Gli elefanti sono di buona memoria: Archeologia dei (dis)incontri con Gianni Vattimo

Pensiero ecopacifista, diritti di tutti i dimenticati, la riduzione della violenza e del dogmatismo, postmodernismo, preoccupazione per l’Altro, la funzione (e la sorte) della filosofia, il rapporto di Vattimo con l’America Latina nei ricordi di uno dei maggiori esponenti brasiliani del pensiero ambientale. Ma anche le divergenze politiche.

Marcos Reigota

Centro di studi globali, Università Aperta del Portogallo.

Una pila di libri di e su Gianni Vattimo – Foto di Marcos Reigota, settembre 2013

Gianni Vattimo (4 gennaio 1936 – 19 settembre 2023), il più conosciuto e apprezzato filosofo italiano nel mondo, è stato ricordato dalla nostra rivista nel numero di dicembre 2023 e su questo sito. Il pensiero debole trasformato in un pensiero dei deboli, la critica alla modernità e alla globalizzazione, l’enfasi sulle differenze, l’ermeneutica fanno, infatti, di Gianni Vattimo un grande punto di riferimento per il pensiero ambientale, che ha attinto spesso ai testi di Vattimo, specie in America Latina. Pubblichiamo qui un ricordo di Marcos Reigota, uno degli autori nel campo dell’educazione ambientale più citati in lingua portoghese e attivo anche nella rete e nei congressi mondiali WEEC.

Chez ma mère

L’ultima e-mail di Vattimo risale al 15 settembre 2013, una domenica. Era una risposta al mio messaggio del giorno prima, intitolato “Chez ma mère”, senza testo ma con due foto di pile di suoi libri o libri su di lui nella casa di mia madre a Tupã, in Brasile (nelle foto a fianco, ndr).

La sua risposta: “Elle est certainment une grande mère, pour um grand fils. Abrazos Gracias. Gianni”.

João Pessoa, luglio 1994

Durante una visita alla mia amica Dalva Scherer a João Pessoa, conobbi Roberto Markenson, professore all’UFPb e dottore di ricerca all’Università Cattolica di Lovanio sotto la guida di Jacques Taminiaux. Markenson aveva lasciato Louvain-la-Neuve pochi mesi prima del mio arrivo nell’autunno del 1985.

Parlando del mio interesse per il movimento ecologista e la sua educazione nella postmodernità, Markenson mi suggerì di approfondire il pensiero di Vattimo, fornendomi il suo numero di telefono.

Mi diede anche una copia del numero 2 della Revista de Filosofia (UFPb, agosto 1993) con l’articolo di Vattimo “Reconstrução da racionalidade” (pp. 31-42).

Incontrando il mio amico Rafael Tassinari, psichiatra e psicoanalista, mi disse di aver letto “El Pensamiento Debil” durante il suo master in Psicologia clinica alla PUC-SP. Mi diede una copia (fotocopiata, all’epoca non ancora illegale in Brasile) della seconda edizione spagnola (Cátedra de Madrid, 1990).

Notai con piacere che il libro includeva riferimenti a Nietzsche, Benjamin e Sartre, oltre a una dimensione politica “rivolta al futuro” (p. 17) e contro “la cultura dei dominatori” (p. 25).

Una telefonata

Le mie successive letture confermarono l’intuizione di Markenson:

“Dal maggio 68 abbondano sempre più movimenti libertari occidentali, con linee e riferimenti esplicitamente nietzschiani, che professano un diffuso politeismo simbolico, a favore di tutte le diverse culture della terra, delle loro pietà e dei loro misteri sacri. Sono ecologisti, pacifisti, amanti delle arti, dell’amicizia e della cultura. Sono favorevoli al femminismo, all’omosessualità, alla bisessualità o ai piaceri plurali e liberi. Combattono a favore dell’ecologismo della natura vivente, a favore della pace e a favore, in breve, di tutti gli altri dimenticati: umani, animati o divini, contemporaneamente e nelle tradizioni dimenticate” (Vattimo, 2002, p. 20).

Terminai di leggere il libro a Tokyo, di ritorno da Hiroshima, dove avevo partecipato alla Cerimonia della Pace nell’agosto 2005.

Ero in Svizzera quando telefonai a Vattimo. Non mi rispose e lasciai un messaggio in segreteria, dicendo che lo chiamavo su suggerimento del professor Markenson. Poco dopo ricevetti la sua chiamata. Parlammo brevemente in francese e mi invitò a Torino. Il suo libro sulla religione con Derrida era molto discusso e in primo piano nelle librerie, ma l’argomento non mi interessava. Prima di recarmi a Torino, comprai a Lugano “La Sinistra nell’era del Karaoke” e “La Fine Della Modernità”, ma non pensai di farglieli autografare.

Torino, inverno 1995

Vattimo mi ricevette nel suo modesto ufficio all’Università di Torino.

Un momento saliente della conversazione fu quando gli chiesi di tradurre la nozione di “pensiero debole” come “pensiero fragile”. Accettò e ne scrissi nel libro “Il bosco e la scuola: verso un’educazione ambientale postmoderna”.

Parlammo del successo del libro con Derrida e gli dissi che la religione non mi interessava più da quando avevo smesso di fare il corista a dieci anni e da quando avevo letto che Dio è morto. Mi rispose: “Ma Nietzsche non ha detto che Dio non esiste!”.

Un’altra volta parlammo delle molte nozioni di postmodernità. Gli dissi, e lui fu d’accordo che, secondo me, il postmodernismo era iniziato con le bombe di Hiroshima e Nagasaki, un punto fondante del pensiero ecopacifista a cui appartengo.

Gli spiegai le difficoltà che incontravo presentandomi come ecologista e ricercatore postmoderno negli ambienti accademici e che stavo iniziando una ricerca sulle origini del postmodernismo brasiliano, risalente ai primi decenni del XX secolo e ancora influente. Ha subito colto il mio punto sulle difficoltà di posizionarsi come postmoderno e sulle sfide ambientali, risparmiandomi ulteriori spiegazioni.

In generale, ha rafforzato le innumerevoli definizioni di postmodernità che ha dato e avrebbe dato nei suoi testi negli anni successivi.

Vattimo andò in un armadio, tirò fuori due libri e me li regalò: “Oltre l’interpretazione” e l’Annuario di Filosofia ’94 da lui curato. Gli chiesi di scrivere delle dediche, cosa che fece solo nell’annuario. Mi invitò poi a pranzo in un ristorante vicino all’università e durante il tragitto mi parlò con dovizia di particolari della morte (per AIDS) del suo compagno Gianpiero Cavaglià e del viaggio che avevano fatto negli Stati Uniti poco prima della sua morte, dicendomi che l’ultimo desiderio di Gianpiero era stato quello di visitare il deserto dell’Ovest.

Ci siamo salutati con l’impegno di tenerci in contatto e di rivederci.

Torino, 1° ottobre 2005

Il nostro secondo incontro nella sua città natale avvenne in occasione del Terzo Congresso mondiale di educazione ambientale (WEEC). Di ritorno da un soggiorno di tre mesi alla Sophia University di Tokyo, la Japan Foundation mi aveva autorizzato a utilizzare il biglietto di andata e ritorno per San Paolo, con scalo a Torino. Al congresso ho avuto modo di esporre ai colleghi di vari Paesi il mio disaccordo con la politica ambientale del primo governo Lula. È stata anche l’occasione per incontrare nuovamente Grazia Borrini-Feyrabend e per assistere alla presentazione di apertura, in un teatro gremito, dell’artista e ambientalista brasiliano Paulo Roberto Espósito Magnólio de Oliveira.

Vattimo mi accolse calorosamente nel suo ufficio all’Università di Torino. Mi disse che stava studiando Stalin e non risparmiò elogi al sovietico. Rimasi sorpreso perché non mi aspettavo la rivalutazione di un leader di sinistra che era stato intensamente criticato dai gruppi (di sinistra) a cui avevo partecipato fin dai tempi del movimento studentesco negli anni Settanta. Nel libro “Ecce Comu”, pubblicato a Cuba l’anno successivo, completerà la sua analisi e il suo elogio di Stalin, parlando di “uno Stalin che poteva e voleva dedicarsi alla trasformazione della società sovietica senza forzarla verso l’industrializzazione, non avrebbe effettivamente gareggiato con gli Stati Uniti nella corsa allo spazio negli anni Cinquanta, né avrebbe respinto da solo le armate hitleriane, ma avrebbe salvato molte vite” (Vattimo, 2006, pag. 80).

E conclude con l’affermazione: “La vera colpa (o forse l’errore) di Stalin è stata l’adozione del mito dello ‘sviluppo’” (Vattimo, 2006, pag. 80).

Una copia della prima edizione di “Ecce Comu”, su carta molto rustica dell’Imprenta Federico Engels, è stato il regalo che Vattimo mi ha fatto nell’ultimo incontro che abbiamo avuto a San Paolo. Sulla prima pagina scrisse: “A Marcos con l’amicizia fedele di Gianni V.”. Vattimo era interessato a sapere della mia ricerca in Giappone e abbiamo chiacchierato brevemente del primo governo Lula. Gli dissi che facevo parte di un gruppo di persone di sinistra che criticavano il governo e che la situazione era molto polarizzata.

Andò all’armadio e tirò fuori alcuni libri. Prima che potessi chiedere, iniziò a scriverci sopra le dediche: “Le avventure della differenza: che cosa significa pensare dopo Nietzsche e Heidegger”, “Il futuro della religione: solidarietà, carità, ironia” e “Il soggetto e la maschera: Nietzsche e il problema della liberazione”.

Avevo con me uno dei libri che mi avevano accompagnato nel mio viaggio in Giappone, e fu l’occasione per chiedere una dedica anche per quel libro.

Vattimo mi invitò a pranzo nello stesso ristorante in cui eravamo andati la prima volta, e questa volta mi parlò del suo compagno Sergio Mamino, che era morto sull’aereo mentre erano in viaggio verso l’Olanda, dove Sergio sarebbe stato sottoposto a eutanasia.

Ci siamo dati appuntamento qualche giorno dopo a San Paolo.

All’aeroporto di Torino comprai la lussuosa edizione dei “Romanzi di Herman Hesse” che contiene, tra gli altri, “Demian”, “Il lupo della steppa” e “Siddartha”. Sulla prima pagina ho scritto: “Dopo aver conosciuto Vattimo. Prima di incontrare Gerd Paul e Axel a Francoforte. Amici.Torino.10/05”.

Ai tristi tropici

Le prime tracce di Vattimo nel Brasile tropicale risalgono al 2000. Il 28 agosto di quell’anno, tenne una conferenza presso l’Istituto di Cultura Italiana a Rio de Janeiro, evento che diede vita al libro “La tentazione del realismo”, pubblicato l’anno successivo con la prefazione della professoressa Raquel Paiva. In quell’occasione, Vattimo si presentò all’uditorio con queste parole: “la mia ispirazione religioso-politica ha ispirato una filosofia attenta ai problemi della società. Il mio è un ‘pensiero debole’ che pensa alla storia dell’emancipazione umana come a una progressiva riduzione della violenza e del dogmatismo e che favorisce il superamento di quelle stratificazioni sociali che ne derivano” (Vattimo, 2001, p. 49).

La sua presenza in Brasile si intensificò negli anni successivi, con la partecipazione all’Accademia della Latinità, organizzata e diretta dall’aristocratico e intellettuale cattolico Candido Mendes. Vattimo prese parte a due edizioni consecutive dell’Accademia, nel 2001 e nel 2002, a Rio de Janeiro.

Nel 2002, Vattimo tenne la conferenza di apertura del Congresso annuale dell’Associazione dei programmi post-laurea in comunicazione (COMPÓS), evento che consolidò la sua influenza nel panorama intellettuale brasiliano. La professoressa Paiva, in un articolo pubblicato su “Alceu – Revista de Comunicação, Cultura e Política” della Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro (PUC-RJ), sottolinea come Vattimo abbia sempre posto al centro del suo pensiero la questione dell’Altro: “fin dall’inizio della sua produzione teorica, Vattimo ha sempre portato nei suoi testi idee improntate alla preoccupazione per l’Altro. La questione della comunicazione fa parte di questa prospettiva, che è la stessa della libertà” (Paiva, 2006, p.200).

Il professor Rossano Pecoraro, docente presso la PUC-RJ, ha contribuito a diffondere il pensiero di Vattimo in Brasile curando il libro “Nichilismo e (post)modernità: un’introduzione al pensiero debole di Gianni Vattimo”. Il volume include una postfazione dello stesso Vattimo intitolata “La fine della filosofia nell’epoca della democrazia”, in cui, basandosi su Karl Popper e Heidegger, discute la dissoluzione della filosofia nelle scuole e nelle università.

Nel 2008, Pecoraro e Jacqueline Engelman pubblicarono un altro libro con un testo inedito di Vattimo, in cui il filosofo italiano afferma: “Devo dire che l’unica cosa che, a mio parere non disinteressato, è morta, o un po’ meno viva, qui, è il nome stesso di questo orientamento filosofico” (Vattimo, 2008, p.9).

Nella città di San Paolo

Il 17 ottobre 2005 il quotidiano Folha de São Paulo annunciava, in un articolo della giornalista Gabriela Longman, la Settimana internazionale della postmodernità che si sarebbe svolta in città, presso vari indirizzi accademici e culturali. Insieme a Michel Maffesoli, Vattimo tenne una conferenza all’Istituto Tomie Ohtake. L’auditorium era gremito e non ricordo nulla di ciò che fu discusso in quell’occasione. Qualche giorno dopo, la conferenza di Vattimo in uno degli auditorium della Borsa di San Paolo fu indimenticabile per diversi motivi: il Brasile stava vivendo un intenso dibattito politico legato al governo Lula. C’era un dissenso significativo e la manifestazione di intellettuali come Leandro Konder, Francisco de Oliveira, Roberto Mangabeira Unger e Cândido Mendes. Il “mensalão” era venuto alla luce e per molti (me compreso) questa pratica politica era inaccettabile. La spaccatura a sinistra era evidente, anche nel Partito dei Lavoratori (PT) e portò alla nascita del Partito Socialismo e Libertà (PSOL).

Vattimo sembrava ignaro di tutto questo e durante la sua conferenza si schierò a favore del “mensalão”, sostenendo che in assenza di un governo rivoluzionario, il governo al potere poteva comprare i suoi oppositori e che questo si chiamava politica.

Sono rimasto sconcertato! La conferenza finì pochi minuti dopo e ci stavamo dirigendo verso un ristorante nel centro della città quando fui rapinato… Vattimo si è offerto di pagare il pranzo e un taxi per farmi tornare a casa. Durante il tragitto verso il ristorante cercò di tranquillizzarmi, per quello che aveva detto alla conferenza e per lo scippo, e mi disse che era stato invitato dal Centro Studi Norberto Bobbio (che stava nascendo).

Annotai su un tovagliolo di carta le informazioni che Vattimo mi diede, che poi scrissi sulla prima pagina dell’edizione portoghese di uno dei suoi libri: “Il miglior libro che abbia mai scritto”. Vattimo al Brahma Bar – S.P. – Dopo la rapina. 21.10.05″.

Nel giugno 2008 è tornato in città e ha tenuto conferenze al Museo d’Arte di San Paolo e in una scuola privata di pubblicità e marketing. Ero presente in entrambe le occasioni. Abbiamo camminato insieme lungo l’Avenida Paulista. Siamo andati al supermercato e in farmacia. Voleva andare nei bar più frequentati e in questi posti gli piaceva stare un po’ da solo.

Durante il suo secondo soggiorno a San Paolo, lo portai a scrivere una dedica sul libro che avevo comprato il giorno prima a Genova con Silvia Zaccaria e Edgar González Gaudiano.

Mi regalò una seconda copia de “Il futuro della religione: solidarietá, carità, ironia”, Ecce Comu e “La vita dell’altro: bioética senza metafisica” dedicata “alla memoria di Sergio Mamino, giovane compagno di questa tappa, tre anni fa (Torino, marzo 2006) (Vattimo, 2006, p.4). La copia che mi ha dato è timbrata “copia omaggio editore”.

All’epoca rilasciò un’intervista alla rivista CULT, che sulla copertina del numero 126 del luglio 2006 riportò il seguente passaggio: “La sessualità è un aspetto essenziale della nostra finitudine”.

Sulla spiaggia

All’inizio del 2007, Vattimo era di ritorno da Cuba, dove aveva partecipato come giurato al IV Concorso Internazionale Pensar a Contracorriente. Da lì si sarebbe recato a Natal per tenere un corso di una settimana intitolato “Ontologia del tempo presente” presso l’Università Federale di Rio Grande do Norte (UFRN). Ebbi la possibilità di recarmi a Natal e di partecipare al corso come uditore.

Il titolo del corso richiamava Foucault, ma non il pensatore francese. In generale, Vattimo presentò a Natal le stesse idee che aveva già esposto nell’intervista rilasciata a Luca Savarino e Federico Vercellone, pubblicata sulla rivista Iride: filosofia e discussione publica nel 2006 e riprodotta nella rivista Anthropos, edita a Barcellona, l’anno successivo.

Dopo le lezioni, era nostra consuetudine passeggiare lungo la spiaggia. Vattimo parlava con affetto di Derrida e Rorty e commentava che almeno due autori della sinistra mainstream gli erano diventati meno ostili dopo che aveva dichiarato il suo ritorno al comunismo. A Natal, Vattimo era molto depresso e accennava addirittura al suicidio. Gli dissi che se lo avesse fatto, avrebbero detto che stava imitando Deleuze. Si mise a ridere e disse: “Ohhh no!”. Era il segnale per un’altra caipirinha e per ammirare il tramonto.

Questa volta, Vattimo mi regalò l’edizione cubana di “Tengo Miedo, Torero” del cileno Pedro Lemebel, dicendo che pensava che mi sarebbe piaciuto. Non scrisse una dedica sul libro, ma io, dopo averlo finito di leggere, scrissi sull’ultima pagina: “Grazie, Vattimo. Gare de Toulouse.09.07.07- 12:20”.

L’amico italiano

Non solo ero entusiasta del libro di Lemebel, ma ebbi anche la possibilità di incontrarlo a San Paolo e a Santiago. Rimase visibilmente commosso quando gli dissi che avevo conosciuto il suo lavoro grazie a Vattimo.

Nel bel mezzo delle turbolenze politiche in America Latina, con la sinistra al potere e con la quale mi identificavo molto poco, Pedro Lemebel, insieme a Milton Hatoum, sono diventati i miei riferimenti teorici e politici, le priorità di ciò che si intende per intellettuale pubblico.

Così si è presentato Vattimo quando ha voluto lasciarmi un messaggio. Sfogliando i suoi libri per scrivere questo testo, ho trovato all’interno di “Ecce Comu” un biglietto della receptionist dell’hotel in cui alloggiavo a Natal, in cui diceva di aver telefonato e mi chiedeva di chiamarlo (a fianco, ndr).

Direzione Ovest

Nel 2007 ho inviato un progetto di ricerca al Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNPq) per concorrere a una borsa di studio per la produttività scientifica, dal titolo: “I discorsi contemporanei sulla natura e le loro relazioni con l’educazione ambientale”, incentrato su testi di Gianni Vattimo e Newton Aquiles Von Zuben. Uno dei risultati di questa ricerca è stato un articolo con lo stesso titolo, pubblicato sulla rivista Educação e Pesquisa dell’Università di São Paulo.

Mentre svolgevo questa ricerca, ho supervisionato la tesi di master di Elaine Aparecida Machado Marum de Oliveira, presentata nel 2009, dal titolo “A noção de comunidade na escola rural: Um estudo a partir de Gianni Vattimo e Antonio Candido”.

Quando ero direttore della Revista de Estudos Universitários (dal 2007 al 2013), ho invitato Vattimo a far parte del comitato editoriale. In questa rivista abbiamo pubblicato “La sinistra nell’era del karaoke”. Nel 2017 è toccato a Éder Rodrigues Proença difendere la sua tesi di dottorato dal titolo “Pedagogia del sottosuolo: narrazioni trans, etiche, estetiche e politiche dalla e nella vita scolastica quotidiana”, di cui Pedro Lemebel è uno degli autori centrali.

Vattimo è entrato nella vita scolastica quotidiana in vari modi ed è stato un nome costantemente citato nell’università in cui ho lavorato dal 1998 al 2022. In generale, c’era una resistenza a tutto ciò che riguardava il postmoderno, amplificata dall’intervista che Vattimo rilasciò al quotidiano O Estado de São Paulo, pubblicata il 29 novembre 2009.

Si trattava di un’intervista essenzialmente politica, in cui difendeva il diritto dell’Iran a continuare la ricerca nucleare e a possedere la bomba atomica (visto che Israele aveva fatto lo stesso), nonché l’elogio che è diventato costante nel suo discorso per i leader della sinistra autoritaria e populista dell’America Latina. Ma ciò che mi ha veramente infastidito è stata la difesa del progetto nucleare iraniano da parte del suo amico italiano.

Ho pensato di inviargli un’e-mail non appena avessi digerito l’intervista, ma sono stato sopraffatto dai fatti. Lunedì, quando sono arrivato al lavoro per il caffè, l’argomento era l’intervista. I colleghi mi guardavano con curiosità e aspettavano i miei commenti.

Sono andato nel mio ufficio, ho acceso il computer e gli ho inviato una mail intitolata “Contra di me”, in cui raccontavo quello che era successo pochi minuti prima e spiegavo la mia radicale opposizione al progetto nucleare iraniano.

Mi rispose immediatamente, come faceva sempre. Si rammaricava di quanto era accaduto ai miei colleghi e ribadiva ancora una volta la sua posizione. Vattimo mi chiese: “il fatto che mi abbia inviato un’e-mail in inglese è un segno che lei sta dalla parte degli Stati Uniti?”.

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".eco" dal 1989 è la rivista non profit italiana di riferimento per l'educazione ambientale e l'educazione sostenibile, che è la coerenza e sinergia di tutti gli aspetti dei sistemi e processi educativi: educazione sostenibile significa ecologia delle strutture fisiche, degli ordinamenti, dei contenuti, degli obiettivi e dei metodi educativi.

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