Greenwashing: la comicità di Antonio Salituro contro la “sostenibilità di facciata”
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Antonio Salituro è un ingegnere per l’ambiente e il territorio, in particolare si occupa delle tecnologie climatiche e ha conseguito un dottorato di ricerca, presso l’Università di Leeds, in Regno Unito, focalizzato sull’economia circolare e la riduzione dell’impronta di carbonio, in cui ha sviluppato una tecnologia innovativa, che sfrutta la biomassa di scarto come risorsa sostenibile.
Oltre a questo, è un copywriter freelance su tematiche legate alla sostenibilità e negli ultimi anni, sta sperimentando l’uso della comicità come strumento per rendere più accessibili i temi legati al cambiamento climatico: “Il mio obiettivo è sensibilizzare le persone sui temi ambientali in modo originale e divertente. Oltre a scrivere testi per aziende eco-sostenibili, creo contenuti e reels umoristici su Instagram, conduco un podcast e organizzo eventi di stand-up comedy open mic”.
Originario di Crotone, parteciperà in occasione della Settimana del Pianeta Terra a un evento di educazione sostenibile, proprio nella sua città, organizzato dall’associazione “Le pietre che narrano … La conoscenza itinerante”, che ha tra i vari partner il comune di Crotone, l’Università della Calabria, l’INGV, e altri enti. Il mio contributo sarà un monologo comico intitolato “Gli 11 geo-comandamenti per salvarci”.
Il 27 novembre potrete inoltre vederlo dal vivo a Torino per la “Stand up Ecology” organizzata da Casa dell’ambiente, in collaborazione con Magazzino sul Po che ospita l’evento.
Tornato in Italia da qualche mese, dopo una lunga esperienza in Inghilterra, ci racconta la sua storia e la sua preziosa e interessante esperienza su .eco con un’intervista che riportiamo qui di seguito.
Scienza e comunicazione, Antonio Salituro affronta la crisi climatica con la comicità
Come riesce a coniugare la sua esperienza tecnica in ingegneria ambientale e cattura della CO2 con il suo ruolo di comunicatore? Quanto è importante rendere coinvolgenti temi complessi come la crisi climatica?
“Oltre a essere un ingegnere ambientale, sono anche un content creator. E quindi sono anni che “traduco” concetti complessi in messaggi facili da comprendere per chiunque. O almeno, ci provo. Inoltre, sono anni che faccio parte di un club di public speaking, e questo mi aiutato tanto nel migliorare la mia comunicazione verbale.
Ho provato a riutilizzare le mie competenze scientifiche, con una formazione come figura di mediatore. La crisi climatica è difficile da comprendere per gli scienziati. Figuriamoci per gli altri. E quindi è fondamentale che ci siano dei facilitatori tra la comunità scientifica e i non addetti ai lavori.
Bisogna contrastare delle forme di distacco e rifiuto delle conseguenze della crisi climatica, spesso generate da uno storytelling che usa toni catastrofisti e che porta a meccanismi di switch off e di rassegnazione verso lo status quo. Chiaramente lo storytelling della crisi climatica deve essere sempre serio, ma ciò non toglie che può essere presentato con modalità più leggere”
Riguardo al podcast Climate4Fun, di cui lei è host, può raccontarci come è nata l’idea e come si è sviluppato il progetto?
“Mi è sempre piaciuto scherzare, anche sulle cose serie. Poi ho notato e letto che le persone erano intimorite e scoraggiate dalla solita narrativa catastrofista sui cambiamenti climatici. E visto che chiunque fa un podcast di questi tempi, mi sono detto: “why not?!”. Ho iniziato a ricercare e contattare chiunque proponesse un metodo alternativo per promuovere la consapevolezza e l’azione climatica.”
Ci sono episodi del podcast che le sono rimasti particolarmente impressi, sia per il loro contenuto che per l’esperienza divertente?
“In termini di divertimento, come ovvio che sia, direi gli episodi in cui ho intervistato dei comici. Alcuni nomi su tutti, Tim Batt, Stuart Goldsmith, e Laura Formenti.
Per quanto riguarda il contenuto, l’episodio 17 è il mio preferito. E non perché voglia esorcizzare la sfiga, eh…In quell’episodio si parla di un esperimento che sta avendo parecchio successo. In pratica, creare dei video in cui uno scienziato espone un problema a parole sue e subito dopo un comico lo traduce in modo semplice e divertente.”
Nei suoi contenuti affronta tematiche importanti, come l’eco-ansia. La comicità può essere un modo creativo per trattare questioni complesse e a volte pesanti. Quali strategie utilizza per rendere questi temi più accessibili? Che feedback ha ricevuto nel corso degli anni? Ha notato un cambiamento nel modo in cui il pubblico reagisce alla comicità legata ai temi ambientali nel corso degli anni? Qual è stata la sfida più grande nel trovare il giusto equilibrio tra comicità e sensibilizzazione?

“L’eco-ansia è un termine che in ambito accademico si è iniziato a diffondere a fine anni ‘90, prima come eco-anxiety e poi più specificatamente come climate-anxiety.
Da un po’ l’utilizzo di questa espressione è diventato più popolare. Ho notato come già i bambini di ora e le nuove generazioni siano sopraffatti dalle potenziali conseguenze della crisi climatica e da come vengono loro narrate: essi vivranno maggiormente queste problematiche e, in questo senso, la comicità potrebbe avere un ruolo propositivo.
Negli ultimi anni l’attenzione sui cambiamenti climatici è sicuramente aumentata. E questo soprattutto grazie ad attivisti come Greta Thunberg o quelli di Ultima Generazione. Però, molti ancora non si interessano abbastanza alla questione climatica. E, secondo me, la comicità è un modo per coinvolgerli di più. Alcuni dicono che si può scherzare su tutto. E in parte sono d’accordo. Il problema è più sul come scherzare su argomenti delicati come alluvioni dove ci scappano anche i morti.
Ad esempio, sia chi intervisto che chi ascolta il podcast mi dice che il quiz è la parte più divertente. L’ho chiamato: “Who wants to be climate-aware”. 3 domande a risposta multipla. Su 3 risposte, 2 sono super ridicole. Quindi si impara ridendo. Infatti, ho usato lo stesso format su Instagram e noto che ci sono un sacco di interazioni. Questo format l’ho replicato anche sulle storie Instagram.”
La politica e molte multinazionali sembrano non dare risposte sistemiche alla crisi climatica. Lei ironizza spesso sul tema del greenwashing: cosa ne pensa?
“Penso che si debbano fare delle leggi più efficaci per contrastarlo. L’Unione Europea ha pubblicato una direttiva contro il greenwashing. Ora l’Italia e agli altri Stati dovranno recepirla. Speriamo lo facciano presto e che funzioni. Ne abbiamo le balle piene di “balle verdi”.”
Riguardo l’attivismo climatico ha notato delle affinità o delle differenze tra Inghilterra e Italia?
“Sono tornato in Italia da 6 mesi. Devo dire che ho notato alcune somiglianze, ma in negativo, in particolare nel modo in cui i politici e i media trattano gli attivisti climatici. Essi vengono demonizzati, trattati come extraterrestri dai mass-media, che se negli ultimi anni hanno sicuramente superato una prima fase di negazionismo del cambiamento climatico; ora hanno cambiato modalità di comunicare la crisi climatica. Emerge una tendenza a tergiversare e rinviare il problema: viene affermato che le auto elettriche sono il futuro, ma che costano troppo e che inquinerebbero comunque (del resto nulla è a impatto zero!).

I media e chi si occupa di comunicazione in questo ambito, dovrebbe insegnare dei metodi per adattarsi al cambiamento climatico e alle conseguenze che, di fatto, stiamo già avendo sulle nostre vite. Inoltre dovrebbero farsi promotori in maniera attiva e propositiva di possibili soluzioni alternative, che riguardino anche la prevenzione delle emergenze.”
Come da lei prima sottolineato, anche i movimenti sociali e gli attivisti ambientali possono un ruolo positivo nel comunicare e affrontare la crisi climatica?
“I movimenti sociali per il clima non sono visti in maniera particolarmente positiva, mentre potrebbero avere un ruolo attivo come mediatori e comunicatori per contrastare la crisi climatica. Purtroppo in queste prime fasi, anche per una certa narrazione politica e mediatica che viene fatta su di loro, non sono ben visti dall’opinione pubblica.
Un esempio paradigmatico a riguardo è quando gli attivisti di Ultima Generazione bloccano il traffico per una manifestazione. D’altra parte, la reazione al blocco stradale fatto dagli agricoltori qualche mese fa per protestare contro le politiche dell’Unione Europea, è stato visto positivamente dai media e dall’opinione pubblica.
Conta molto la narrazione che c’è dietro: i blocchi e le proteste in generale devono, per loro natura, creare disagio, altrimenti rimangono in una sfera simbolica. Oltre a ciò, ora in Italia si stanno restringendo gli spazi di protesta e di democrazia e in questo senso il Decreto Sicurezza è emblematico: la politica si sta rivelando incapace nel proporre soluzioni sistemiche per affrontare il problema. Misure legislative del genere rappresentano una debolezza politico-istituzionale, che sceglie la repressione rispetto alla soluzione del problema.”
In quest’ottica l’educazione ambientale, nelle sue varie forme, che ruolo può giocare?
“A livello educativo sarebbe importante partire dalle scuole: si potrebbero fare dei corsi specifici sulla gestione dell’ansia climatica, sull’adattamento climatico. Andrebbe approfondita la formazione alla comunicazione della crisi climatica in maniera strutturale. Siamo molto indietro su questo.

In aggiunta, l’educazione ambientale si può fare anche sui social: nel tempo ho ricevuto molti riscontri positivi a riguardo, anche se è un mondo complesso: il classico reel comico funziona, così come il sondaggio interattivo di cui parlavo prima; invece il post “classico” non funziona più. Si cerca di far imparare e consapevolizzare attraverso la risata in un contenitore in cui ci sono tantissimi stimoli e una soglia di attenzione molto bassa.
L’abbassamento della soglia di attenzione è forse l’elemento più ostile. Mettiamoci pure che le persone hanno sempre meno tempo. Quindi bisogna essere super concisi e chiari per cogliere l’interesse del pubblico.”
Come vede l’evoluzione della comunicazione ambientale e scientifica negli ultimi anni, in Italia e all’estero?
“Ho provato a rispondere a questa domanda con il mio podcast. Infatti, ogni episodio include un esempio diverso di divulgazione ambientale alternativa. Giochi, meme, e anche la stand-up comedy.”
La stand-up comedy è una sfida interessante. Crede che possa avere un impatto reale sul cambiamento di mentalità? Quali sono stati i suoi riscontri?
“Ho scoperto la stand-up in Inghilterra, lì ci sono dei veri e propri club che fanno delle serata specifiche con questo format, dove si esibiscono e fanno le prove delle loro battute anche attori famosi come Trevor Noah. In Italia, in primo luogo a Milano e nelle città più grandi è un fenomeno in espansione. La stand-up ecology invece è molto d’avanguardia e innovativa ed è nelle sue prime fasi.
Io sono ancora alle prime armi, quindi è ancora presto per dire se possa avere delle potenzialità nel cambiamento della mentalità. Tra l’altro parteciperò a Stand-Up Ecology il 27 Novembre a Torino, che per me è il primo evento di stand-up a tema ambientale. Però, in generale penso che la stand-up comedy possa contribuire a un cambio di mentalità perché ti permette di far passare un messaggio senza intimorire o colpevolizzare. Anzi, ridendoci addirittura sopra.”
Cosa significa per lei partecipare a un evento come “Le Pietre che narrano” in un territorio complesso come Crotone? Quale contributo può dare la comunicazione ambientale in contesti dove la crisi climatica si intreccia con altre difficoltà?
“Crotone è dove sono nato e cresciuto, quindi partecipare a un evento locale fa crescere il fattore passione esponenzialmente. Detto questo, per usare una metafora ecologica, raccogliere frutti a Crotone è più difficile rispetto a terreni più fertili come Roma o Milano per esempio. Inoltre, molti a Crotone hanno giustamente altre priorità, tipo la mancanza di lavoro, che è più tangibile e immediata. La sfida comunicativa è far capire che la crisi climatica è anche una crisi sociale e risolverla potrebbe risolvere anche il problema occupazionale. Basta pensare al settore agricolo. Gli agricoltori, di cui parlavamo prima, che protestano sui trattori sono attivisti per il clima, ma ancora molti non lo sanno.”
Lei parla spesso della dimensione sociale della crisi climatica, toccando temi come guerre, migrazioni e inquinamento. Che ruolo può avere la comunicazione ambientale, attraverso articoli, podcast o stand-up comedy, nel ricreare speranza e offrire una visione alternativa?
“Beh, su alcuni temi come la migrazione devo dire che i politici mi stanno “rubando il lavoro”. Basta vedere la figura ridicola che ha fatto il governo con la storia dell’Albania! Comunque, la satira in tal caso è sempre stata un’arma micidiale nello smascherare questo genere di malefatte e far capire che ci possono e devono essere soluzioni più efficaci e giuste. Devo dire che alcune volte la qualifica scientifica è un punto per supportare ciò che si dice in maniera comica: trasmette autorevolezza perché gli scienziati sono visti come più competenti e preparati. Ciò cambia la prospettiva e fa passare con leggerezza dei messaggi complessi e critici.”
In che modo pensa che giornalismo ambientale e comunicazione scientifica debbano evolversi per rispondere in modo più efficace alla crisi climatica?
“Ritornando al mio podcast, ci sono molti metodi alternativi per affrontare la comunicazione climatica. E tutti hanno un elemento in comune: la leggerezza. Che non vuol dire prenderla alla leggera, ma affrontare l’argomento con chiarezza e positività”
Ci vuole lasciare un messaggio di speranza?
“Nelle nostre quotidianità non abbiamo molto tempo per riflettere e attivarci, siamo sopraffatti da varie priorità (lavoro, famiglia etc.) e, magari, prevale un sentimento di rassegnazione e nichilismo; tuttavia se iniziassimo a pensare alle future generazioni con altruismo possiamo fare dei passi avanti.
Contrastiamo questa era di egoismo ed individualismo, a partire dalle nuove generazioni vicine a noi: se vogliamo cambiare questo scenario di annichilimento, attiviamoci con le nuove generazioni per cambiarlo.”
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- Michele Lo Cicero
- Appassionato di sviluppo sostenibile e innovazione sociale, con un solido background in governo del territorio e rigenerazione urbana. Attualmente volontario presso l'Istituto Scholé Futuro - Rete WEEC, si dedica con entusiasmo alla comunicazione e alla gestione di eventi, promuovendo iniziative che valorizzano l’ambiente e la comunità. La sua visione integra cura del territorio, partecipazione attiva e sensibilizzazione, contribuendo a costruire un futuro più equo e resiliente.
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