Edipo re nell’Antropocene

Nell’Edipo re di Sofocle il cieco, alla lettera, è l’indovino Tiresia. Ma è Edipo che, pur avendo il dono della vista, non riesce a vedere la terribile verità che gli sta davanti. Nell’èra dell’Antropocene, come nella tragedia di Sofocle, il sapere che “non giova a chi sa” è il sapere aggiogato allo sviluppo infinito, faustiano, della tecnologia e dell’economia che aggrediscono la madre Terra.

(Nell’immagine di apertura, un bozzetto di scienza di Daniele Spanò)

Foto Andrea Macchia

Dall’ 8 al 17 marzo 2024 è stata messa in scena in prima nazionale, davanti a un pubblico numeroso in cui non mancavano gli studenti delle scuole secondario-superiori, presso il Teatro Astra di Torino, la celebre tragedia di Sofocle, Edipo re nella traduzione di Fabrizio Sinisi, regia di Andrea De Rosa. Scrive il regista nelle sue Note di regia: “La novità più importante di questo adattamento del testo di Sofocle consiste nell’aver affidato allo stesso attore i ruoli di Tiresia e di tutti i messaggeri. Non si tratta solo di uno stratagemma registico, ma di mettere in scena un personaggio che, di volta in volta, rappresenti una manifestazione del dio Apollo, della sua voce oscura, dei suoi oracoli.”

Gli abiti della nostra quotidianità

La scena è essenziale: cinque schermi dietro i quali gli attori recitano in certi momenti, per lo più i momenti di intervento del Coro, colonnine illuminate che sembrano indicare i percorsi sul palcoscenico ai personaggi; lo sfondo è buio. E dal buio tuona, sempre dietro uno schermo semitrasparente, la voce di Apollo. Gli abiti di scena sono dimessi, sono gli abiti della nostra quotidianità; forse perché il quotidiano tocca il divino nei suoi costanti incontri con la sorte (che non a caso all’epoca di Platone, ma anche all’epoca di Sofocle, è detta thèia tyche, “sorte divina”; Platone stesso si dice convinto, nella Settima Lettera, che soltanto per “sorte divina” l’uomo regale e filosofo-legislatore ispirato dalla giustizia e il re storicamente esistente possono coincidere). In questo contrasto fra luce e buio del palcoscenico è la parola a dominare: nell’angoscioso interrogare di Edipo (Marco Foschi), nel sofistico sminuire il peso dell’oracolo di Giocasta (Fréderique Loliée), nel lamento del popolo di Tebe (Francesca Cutolo e Francesca Della Monica), nella voce tonante di Roberto Latini (Apollo, Tiresia e messaggeri), nel minimalismo e nell’umanità di Fabio Pasquini (Creonte).

La tragedia della sorte

Il mito di Edipo è noto, ma è opportuno richiamarlo brevemente. La tragedia è citata da Aristotele, nella Poetica (52 a 22-23), come esempio migliore di trama fondata sul “voltarsi delle cose fatte nel loro contrario”; essa è, sotto ogni aspetto, la tragedia della sorte. Come, del resto, l’intero mito di Edipo; Laio, re di Tebe, dopo avere offeso Apollo, ha ricevuto il vaticinio del dio secondo cui egli sarà ucciso dal figlio; appena il figlio nasce Laio lo fa abbandonare sul monte Citerone, perché muoia di fame e di sete o sia divorato dagli animali selvatici; ma il bimbo è salvato casualmente da un pastore che lo porta a Polibo re di Corinto, il quale tiene con sé il bimbo come un figlio.

Cresciuto, Edipo apprende da un oracolo che ucciderà il padre. Fugge, allora, da Corinto e, mentre si trova sulla strada verso Tebe, in un diverbio, uccide un anziano sconosciuto che gli contende la strada (quell’anziano sconosciuto è Laio).

Proseguendo, poi, nel suo cammino, Edipo si imbatte nella Sfinge che poneva un enigma a chiunque passasse per di là e divorava tutti coloro che non sapevano risolverlo (la Sfinge era stata posta all’ingresso di Tebe dal dio Apollo). Edipo riesce a risolvere l’enigma: gli si aprono le porte di Tebe e la popolazione lo riconosce come proprio re; sposa la vedova di Laio, senza sapere che l’uomo che ha ucciso fosse suo padre.

Ma inizia una pestilenza. I cittadini, al colmo dello smarrimento, si rivolgono al re, Edipo il quale ha saputo liberare, in passato, la città dalla minaccia della Sfinge è il più adatto a risolvere il mistero a causa del quale la città è devastata dal morbo: chi ha ucciso Laio, il vecchio re di Tebe? Egli inizia la sua ricerca per il bene della collettività sino a giungere alla verità: egli stesso è il colpevole.

La tragedia della responsabilità oggettiva

Non è, soltanto, la tragedia della sorte, ma anche la tragedia della responsabilità oggettiva inintenzionale. Edipo uccide casualmente il padre, sposa la propria madre senza sapere che è la propria madre, ignora di essere la causa della pestilenza che sta travolgendo Tebe; egli è strumento della vendetta di Apollo nei confronti di Laio senza avere alcuna responsabilità soggettiva. Sorte, cioè “sorte divina”, responsabilità oggettiva (tipica della cultura arcaica greca): i può essere puniti per quello di cui non si è intenzionalmente responsabili.

Non soltanto la straordinaria interpretazione degli attori, il timbro della loro voci addestrate a comunicare quello che non si può dire, ma soltanto vivere, ma la terribile frase di Tiresia rivolta a Edipo: “Com’è terribile il sapere quando non giovi a colui che sa!” (v. 316) e la frase conclusiva: “mentre i nostri occhi attendono di vedere il giorno finale a noi destinato, non dichiariamo felice alcun mortale, prima ch’egli abbia valicato il termine della sua vita senza aver patito nulla di doloroso” 1528-1530 (trad. di Riccardo Guiffrey) hanno un rilievo per noi, oggi.

I classici, mentori della nostra quotidianità

Il mito di Edipo può fare riflettere l’essere umano nell’èra dell’Antropocene. Al di là delle analisi storico-filologiche, i classici servono anche come mentori della nostra quotidianità. Il sapere che “non giova a chi sa” è il sapere aggiogato allo sviluppo infinito, faustiano, della tecnologia e dell’economia che aggrediscono la madre Terra alla ricerca di una presunta felicità; quel sapere che dimentica come nessun essere mortale possa essere detto “felice” prima che i giorni della sua vita siano trascorsi.

Eccesso di “pessimismo”? Eppure, tra i popoli antichi e moderni, i Greci non sono certamente tra gli ultimi nel celebrare la bellezza della natura e dell’operare umano.

Per i Greci, tuttavia, soltanto gli immortali possono essere felici, immuni come sono da malattie, vecchiaia e morte. L’uomo che voglia essere felice è presuntuoso (hybristès) e l’ordine delle cose ben presto lo riporta alla sua dimensione mortale, di parte della natura, ma distruggendolo.

L’essere umano sorprende e inquieta

Nel secondo stasimo della tragedia Antigone (una delle due figlie di Edipo) si legge “Molte sono le cose che suscitano timorosa meraviglia, ma non c’è nulla di più terribilmente meraviglioso dell’essere umano”. La “timorosa meraviglia”, il “terribilmente meraviglioso” è espresso dall’aggettivo deinòs la cui etimologia ci conduce nel campo semantico di quello che sorprende e inquieta: l’essere umano, appunto. L’essere mortale che con la sua ragione è in grado di sconfiggere esseri divini, come la Sfinge, di aggiogare le forze della natura, aggiungeremmo noi, oggi, ma non è in grado, come mostra la vicenda di Edipo, di governare la sorte.

Una consapevolezza dolorosa: ma, come avverte Eschilo nell’ Agamennone, la sofferenza è la via alla conoscenza. Per l’essere umano dell’Antropocene la sofferenza è il dismettere la frenesia faustiana per assumere l’abito modestamente operoso del Prometeo incatenato di Eschilo, l’abito di un progresso umano che potremmo definire “sostenibile”.

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