(Nell’immagine di apertura, dal sito web di Al Jazeera, la folla in festa a Tel Aviv per il rilascio dei primi ostaggi)
“Secondo il diritto internazionale, un accordo raggiunto sotto coercizione è nullo”, afferma Shahd Hammouri in un’intervista pubblicata da “Il Manifesto” dell’8 ottobre 2025. Le fa eco il ministro Tajani, che afferma: “Quello che dice il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto”, come riferisce “Il Fatto Quotidiano” nel blog del 3 ottobre 2025. Infatti, come correttamente osserva Fabio Marcelli, nel medesimo blog, questo significa “negazione di ogni ordinamento giuridico internazionale”.
Le relazioni internazionali sono ridotte a semplici rapporti di forza, e il diritto internazionale ne rappresenta l’espressione formale, ma in un ciclo virtuoso. Specchio virtuoso che si incrina di fronte alla tolleranza dell’atto di pirateria israeliano, ovvero l’arrembaggio alla Sumud Flotilla con il sequestro di circa 400 membri dell’equipaggio in missione di soccorso umanitario alla popolazione di Gaza.
L’affamamento della popolazione di Gaza perseguito dal governo israeliano è, infatti, un mezzo tattico per favorire l’espulsione della popolazione dal territorio, come, in generale, il terrorismo è un insieme di mezzi tattici per ottenere risultati militarmente conformi agli obiettivi): si colpiscono obiettivi civili per scuotere la fiducia della popolazione nel governo nemico (metodo ampiamente utilizzato nella Seconda guerra mondiale; a Gaza, si colpisce la popolazione civile per stimolarne l’esodo e per occupare il suo territorio).
Le dittature non sono un “incidente di percorso” o una realtà superata
Non si può fare molto di più che constatare con Horkheimer e Adorno a proposito delle tendenze a sviluppare un’amministrazione totale nella politica mondiale dopo la fine della Seconda guerra mondiale: “L’evoluzione verso un’integrazione totale è interrotta, ma non troncata; essa minaccia di attuarsi attraverso guerre e dittature.” (Dialettica dell’illuminismo (1944, 1947), Prefazione alla nuova edizione tedesca (1969), tr. it. di Lionello Vinci, Einaudi, Torino, 1966, rist. 1974, p. X).
Questo implica che le dittature di massa degli anni Trenta non sono un “incidente di percorso” o una realtà superata, ma rappresentano momenti di uno sviluppo che si protrae fino ai nostri giorni. Adorno ha scritto, a proposito dell’esigenza che Auschwitz non si ripeta: “Il fatto che di quell’esigenza, e delle questioni che essa solleva, si sia così poco consapevoli, indica che quell’atrocità non è stata capita dagli uomini, e ne è sintomo il continuare a sussistere della possibilità della sua reiterazione, per quanto riguarda lo stato conscio e inconscio degli uomini” (T. W. Adorno, L’educazione dopo Auschwitz in Id., Parole chiave. Modelli critici (1969), tr. it. di Mariuccia Agrati, Sugar, Milano, 1974, p. 121).
Ogni nazionalismo tende a diventare imperialismo
Che cosa dire dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 (364 morti civili, partecipanti al festival musicale Supernova, e 250 rapiti) e dopo i massacri israeliani nella Striscia di Gaza continuati fino a oggi (67.000 vittime per lo più civili, bambini)?
Edgar Morin ha scritto recentemente: “Non basta essere stati perseguitati per non diventare persecutori” (E. Morin, Le lezioni della storia (2025), tr. it. di Alessandro Mola, Garzanti, Milano, 2025, p. 32).
L’autodeterminazione dei popoli – ricordava nel 1933 (Prolegomeni al patriottismo) Robert Michels – è soggetta alla “legge di trasgressione”: si inizia con il rivendicare la libertà del proprio popolo e si finisce per negare la libertà del popolo confinante: ogni nazionalismo tende a diventare imperialismo, per le più diverse ragioni economico-politiche.
Talora il nazionalismo di un piccolo popolo è lo strumento dell’imperialismo di un popolo più grande: l’espansionismo israeliano è funzionale agli interessi geoeconomici e geostrategici statunitensi. Interessi che sono polemogeni, ma, paradossalmente, anche portatori di pace, come si vede in questi giorni.
Il piano Trump esposto a mille incognite
Il piano Trump ha visto convergere a Sharm El-Sheikh Israele, Qatar, Egitto e Turchia; ma, come è stato osservato, il piano è esposto a mille incognite, prima fra tutte che l’accordo fra i belligeranti non vada oltre lo scambio di ostaggi (si ricorderà che nello scorso gennaio l’accordo mediato dagli Stati Uniti fu violato dagli Israeliani a marzo, mentre stava per iniziare la seconda fase, cioè la fine della guerra e il ritiro degli Israeliani dalla striscia di Gaza (Ispionline.it 9 ottobre 2025).
Dipendendo completamente da Israele dagli Stati Uniti e basando l’accordo sui buoni rapporti economici tra gli Stati Uniti, il Qatar e l’Egitto (la Turchia fa parte della NATO), da una prospettiva palestinese si tratta di un diktat, non di un trattato di pace. In effetti, come ricorda Shahad Hammouri nella citata intervista, in merito alla ricostruzione di Gaza e al suo governo, “viene proposto un sistema che ricorda l’Autorità provvisoria in Iraq. Si tratterebbe di un organismo amministrativo che, secondo quanto si dice, sarebbe guidato da Trump insieme a tecnocrati palestinesi. Ma la presenza di palestinesi o arabi in un simile organismo non cambia la sua natura: rimane un’entità estranea e una forma di dominio esterno.”
Terreno fertile per investimenti euro-occidentali, come fu, dopo la Seconda guerra mondiale, lo European Recovery Program, vera pietra tombale sulla concreta sovranità dei paesi europei beneficiari (in particolare i due paesi sconfitti, Italia e Germania), con effetti persistenti fino a oggi sulle inibizioni degli Stati europei a federarsi e a diventare uno Stato continentale. Questo è il duplice volto della pace imperialista: cessano i massacri indiscriminati di civili, cessano le distruzioni delle infrastrutture, ma a condizione della perdita di sovranità concreta (anche se la fantasia giuridica è libera di proclamare una sovranità illusoria). Al di là di queste constatazioni, esiste concretamente un’altra pace possibile oggi? No.
La pace imperialista non è salda
E neppure la pace imperialista è più di tanto salda; quale governo alla caccia di consenso frenerà obiettivamente i coloni israeliani nelle loro occupazioni di fatto di terre palestinesi e nella volontà di vendicare il ricordo delle 340 vittime del 7 ottobre 2023? E quale leadership – legale o illegale, non importa, sul piano della realtà palestinese – riuscirà a trattenere dal rispondere agli abusi o dal compiere abusi nel ricordo delle 67.000 vittime di questi due anni di guerra, nel ricordo di chi ha sparato sulla folla affamata che andava a cercare da mangiare, di chi ha distrutto gli ospedali?
Il denaro investito dagli euro-statunitensi e dal Qatar (e non solo), se finirà nelle mani dei soliti pochi, potrebbe non riuscire a creare una pace sociale stabile e duratura. Come ricorda Noam Chomsky, “Nel gennaio 2006, a qualche mese dal ritiro, in Palestina si tennero delle elezioni riconosciute come libere e imparziali dagli osservatori internazionali.
Però i palestinesi votarono “nel modo sbagliato” e elessero Hamas. Immediatamente Stati Uniti e Israele intensificarono l’offensiva contro la popolazione di Gaza, punita per questo misfatto” (N. A. Chomsky- Ilan Pappé, Ultima fermata Gaza. La guerra senza fine tra Israele e Palestina, a cura di Frank Barat, tr. it. di Massimiliano Manganelli, Ponte alle Grazie, Milano, 2023, p. 223).
Va rilevato, inoltre, che, a partire dal 2000 è nota la presenza di giacimenti marini di gas lungo la costa della striscia di Gaza, attenzionati dal British Gas Group e da altri competitors euro-statunitensi. Una simile ricchezza sarà difficilmente lasciata nelle mani di un governo palestinese che non sia obbligato a essere compiacente (come si legge in N. A. Chomsky, Ultima fermata, cit., pp. 226-227).
La pace imperialistica ha il difetto non tanto di essere una pace armata, quanto di essere una pace instabile, come, in effetti fu la pax romana. Ma a questo inconveniente etico-giuridico “si rimedia” con la produzione e la commercializzazione di armi e con la perpetuazione del conflitto per i più diversi scopi politici interni e internazionali. Questa pace auspicata non determinerà il “miracolo” di cui si parla in questi giorni, perché l’economia è sempre la più forte concausa delle guerre.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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