapere scientifico, a eliminare gli ostacoli giuridici, economici e culturali che impediscono alle persone di godere delle conquiste della conoscenza) e nuovi doveri (come quello di informarsi correttamente per la vita sociale).

All’origine siamo tutti figli della polvere di stelle e tutti deriviamo da LUCA (Last Universal Common Ancestor), si è formato prima l’uovo, mentre la gallina è un’invenzione dell’uovo per propagarsi meglio, poi della riproduzione del vivente si è occupato proprio l’acido desossiribonucleico, usato con l’acronimo inglese scritto maiuscolo. Due ottimi scienziati italiani riassumono in un agile chiaro volume tutto quel che è bene conoscere per alfabetizzarsi sul DNA: la scoperta, la struttura, l’origine, la funzione, l’esclusivo RNA, le tecniche, le conseguenze delle tecniche, la manipolazione, le banche, il DNA antico, oltre il DNA, inserendo utilmente in fondo il glossario essenziale (una cinquantina di termini essenziali), la sintetica bibliografia (una novantina di testi o saggi, con sitografia), gli indici dei nomi e analitico, un grazioso origami colorato del DNA.

La biologa ricercatrice Manuela Monti (Pavia, 1976), che insegna Biologia delle cellule staminali, e il biologo professore Carlo Alberto Redi (Pavia, 1949), che insegna Zoologia, operano entrambi nelle sedi universitarie della loro città, hanno rimarchevoli collaborazioni internazionali e contribuiscono da anni alla pubblicistica scientifica con rigore e coerenza. Nei paragrafi interni ai vari capitoli si e ci dilettano prendendo spunto da ricostruzione storiche ed episodi curiosi per facilitare una narrazione godibile e stimolante. Ovviamente James Watson è più volte citato, dagli spunti biografici al 1951, quando 23enne fa il postdottorato alla stazione zoologica di Napoli e poi conosce Francis Crick, fino poi alle discutibili stravaganti affermazioni sull’Africa, sulle donne, sul razzismo. Interessante la parte dedicata alle differenze fenotipiche (come il colore della pelle) e fisiologiche (come la suscettibilità) tra gli individui della specie umana, che comunque non sono mai grandi e mai possono configurare razze: la variabilità genetica resta altissima (circa l’85%) anche in piccoli gruppi all’interno di ciascuna popolazione. L’invenzione della razza è un potente mezzo di validazione di interessi e poteri di pochi: è nei processi di assoggettamento degli individui e nelle forme di organizzazione sociale che ne derivano che si trova il “cuore di tenebra” del razzismo (come dello schiavismo e dell’olocausto). Non a caso, i due autori, insieme a molti altri studiosi, hanno proposto di abolire l’impiego della parola razza da qualunque atto ufficiale della Repubblica italiana. Opportuni anche i riferimenti a biodiversità e OGM (con tanta buona informazione e ampio corretto esame delle fake news), alle mappe e banche dati (con il progetto sostenuto da Obama nel 2016 per la Precision Medicine Initiative), ai rischi e alle opportunità della manipolazione, ai tanti nessi della genetica con l’amministrazione della giustizia. Meno aggiornato il paragrafo sul DNA antico, ma davvero curioso il caso sulle origini di Cristoforo Colombo (gli autori hanno contribuito a una ricerca italo-spagnola). E ovviamente frequenti sono i richiami (pur generici) al fenomeno migratorio.

 

La danza della parola

La danza della parola. L’ironia come arma civile per combattere schemi e dogmatismi

Giulio Giorello

Scienza

Mondadori, Milano, 2020

Pag. 111, euro 17

 

 

Parole e gesti umani. Da sempre. Cosa sia l’ironia più o meno lo sappiamo tutti: una battuta o una replica o una faccetta o un movimento ridicoli che introducono uno o più elementi inusuali e/o inattesi e/o ambigui e/o contrastanti rispetto a quello che avevamo appena ascoltato, visto, letto, percepito. Ovvero un modo di mettere in discussione la comprensione data per scontata di parole e gesti. Uno strumento di umana conoscenza. Uno sguardo diverso. Un modo di catturare l’attenzione. Non è per forza legata al linguaggio parlato o scritto, può derivare da azioni, comunque e sempre serve a far emergere qualcosa che non ci aspettavamo e a far riflettere su quanto era arrivato ai nostri occhi od orecchi. In linea di massima non attiva espressioni volgari, anzi è un antidoto colto alla volgarità (che quasi sempre è invece assenza di cultura), relativizza con scherzo ogni assoluta verità o certezza, gli schemi precostituiti.

Sorriso e riso possono esserci certo, eppure l’ironia vuole soprattutto colpire, terremotare un concetto per non renderlo statico dogma. Dunque, talora può essere aggressiva, soprattutto quando si accompagna al sarcasmo o alla satira, pur mantenendosi sempre a distanza dalla violenza, sia fisica che psicologica. Anzi, contribuisce proprio a contenere gli sfoghi, a regolarli, ad articolarli, a non utilizzarli come un randello per mettere a tacere l’interlocutore (anche quando è un avversario). Non è mai una critica distruttiva fine a sé stessa, ha una discriminante componente creativa di scossa, ribaltamento, completamento rispetto al punto di vista che la sollecita. Non è solo un modo di operare, è un modo di vivere; non riguarda solo le cose che uno fa, ma quello che uno è; pertanto non la si può praticare e amare se non la si applica di continuo pure a sé stessi. Solo così si e ci libera davvero, migliora la nostra esistenza terrena e i luoghi sociali che frequentiamo.

Il grande epistemologo e filosofo della scienza Giulio Giorello (Milano, 1945-2020) spiega meravigliosamente che “l’ironia è una specie di danza della parola” (azzeccato delizioso titolo del volume, ispirato da Nietzsche): “un’arte difficile…perché bisogna, nello stesso tempo, avere considerazione per gli altri, e saper ridere di sé. Se ci si considera tutti una massa di imbecilli, è inutile cercare di comunicare con una forma sottile di ironia”. Ironizzare su qualcosa di detto o visto va preso in considerazione solo se abbiamo interesse e rispetto per chi ha parlato o agito; e bisogna poi esserne ben capaci, affinché costui prenda in “seria” considerazione la nostra ironia. Nello stesso tempo, se poi non sappiamo ironizzare su noi stessi meritiamo scarsa considerazione dagli altri. Arma civile certo, e però a doppio taglio, ibrida.

L’agile volume è distinto in tre parti: meno brevi le prime due sui fumetti, grande antica passione dell’autore da Topolino a Paperino, da Tex a Linus (del resto in copertina c’è un “Bang!”), e sui ballerini che danzano con le parole, più o meno virtuosi (soprattutto contemporanei, soprattutto nella letteratura gialla); la terza è dedicata a due mitici scrittori, Robert Musil e James Joyce. Per finire la conclusione (“nel solco dell’Illuminismo”), le poche note numerate nel testo, i ringraziamenti (ma non l’indice dei nomi, che avrebbe molto incuriosito). Non è un trattato sull’ironia, non c’è nulla di sistematico; piuttosto uno zibaldone di riflessioni e citazioni di un autore colto e poliedrico, ironico e autoironico, scienziato e letterato. Giorello danza con le parole e narra avendo come filo alcune domande: c’è ancora, in giro, l’ironia?, cosa la elimina?, cosa la ripristina?, si può insegnare? Le risposte sono aperte, argute, stimolanti.

Si parla spesso di politica e di religione; fra l’altro Giorello spiega perché nelle scuole non farebbe l’ora periodica di religione ma metterebbe il presepe ogni Natale. Opportunamente i romanzi gialli sono riassunti senza problemi di spoiler.

Segnalo l’antinomia logica inventata secoli fa da Cervantes (maestro di “pensiero ironico” secondo Vázquez Montalbán, aggiungo), molto utile in questi decenni per ogni migrante di passaggio fra paesi confinanti. Significativa la parte sulla complicata ironia del calzolaio che fa le scarpe (a pag. 88-89).

 

Come eravamo

Come eravamo. Viaggio nell’Italia paleolitica

Marco Peresani

Scienza, Paleoantropologia

Il Mulino, Bologna, 2020 (edizione aggiornata, prima ed. 2018)

Pag. 174, euro 12

 

 

Italia. Pleistocene (fra 2.650.000 e 11.650 anni fa, circa). L’Italia di oggi è un lontano ricordo di quella che era milioni di anni fa, sebbene molti dei caratteri impressi dai mutamenti climatici siano rimasti ben visibili nel paesaggio fisico. Oscillazioni del livello marino e ripetute glaciazioni hanno dato altezze e funzioni diverse alle linee costiere sul Mediterraneo, ad Alpi e Appennini, a fiumi laghi pianure, alla straordinaria biodiversità e varietà geologica, per quanto nel Paleolitico gli ominini necessitassero di poche rocce scheggiabili per mantenere il loro bagaglio tecnologico.

Per gli umani di allora vivere senza fissa dimora e coprire vasti territori con continui spostamenti comportava la riduzione al minimo dei materiali da trasportare come armi, utensili e quanto via via evolveva (vestiario, elementi da costruzione per i ricoveri, oggetti di culto, alimenti conservati, contenitori, medicinali). Determinare date o periodi precisi per il popolamento della penisola è impresa incerta e controversa: i ripari erano grotte, caverne, fessure, cavità con acqua potabile non lontano.

Si sono spesso trovate tracce di più specie (e comunque di più gruppi umani) stratificate nella stessa superficie: Homo antecessor, Homo heidelbergensis, homo neanderthalensis non necessariamente in ordine cronologico, talora compresenti nel territorio italiano di allora, solo molto dopo noi sapiens, quasi alla fine del Pleistocene. Presso le cave di Apricena (Gargano) vi fu una delle prime presenze ominine nell’Europa occidentale, oltre 780.000 anni fa, all’incirca pure a Monte Poggiolo (appennino romagnolo). Dopo di allora potrebbe anche essere che l’Italia non sia stata abitata per 200.000 anni, le successive frequentazioni antropiche s’inquadrano in una fase climatica più temperata. Nel 2014 a Isernia la Pineta emerse il resto umano più antico, un primo incisivo superiore deciduo di un individuo di 5-7 anni d’età. Vi è una lunga storia prima di arrivare alla fine dell’ultima glaciazione e al Neolitico.

Marco Peresani (Udine, 1963) è associato di Culture del Paleolitico a Scienze Preistoriche e Antropologiche presso l’Università di Ferrara e prosegue, accanto all’attività di ricerca e insegnamento, un’utilissima attività di divulgazione su usi e costumi, luoghi e tempi, sincronie e diacronie delle presenze umane nella penisola (recentemente divenuta Italia), prima che ci fossero coltivatori allevatori, villaggi, strade, lingue e molto prima che Homo sapiens restasse l’unica specie del genere presente in Europa, parlante simbolico e geneticamente meticcia.

Dieci capitoli descrivono errante storia manifatturiera e mutevole geografia puntiforme, individuando due momenti di svolta: da una parte 300.000 anni fa la padronanza del fuoco e le grandi rivoluzioni culturali; d’altra parte la diffusione quasi ovunque dei neandertal, veri grandi protagonisti autoctoni del nostro continente prima dell’arrivo dei sapiens. Adeguata trattazione è dedicata al confronto e agli eventuali incontri fra queste ultime due specie umane, compresenti in più parti d’Italia (a partire dalla Puglia) nelle varie tappe dell’ominazione e dell’evoluzione culturale (Uluzziano, Aurignaziano, Gravettiano, Epigravettiano, Mesolitico). Vi è forse un po’ di schematicità classificatoria, esigenza imprescindibile per chi scava e reperta, tuttavia talora inevitabilmente rigida rispetto a mescolanze e intrecci di tempi e luoghi, ai “meticciati” cui spesso si accenna. Ovviamente i fenomeni migratori sono spesso elemento costitutivo della narrazione, sia quelli animali (e vegetali), che quelli strettamente umani, da est nord e sud, le fughe e le conquiste piuttosto che le curiosità e le scoperte, pur continuandosi erroneamente a considerare tutti nomadi i cacciatori raccoglitori paleolitici (il “nomadismo” è cosa di neolitici). Ottimo l’undicesimo e ultimo capitolo con le visite guidate (a cominciare dallo splendido Museo della Preistoria di Nardò) ai siti ben organizzati in molte regioni italiane.

 

La scienza e l’Europa. Dal secondo dopoguerra a oggi

La scienza e l’Europa. Volume 5: dal secondo dopoguerra a oggi

Pietro Greco

Prefazione di Giulio Giorello

Storia e scienza

L’Asino d’oro, Roma, 2019

 

 

Europa. 1943-2015. Nella prima metà del secolo scorso, l’Europa è stata sconvolta una guerra civile durata oltre trenta anni, alla cui fine si è profondamente modificata la sua posizione nel mondo, l’antico primato risulta andato perduto. L’asse scientifico e la capacità d’innovazione, conseguentemente la centralità geopolitica, si spostano poi nel Nord America e, in misura minore, in Unione Sovietica. Nei primi anni della seconda metà del secolo, l’Europa sembra voler e poter risorgere dalle proprie ceneri, ben presto riesce lentamente ad affermare il nuovo modello di welfare: una progressiva integrazione istituzionale e un diffuso benessere sociale, entrambi fondati sulla produzione di nuova conoscenza e sulla collaborazione fra Stati. Eppure, emergono via via anche i limiti e le contraddizioni del processo e soprattutto una nuova incrinatura nel rapporto con la scienza: all’inizio del XXI secolo, la spesa dell’Europa in ricerca è inferiore a quella media del resto del mondo, per la prima volta nella sua storia dopo la rivoluzione scientifica del Seicento. Sono cresciute sia la diffidenza verso la conoscenza che le spinte centrifughe dei nazionalismi. Appare in crisi lo stesso concetto di solidarietà, aleggiano ovunque sentimenti di ostilità e di odio, manifestazione di un’inquietudine profonda, cui si potrà far fronte solo ricercando con determinazione una nuova sostenibilità, sociale ed ecologica. Come spiega Giorello nell’introduzione del bel volume sul rapporto contemporaneo fra scienza ed Europa: “emanciparsi dai pregiudizi potrebbe sembrare un lusso da intellettuali privilegiati. Ma è proprio grazie a tale liberazione che si possono ottenere, in tempi più o meno brevi, quei successi a livello pratico – dalla ingegneria alla medicina – che fanno emergere migliori condizioni di vita. Senza illusioni, ma con sobria lucidità; senza privilegi, o meglio senza alcuna forma di discriminazione”.

Il miglior giornalista scientifico italiano vivente [scomparso improvvisamente il 18 dicembre 2020, NdR], a lungo formatore dell’intera categoria, il chimico Pietro Greco (Barano d’Ischia, 1955-2020) ha completato un’opera immensa, il rapporto della piccola e marginale appendice occidentale dell’Eurasia con la scienza, partendo dalla motivata tesi che per millenni la situazione della seconda è stata principale causa dei successi e delle crisi della prima. L’ottima narrazione del quinto e ultimo saggio alterna con chiarezza e profondità la sintetica ricostruzione storica, i fenomeni e gli eventi della geopolitica, con la disamina degli avanzamenti nelle varie discipline scientifiche, comparando sempre il quadro europeo rispetto a quello mondiale. I primi tre capitoli descrivono la situazione degli esausti popoli europei “dopo la catastrofe” e fino al 1989: avevamo perso tutti, “noi” europei (oltre ai mortiferi risultati dei campi di battaglia militare); vi fu subito un enorme massa di migrazioni forzate che in meno di dieci anni ricollocarono ben cinquanta milioni di persone fra i vari Stati del continente; paure e divisioni rallentarono progetti comuni con la splendida eccezione del Conseil européen pour la recherche nucléaire, il Cern a Ginevra dal 1954 (su spinta italiana); si concretizzarono poi le tappe del noto processo di integrazione, che però non tenne abbastanza conto del dramma della guerra fredda e della svolta tecnologico-produttiva realizzata negli Stati Uniti, soprattutto grazie alla nuova “società della conoscenza” impostata da Vannevar Bush, consigliere presidenziale.

Il quarto capitolo contiene sette minuziosi godibili paragrafi, ciascuno dedicato a una disciplina della scienza europea: fisica, matematica, chimica, biologia molecolare, medicina e salute, neuroscienze, medicina della mente (qui forse è parziale il quasi esclusivo riferimento a Fagioli).

Gli ultimi due capitoli valutano presente e futuro: lo smarrimento europeo e la crescente crisi a partire dal 1991 (e fino almeno al 2008), anche nel confronto con la conquistata nuova centralità asiatica, in particolare della Cina, il quinto; i punti deboli da controllare e i punti di forza da sviluppare per un effettivo rilancio dell’Europa, basato sul ritorno alla scienza e al welfare State, il sesto. Prezioso indice finale dei nomi.

 

Crisi. Come rinascono le nazioni

Crisi. Come rinascono le nazioni

Jared Diamond

Trad. Carla Palmieri e Anna Rusconi

Storia

Einaudi, Torino, 2019 (orig. 2019, Upheaval. Turning Points for Nations in Crisis)

Pag. 448, euro 30

Oggi. Uomini e donne, Stati. La parola “crisi” etimologicamente deriva da due termini greci, un sostantivo e un verbo, che afferiscono all’area semantica di “separare”, “decidere”, “distinguere”. Si tratta in sostanza di un punto di svolta più o meno esplosivo, quel momento o quel periodo storico preceduto da un movimento evolutivo iniziato anche molto prima, superato il quale le condizioni precedenti sono molto o abbastanza diverse dalle successive, verificabile poco frequente o episodicamente presente nella vita di un individuo umano o di collettivi istituzionalizzati di individui. Tutti, a ogni livello, si trovano prima o poi ad affrontare crisi e spinte al cambiamento, comprese aziende, nazioni e mondo intero, derivanti da pressioni interne ed esterne.

Vi sono, ovviamente, analogie e differenze tra crisi personali e crisi nazionali. Il parallelismo più importante attiene al cambiamento “selettivo” che le crisi comportano: capire cosa va o non va modificato, valutare onestamente propri valori e capacità, tracciare un confine intorno agli elementi fondanti e irrinunciabili dell’identità, individuare novità e soluzioni compatibili. Per i sapiens e le nostre le istituzioni collettive (oggi per gli Stati) il concetto di crisi può avere definizioni diverse a seconda della frequenza, durata e importanza delle conseguenze. Ma le nazioni non sono individui in corpo maggiore: le differenze sono ovvie, molte e indiscutibili (presenza di leadership, corpi intermedi, sopraffazione esterna). Pur tuttavia, le crisi personali sono più familiari e comprensibili a chi non si occupa di storia e forse consentono di individuare alcuni fattori predittivi rispetto agli esiti, da adattare rispetto alle crisi nazionali o da considerare utili metafore, come una certa duttile capacità di adattarsi senza panico.

Il grande geografo ornitologo biologo americano Jared Diamond (Boston, 1937), autore di fondamentali saggi per la comprensione dell’evoluzione di Homo sapiens sul pianeta, riprendendo spunti già accennati in passato, da un decennio riflette più specificamente sull’epoca contemporanea ed esamina gli sconvolgimenti (Upheaval), ovvero i passaggi di fase (Turning Points) nella caduta o nella rinascita di alcuni Stati. Il prologo riferisce due esperienze autobiografiche: i sopravvissuti alle 492 persone che perirono nell’incendio del nightclub cittadino Cocoanut Grove, quando lui aveva cinque anni e il padre era medico ospedaliero; l’identità della Gran Bretagna successiva al fortissimo declino tra il 1956 e il 1961, quando lui vi soggiornava per studi e ricerche. Utilizza la metafora del mosaico per farsi capire: “dopo” inevitabilmente coesistono elementi (disparati) di ciò che fu e di ciò che si è diventati.

Tutta la prima brevissima parte riguarda le crisi personali e fa largo uso delle scienze psicologiche, selezionando una dozzina di fattori predittivi che ostacolano o facilitano il superamento delle crisi e concludendo sui possibili parallelismi con le crisi nazionali, alle quali è dedicata oltre il novanta per cento della successiva splendida narrazione storica comparata. Poche quantità (equazioni, tabelle, grafici, statistiche), molta qualità storiografica (con due interessanti inserti fotografici).

La seconda parte esamina specifiche crisi, passate ma relativamente recenti, di sei Stati intorno ad anni cruciali (Finlandia 1939, Giappone 1853, Cile 1973, Indonesia 1965, Germania 1945, Australia 1964).

La terza parte è dedicata alle crisi in corso, alle incerte prossime sfide del Giappone e, soprattutto, degli Stati Uniti, per concludere con quattro grandi problemi globali (fra gli altri): arsenali nucleari, cambiamenti climatici, esaurimento delle risorse, disuguaglianze negli standard di vita. I sette paesi (fra le 210 “nazioni” del pianeta) sono un campione non scelto a caso: Diamond vi ha abitato per lunghi periodi e ne parla la lingua, avendo raccolto documentazione scientifica ed esperienze dirette. I riferimenti alle malattie epidemiche non sono certo rari e molti i possibili spunti per la crisi della pandemia Covid-19 (di cui l’autore ha comunque poi parlato con precisione).

 

La grande livellatrice

La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria a oggi

Walter Scheidel

Storia

Trad. Giovanni Arganese

Il Mulino, Bologna, 2019 (orig. 2017)

 

Il nostro pianeta con e fra primati umani. Passato, presente e futuro. La disuguaglianza fra gli individui viventi della specie Homo sapiens è pericolosa e crescente. Vi sono oggi persone, famiglie, gruppi, Stati, continenti enormemente più ricchi di altri, capaci di concentrare la teorica ricchezza globale in un esiguo numero di mani. Tuttavia, una simile significativa disuguaglianza ha una storia antichissima alle spalle, da millenni le eccedenze rispetto al minimo indispensabile per la sopravvivenza non sono condivise in modo equilibrato fra gli esseri umani e una prospettiva interculturale, comparativa e a lungo termine appare essenziale per la comprensione dei meccanismi che modellano la distribuzione del reddito e della ricchezza sulla Terra.

Vi sono segni e qualità di disuguaglianza pure precedenti il Neolitico, quando certamente (seppur lentamente) la produzione di cibo tramite agricoltura e pastorizia creò una scala quantitativamente tutta nuova di ricchezza e di eccedenze. L’addomesticamento delle fonti alimentari comportò anche l’addomesticamento delle persone. La disuguaglianza politica rafforzò e amplificò la disuguaglianza economica. Per migliaia di anni la “civilizzazione” progressiva e le varie civiltà diffuse quasi mai si caratterizzarono per forme pacifiche di perequazione. Nell’intero arco della storia documentata i momenti di livellamento più marcato sono stati invariabilmente il risultato solo di potenti shock. Quattro diversi tipi di rotture violente hanno appiattito la disuguaglianza: le guerre generali, le rivoluzioni trasformative, i crolli degli stati, le pandemie letali. Considerando la complessiva storia umana del pianeta, solo una o più di queste quattro violente forze (terribili e mortifere) hanno compresso la disuguaglianza materiale.

Grazie a una sterminata bibliografia comparata, a un enorme massa di dati e documentazione, a una limpida riflessione critica globale lo storico Walter Scheidel (Vienna, 1966), nato e formatosi in Austria, poi dal 1999 trasferitosi negli Usa e da tempo docente presso l’autorevole californiana Stanford University, studia alcuni nessi cruciali per comprendere la distribuzione delle risorse materiali all’interno delle società, lasciando consapevolmente in secondo piano alcune questioni definibili oggi come geopolitica: gli aspetti climatico-geografico-ecologici e la disuguaglianza fra le nazioni. Due sono le metriche di base utilizzate: il coefficiente o indice di Gini (ben noto agli scienziati economisti), le percentuali totali di reddito di mercato e netto (disponibile) o di ricchezza (aggiornate da Piketty e ben note agli scienziati sociali).

A ragionare di disuguaglianza è però primariamente uno storico, non un filosofo o economista o giurista o sociologo, questo è il grande interesse culturale del volume. Tanto più che la scansione narrativa opportunamente non si condiziona a una convenzionale cronologia. La prima corposa parte segue l’evoluzione della disuguaglianza dall’epoca dei nostri antenati primati fino agli inizi del XX secolo. Le successive parti trattano dei quattro differenti tipi di shock, la seconda (guerre) e la terza (rivoluzioni) affrontando subito di petto il cruento Novecento e risalendo poi indietro nel tempo per cercare eventuali simili antecedenti. La quarta parte esamina specifici casi storici di fallimento dello stato e di collasso sistemico (moderni o antichi). Egualmente la quinta parte documenta esempi molto o poco conosciuti (comunque ad ampia distanza per tempi e luoghi) di mortalità epidemica di massa. Arriviamo così alle domande contemporanee: esistono o possono esistere fattori alternativi (ovvero non violenti) per ridurre le disuguaglianze (sesta parte)? Che cosa ci riserva o potrebbe riservarci il futuro (settima)? Forse le risposte non ci piaceranno, però è meglio valutarle con attenzione. Manca purtroppo un indice degli argomenti (solo i nomi propri), inevitabilmente di migrazioni spesso si parla (più o meno forzate esse stesse).

 

Scrive per noi

Valerio Calzolaio
Valerio Calzolaio
Valerio Calzolaio, giornalista e saggista, è stato deputato (1992-2006) e sottosegretario all’Ambiente (1996-2001). Ha pubblicato numerosi libri sul tema della migrazioni e dei profughi ambientali.

Valerio Calzolaio

Valerio Calzolaio, giornalista e saggista, è stato deputato (1992-2006) e sottosegretario all’Ambiente (1996-2001). Ha pubblicato numerosi libri sul tema della migrazioni e dei profughi ambientali.

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