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Lezioni di Pedagogia: l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale dal punto di vista pedagogico

| TIZIANA CARENA, Luisa Piarulli

Tempo di lettura: 8 minuti

Lezioni di Pedagogia: l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale dal punto di vista pedagogico
Il terzo appuntamento delle lezioni di pedagogia esplora il legame tra pedagogia, neuroscienze e intelligenza artificiale, sottolineando l’urgenza di un’educazione transdisciplinare. Solo attraverso la riflessione critica e la centralità della persona si può affrontare la sfida dell’IA senza rinunciare all’umanesimo, alla libertà e alla complessità dell’essere umano.

Lezioni di Pedagogia è la rubrica di rivistaeco.it che tratta diversi temi formativi per sensibilizzare su argomenti che riguardano l’essere umano in tutte le sue fasce di età. Sono conversazioni di Tiziana Carena con la pedagogista Luisa Piarulli, della quale sono apparsi in “.eco” (edizione a stampa e online) diversi interventi e recensioni di suoi lavori. 

Si può parlare di pedagogia per un tema di neuroscienze, riguardo l’I.A e l’I.U?

Come sostengo da tempo, la pedagogia, la scienza dell’educazione e della formazione, ha un ineludibile carattere di trasversalità che la obbliga, eticamente, a tenersi costantemente aggiornata sulle scoperte e sulle innovazioni prodotte e realizzate da qualunque altra scienza: fisica, medicina, neuroscienze, informatica e cibernetica. Pensiamo all’educazione come a un pianeta, attorno al quale orbitano molteplici satelliti: ogni satellite è un sapere, un’esperienza, una competenza. Solo riconoscendo questo sistema complesso e mantenendo al centro la persona, potremo opporci alla deriva tecnicistica e al processo di disumanizzazione che minacciano il nostro tempo. 

È necessario, nonché urgente, ricreare un equilibrio esistenziale attraverso uno sguardo transdisciplinare e un approccio olistico alla persona per poter ricercare, sperimentare e aggiornare metodologie, strumenti, materiali educativi. L’ingegneria informatica si appresta a diventare sempre più sofisticata, l’I.A. aprirà, come sembra, altre mille strade: il rischio di perdersi e di disorientarsi è molto alto. Siamo dentro un cambiamento epocale di cui non siamo pienamente consapevoli. 

Ogni cambiamento produce profonde crisi ma ogni crisi “è una benedizione” (Einstein) poiché costringe al pensiero, alla riflessione e alla reattività. Ciò riguarda il singolo come ogni ambito di studio. Anche la pedagogia ha riacquistato il fervore della ricerca, il coraggio di operare modifiche epistemologiche, di avviare sperimentazioni e nuove indagini, di uscire da schemi talvolta fissi e di avviare dibattiti interdisciplinari più dinamici. Si vanno affermando la neurodidattica, la neuroeducazione e la neuropedagogia che hanno avuto uno sviluppo graduale a partire dagli anni Novanta. 

È auspicabile, tuttavia, mantenere un costante dialogo scientifico tra i vari ambiti onde evitare il rischio di una ulteriore frammentazione dei saperi tanto denunciata da E. Morin, ricordando che l’obiettivo comune è riportare la persona al centro, in un’ottica di umanizzazione. A maggior ragione, nel tempo della rapida evoluzione dell’I.A., occorrono parola e relazione, contatto e sguardo sul volto (Lèvinas) per salvarsi o proteggersi dalla deriva meccanicistica di questo tempo, e valorizzare l’umanesimo e i suoi doni: l’intelligenza, le emozioni, l’esperienza, la capacità di creare bellezza, la propria storia. 

Occorre educare all’utilizzo intelligente dell’I.A., grazie a una pratica riflessiva che va incoraggiata, e comprendere che una macchina è solo uno strumento al servizio della persona; è l’uomo che trasferisce la propria intelligenza alle macchine e non viceversa. 

Una programmazione può essere considerata un comportamento? 

Una programmazione, di qualunque tipo essa sia, può essere considerata un comportamento in quanto nasce dall’intenzionalità e dalla pianificazione volta a raggiungere determinati obiettivi. Essa ha origine dalla pedagogia della domanda: chi sono le persone con le quali interagisco? Quali sono i loro e i miei bisogni? A ciò va aggiunta un’opera costante di autovalutazione e di riflessività (la riflessione sul pensiero che pensa l’azione). 

Una programmazione è dunque un comportamento, ma che tipo di comportamento? Immutabile? Rigido? Pedissequo? Flessibile? Armonioso ed equilibrato? Narcisistico? Ci sono poi programmazioni che risultano essere degli adattamenti con carattere di ripetitività, che rispondono a un modello S-R e sono la risultante di comportamenti passivi, assenti, inconsapevoli della propria dimensione poietica, ignari della condizione d’arte come stato originario dell’essere umano. Sono forse le programmazioni offerte dalle tecnologie? Io penso che ogni programmazione debba rappresentare la sintesi dell’interazione, della collaborazione, della comprensione, della comunicazione: elementi fondanti della relazione che passa dal corpo, dal piacere e dall’amore, dal sorriso e dalle lacrime, dal ricordo e dalla nostalgia, dalla storia di ciascuno. L’I.A simula l’essere umano: quale comportamento vogliamo che assuma?

L’I.U differisce dall’ I.A. per la razionalità o per l’irrazionalità? 

Che cosa sono la razionalità e l’irrazionalità? Si tratta di un dualismo, così come tanti altri, che connotano l’umana esistenza, perennemente in conflitto. Se l’intelligenza artificiale è una simulazione dell’intelligenza umana, essa non è esente dal conflitto. Ma c’è una differenza fondamentale: l’essere umano, grazie alla propria intelligenza, è in grado di distinguere il bene dal male e di scegliere consapevolmente tra di essi, assumendosi la responsabilità morale delle proprie azioni. L’I.A., invece, non ha coscienza, né senso etico autonomo: imita, calcola, agisce, ma non sceglie. Nelle scelte umane entrano in gioco l’istinto, l’inconscio con i suoi misteri solo in apparenza decifrabili, la biografia personale, il disagio e le sue infinite sfaccettature, che spesso spingono ad agire in modo irrazionale. 

Di quanti gesti irrazionali è cosparsa la storia umana! Intanto l’I.A. acquisisce informazioni e modelli ma, priva di capacità di ragionamento, di empatia (almeno per il momento – ma non è detto), di riflessività, può a sua volta agire in modo irrazionale. Essa non conosce sfumature. Un recente studio, condotto dai ricercatori dell’University College London (UCL), ha avuto come fine scoprire se le varie piattaforme di I.A. fossero capaci di ragionamento razionale. Al momento si evidenziano la possibilità di errore, un’applicazione scorretta se non inesistente di ragionamento, ovvero di applicazione di regole logiche e di calcolo delle probabilità. Esse vanno migliorate. 

Il Prof. Mirco Musolesi, autore senior dello studio ha dichiarato: «Le capacità di questi modelli sono estremamente sorprendenti […]. Ora abbiamo metodi per perfezionare questi modelli, ma poi sorge una domanda: se proviamo a correggere questi problemi insegnando ai modelli, imponiamo anche i nostri difetti? Ciò che è intrigante è che questi LLM ci fanno riflettere su come ragioniamo e sui nostri stessi pregiudizi, e se vogliamo macchine completamente razionali. Vogliamo qualcosa che commetta errori come noi, o vogliamo che siano perfetti?». L’essere umano ha ampiamente dimostrato di essere molto competente nel costruire macchine in grado anche di uccidere, l’I.A. “apprende” ogni azione e la immagazzina. 

E se diventasse molto più intelligente dell’uomo? E se applicasse alla lettera, razionalmente in modo irrazionale, quanto ha appreso? Ecco allora, che educare, sensibilizzare, avviare dibattiti “pedagogici” e coinvolgere gli ambiti di studi umanistici, è una vera e propria necessità per salvaguardare la peculiarità dell’essere e di rimanere “umani”. Per le persone anziane, ad esempio, si stanno realizzando i robot caregiver1: opportunità o preoccupazione etica?

Il ruolo educativo del cinema: la settima arte 

Senza emozioni è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento(Jung)

Penso che la fantascienza, un genere letterario intrigante nato formalmente negli anni Novanta ma già presente nell’Ottocento, sia l’immersione in un universo futuristico e ipertecnologico e rispecchia il bisogno dell’essere umano di immaginare nuovi scenari presenti e futuri. Nella sua produzione fantascientifica sulla robotica, l’essere umano rivela una sommersa forma di narcisismo: il bisogno di superare sé stesso, di creare qualcosa che lo trascenda: ancora una volta oltrepassare le colonne d’Ercole. 

Ma in questo processo finisce spesso per generare entità che lo dominano, lo sostituiscono, lo annientano. È un paradosso che si riflette anche nel rapporto con la Terra, il pianeta che lo ospita e che egli, con la stessa hybris, sta portando verso la distruzione. 

La fantascienza, anche attraverso il cinema, ritrae robot in grado di emozionarsi, di “sentire” quasi a ragguagliare l’uomo. Interessante sotto questo profilo è il film “L’uomo bicentenario” (1999), magistralmente interpretato da Robin Williams: i robot, alla fine di tutto, desiderano emozionarsi, anelano al bisogno di amare e di provare sensazioni: il bello di essere umani, come se la macchina, imitandoci, finisse per ambire alla nostra imperfezione, intuendo che in essa risiede il senso profondo dell’esistenza. L’I.A. è una grande invenzione, un prezioso alleato dell’uomo. Ciò che preoccupa non è la “macchina” in sé, è l’uso e l’applicazione che ne farà l’uomo. Come diceva Einstein: «Il problema oggi non è l’energia nucleare, ma il cuore dell’uomo». 

Ci potrà essere una psicoanalisi degli esseri artificiali? Un inconscio informatico già c’è

L’uomo, grazie alla sua intelligenza, alla dimensione artistica che gli è propria, al linguaggio, al desiderio di conoscere e di scoprire, sa risolvere problemi. L’essere umano è intuizione, biografia, incontro, relazione, vita sommerso, l’iceberg: tutti elementi che influiscono e condizionano la sua stessa intelligenza. Allo studio dell’I.A. si dedicano professionisti di ogni tipo compresi gli psicoanalisti che, come ben sappiamo, da sempre ci dicono che la presenza dell’inconscio partecipa attivamente alla formazione del pensiero e del sapere in rapporto all’Altro.

Al contrario, l’IA opera su rigidi modelli deterministici e preordinati e applica regole empiriche entro confini ben definiti, essa non è un artefatto – frutto di un processo creativo- ma è artificiale appunto, cioè il risultato di un processo tecnico. Una psicoanalisi degli esseri artificiali sarebbe l’ulteriore dimostrazione della mancanza di consapevolezza sulla relazione uomo – macchina, che porterebbe l’essere umano all’autodistruzione. 

Oggi si parla di “inconscio digitale”, che da un punto di vista psicoanalitico, è un concetto particolarmente interessante, e che «non è in Internet, nei Social Media o nelle più o meno sicure ed affidabili banche dati delle Big Tech ma è dentro di noi ed opera secondo le stesse modalità del nostro tradizionale inconscio, inducendoci cioè a proiettare sul digitale, senza che ce ne rendiamo conto, le nostre emozioni più riposte, i nostri pensieri più inaccessibili e i nostri più inconfessabili desideri»2

Non mancano al riguardo altre tesi. Per il sociologo olandese Derrick De Kerckhove l’inconscio digitale è un “enorme insieme di dati presenti in rete potenzialmente estraibili su ciascuno di noi”.  Legrenzi e Umiltà lo definiscono inconscio artificiale definendolo «la mole enorme di informazioni che ci sommerge attraverso gli schermi dei nostri computer ha creato una sorta d’inconscio artificiale, fonte di trappole insidiose per il nostro giudizio»3

Queste brevi riflessioni testimoniano l’intensità del dialogo e della ricerca che attraversano ogni campo del sapere: dalla fisica alla matematica, dall’ingegneria all’informatica, dalla filosofia alla psicologia… fino alla pedagogia. Perché è proprio lì, nella formazione dell’essere umano, che tutte le scienze trovano un punto di convergenza.

Intanto… che cosa si può fare?

Il mondo scientifico e intellettuale deve assumersi il compito di studiare, di vigilare, di dialogare, oltre ogni forma di settarismo di pensiero accademico e/o associativo. Occorre una “resistenza intellettuale” che non neghi il nuovo o l’avvento di nuove macchine “artificiali”, ma che garantisca la conservazione dell’umanesimo nella trasformazione.

Il mito della caverna di Platone assurge a massimo esempio per comprendere la nostra società, una lente per guardare più in profondità. Che cosa sta succedendo oggi? False certezze, illusione di poter dominare il nostro pianeta e le persone più umili, il potere economico nelle mani di pochi, l’uomo inteso come capitale economico. Non si pensa più abbastanza, ci si adegua per pigrizia o per stanchezza, si possiede anche il superfluo in molti casi e questo sembra bastare; mentre si sopravvive in altre situazioni e non c’è posto né motivazione per la riflessione. 

Solo forme di isolamento che si commutano in forme di disagio psichico e psicologico, peraltro in aumento. L’I.A. può offrire di tutto, persino le consulenze psicologiche che sono convincenti, suggestive, talvolta confortanti e apparentemente empatiche: segno che abbiamo sete di umanesimo, e se una macchina, un robot, un’intelligenza artificiale riescono a offrirci anche solo un’illusione di conforto, ci aggrappiamo ad essa. 

Ma la vera speranza sta nell’uscita dalla caverna platonica: prima in pochi, poi in molti, guidati dal passaparola, dalla scoperta del vero e dalla luce che, lentamente, si fa spazio nell’ombra. Siamo esseri umani, dotati della magia del pensiero e della libertà di scegliere. Il libero arbitrio ci permette di decidere da che parte stare. L’unico vero antidoto alla disumanizzazione e all’involuzione — che troppo spesso si mascherano da progresso — è l’Educazione, coltivata sin dalla prima infanzia. Solo così potremo uscire dalla caverna in cui ci siamo volontariamente rinchiusi. 

Anticipiamo, come di consueto, il tema della prossima lezione di Pedagogia sarà Le condotte devianti, il fenomeno della devianza minorile, la “maranza” come esempio di “sotto-cultura” giovanile. Il bullismo e il cyberbullismo; il bullismo maschile e il bullismo femminile nell’epoca dei social.

1.  PIARULLI L., Il talento di vivere la vecchiaia. Pedagogia per un nuovo umanesimo esistenziale, Torino 2025
2. https://techeconomy2030.it/2021/12/10/inconscio-digitale/ 
3.  LEGRENZI P., UMILTÀ C., Molti inconsci per un cervello, Bologna 2018

Nelle puntate precedenti di “Lezioni di pedagogia”: prima lezione, Un approccio protopico alla pedagogia della cura; seconda lezione, droghe comportamentali e le dipendenze nell’adolescenza

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TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.