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Lezioni di Pedagogia. Uno sguardo socio-pedagogico

| TIZIANA CARENA, Luisa Piarulli

Tempo di lettura: 7 minuti

Lezioni di Pedagogia. Uno sguardo socio-pedagogico
La prima lezione della rubrica Lezioni di Pedagogia del 2026, dedicata a Uno sguardo socio-pedagogico. Conversazioni di Tiziana Carena con la pedagogista Luisa Piarulli.

Lezioni di Pedagogia è la rubrica di rivistaeco.it che tratta diversi temi formativi per sensibilizzare su argomenti che riguardano l’essere umano in tutte le sue fasce di età. Sono conversazioni di Tiziana Carena con la pedagogista Luisa Piarulli, della quale sono apparsi in “.eco” (edizioni a stampa e online) diversi interventi e recensioni di suoi lavori.

L’apprendimento sociale e la deresponsabilizzazione

di Tiziana C. Carena

Si è tenuta la giornata internazionale sull’educazione (24 gennaio); certo è che parlare di educazione a livello sociale e a livello mondiale, con le guerre attualmente in corso e il seguito di atrocità tipico di ogni guerra diventa un’impresa ardua.

Quando parliamo di educazione intendiamo un’attenzione ai bisogni, alle motivazioni profonde, interiori, al mondo emotivo; ma com’è possibile, senza entrare in una sorta di utopia, parlare di “crescita” nel mondo, di evoluzione pedagogica, per poterci orientare consapevolmente nella complessità sociale?
Se parliamo di educazione, le istituzioni scuola, famiglia, società e i social sono naturalmente e culturalmente implicati. Le scienze socio-umane come venivano denominate dal sociologo dell’Università di Torino Luciano Gallino portano a riflettere su tutti questi percorsi di formazione, di educazione e di istruzione.

Qual è il confine tra la formazione primaria della personalità da parte della famiglia e l’inizio della formazione secondaria da parte di tutte le altre agenzie di socializzazione (scuola, gruppo dei pari, i social)? Come motivare alla spinta educativa nel senso di suscitare motivazioni positive affinché non si aggravi ulteriormente la situazione già allarmante denunciata dalle cronache di questi giorni?

Occorre partire dalle basi sociali del comportamento e dal presupposto, ben noto, che ogni comportamento sufficientemente pubblicizzato tende a diventare modello comportamentale: imitazione, emulazione, educazione.

Le basi sociali del comportamento sono inscindibili dalle condizioni concrete di vita, rispetto alle quali i modelli di comportamento funzionano come “lenti di ingrandimento”; soprattutto in merito ai metodi che indicano la cosiddetta “riuscita sociale”, il “successo”, e che generano l’attenzione nei social e, quindi, a cascata, nei media.
Determinati modelli (ricordiamo Bandura con la sua teoria dell’apprendimento sociale che analizza, appunto, il processo di emulazione sociale, modellamento e imitazione) hanno un’efficacia “virale”. La teoria dell’apprendimento sociale si sviluppa, generalmente, in quattro fasi: l’osservazione, l’interpretazione, l’imitazione e la ripetizione.

I social e i media “socializzano” i comportamenti che suscitano più impressione dando loro una visibilità impensabile prima dell’ascesa dei social. I soggetti coinvolti, non avrebbero bisogno di darsi alcuna visibilità se l’avessero, com’è naturale che sia; sono “eroi al nero” in cerca di un’autostima assolutamente antagonistica alla vita comune di tutti gli altri. Occorre “forare lo schermo” e il comportamento è spinto oltre ogni limite in un’ottica prettamente narcisistica.

Nel 1994 uscì un mio articolo sulla rivista “Cosmopolitan” proprio su questi temi, una sorta di devianza che sabota l’individuo stesso e la collettività.

Quale può essere la funzione dell’educazione in un contesto come quello che abbiamo accennato?

Ancora una volta la letteratura scientifica ci può venire incontro, e mi riferisco alla teoria dell’attribuzione interna/esterna; nella psicologia delle relazioni interpersonali l’apprendimento dà un significato alle esperienze del soggetto orientando le sue azioni e le sue aspettative. Le relazioni interpersonali formano il comportamento. Le relazioni interpersonali nascono all’interno di stili educativi che dipendono dagli stili educativi della struttura socio-economica del mondo in cui vivono: questo è il contesto sociale.

Quindi soltanto una fonte valoriale alternativa è in grado di smuovere, nel tempo (non in breve tempo) gli effetti perversi della glorificazione sociale della potenza e del denaro. E questa fonte valoriale alternativa non può che essere rappresentata dall’istituzione formativa per eccellenza: la scuola.
Ma la formazione stessa non può che poggiare sull’esempio dato quotidianamente dai formatori. I discorsi sui valori non bastano, occorre la pratica, quotidiana e visibile, oltre che concreta, l’esempio, cioè l’unica forza in grado di orientare il comportamento dei soggetti in formazione, contrastando ogni eventuale orientamento contrario, fornendo, per così dire, un “contro-modello”.

Occorre “vedere” che i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti possono incidere sul corso delle cose. Nel caso della strage di Crans Montana, i responsabili si reputano anche loro “vittime”; quindi, per rientrare nel nostro discorso, non si vedono come responsabili, cioè mostrano di non ritenere di essere stati decisivi nell’incidere sul corso delle cose. Dunque, il loro comportamento irrazionale è il punto.

L’educazione deve prevenire i comportamenti irrazionali lesivi dell’incolumità fisica e psicologica altrui. La riflessione collettiva sui problemi può concorrere a modificare comportamenti che sottostanno ai processi cognitivi. Il ragazzo che ha confessato di voler vedere che cosa si prova nell’uccidere un’altra persona e che, poi, ha effettivamente ucciso un compagno di classe a scuola, chiamando anche la propria fidanzata per farle vedere che cosa aveva fatto, con questa sua confessione ha chiesto, a suo tempo, aiuto; si trattava di un indicatore comportamentale di non poco conto.

L’educazione individuale è parte dell’educazione sociale.

A ogni attribuzione corrisponde, com’è noto, un significativo atteggiamento verso sé stessi, verso la realtà, verso il futuro, atteggiamento /comportamento stimolato dal contesto.


La relazione educativa e l’etica della responsabilità

di Luisa Piarulli

…E questa fonte valoriale alternativa non può che essere rappresentata dalla istituzione formativa per eccellenza: la scuola.

Gli ultimi fatti di cronaca devono interrogarci sul modus operandi della nostra scuola. I nostri giovani sono cambiati perché a livello globale è cambiata la società e sono cambiate le famiglie. Ora, devono cambiare, necessariamente, gli insegnanti e il loro modo di fare scuola. Il mio non è un giudizio sulle competenze professionali o sui saperi disciplinari, certamente indiscutibili, bensì una riflessione che nasce dall’osservazione delle dinamiche socio-culturali, economiche e politiche del nostro presente, ampiamente trattate, tra gli altri, da E. Morin e Z. Bauman.

A mio parere, la chiave di svolta risiede in una domanda fondamentale, nella prospettiva della pedagogia della domanda (Freire): quali possono essere, oggi, i principi fondanti dell’Educazione? L’esperienza e la ricerca mi conducono al principio della relazione educativa, che Lorenzo Milani aveva già scoperto e fatto suo con il celebre I Care, principio che rinvia, a sua volta, all’etica della responsabilità.

Intendo dire che dobbiamo re-imparare a vedere i nostri giovani, a cercarli, a sentirli, ad ascoltarli anche nel loro silenzio. Dobbiamo rompere i muri tra dentro e fuori, scuola e territorio tra i quali non ci può essere più nessun confine. Dentro la scuola, con gli studenti, entrano disagi, problemi, emozioni, conflitti, influssi che non possiamo minimamente trascurare, né trattare in senso esclusivamente punitivo. Non è certamente facile ma, ne sono sempre più convinta, questa è la chiave di svolta per un cambiamento che abbia la scuola come alleato. Non possiamo stereotiparci nel ruolo di “docente istruzionista”, né sorridere all’idea di avere una missione: siamo l’uno e l’altro. Per questo credo sia necessaria la formazione a una pedagogia umanistica del maestro (il magister), come sottolinea Carl Rogers, capace di conciliare rigore cognitivo ed empatia, autorevolezza e cura. Ciò implica anche un inevitabile percorso di autoconoscenza, di autobiografia sensibile (Demetrio), di auovalutazione continua da parte dell’adulto educante, per superare il rischio di adattamento passivo al ruolo e di assuefazione e per assumere pienamente la responsabilità educativa.

La relazione educativa è un’espressione oggi molto utilizzata e, proprio per questo, spesso fraintesa. Si tende a considerarla una dimensione spontanea, quasi naturale, oppure la si riduce a una generica attenzione agli aspetti emotivi degli studenti. In altri casi, al contrario, la si mette tra parentesi in nome di una concezione dell’insegnamento limitata alla sola trasmissione dei contenuti. Entrambe le posizioni, a mio avviso, risultano insufficienti e rischiano di svuotare la relazione educativa del suo significato più autentico.

Educare, come ricorda Martin Buber, è innanzitutto incontro: una relazione “Io–Tu” (Noità) nella quale l’educando non viene mai oggettivato, ma riconosciuto nella sua unicità e nella sua dignità. È un incontro che chiama alla responsabilità, perché il volto dell’altro interpella e chiede di essere riconosciuto (Lévinas, 2012). La relazione educativa, in questo senso, non è mai neutra: è sempre carica di implicazioni etiche. Questo non significa trasformare la scuola in uno spazio terapeutico né spingere l’insegnante verso forme di psicologismo che non gli competono.

La relazione educativa non coincide con la conoscenza del vissuto intimo dello studente, né con la richiesta di esposizione emotiva. Essa richiede piuttosto una presenza attenta, capace di cogliere segnali, silenzi, posture, sguardi, e di far sapere allo studente che è visto e riconosciuto. Allo stesso tempo, ridurre l’educazione alla sola istruzione significa ignorare che ogni apprendimento autentico è attraversato da emozioni, motivazioni, desiderio, biografia.

La relazione educativa rappresenta il fondamento di ogni processo formativo: è la condizione che rende possibile l’apprendimento significativo, dentro una scuola che si fa luogo abitato. Una scuola abitata è uno spazio che offre protezione e orientamento, che rassicura senza deresponsabilizzare, che accoglie senza rinunciare alle regole. Non tutte le case sono luoghi sicuri, che lo sia almeno la scuola!

È qui che si innesta l’etica della responsabilità educativa che non è un accessorio dell’azione didattica, ma ne costituisce il cuore. Essa implica l’assunzione consapevole, da parte dell’educatore, del compito di promuovere lo sviluppo integrale della persona, non solo sul piano cognitivo, ma anche su quello etico, sociale e affettivo. È così che possiamo viverci autentici educatori; è così quando l’educare si traduce in azioni: accompagnare, orientare, sostenere, pro-muovere, sapendo che ogni gesto educativo ha un peso e lascia traccia.

Le prospettive di Vygotskij e Bronfenbrenner confermano ampiamente che l’apprendimento e lo sviluppo si realizzano all’interno di un sistema complesso di relazioni. In questo sistema, l’insegnante non è un semplice trasmettitore di saperi, ma un facilitatore di processi formativi, capace di creare contesti che favoriscono la crescita. In questa direzione si colloca anche l’attenzione di Carl Rogers al clima educativo, fondato sulla fiducia, sull’ascolto e sul rispetto, verso il singolo e verso la comunità scolastica tutta. Ripensiamo la parola “inclusione”!

Per rassicurare l’insegnante “istruzionista”, ricordiamo che la relazione educativa è un processo intenzionale, fondato su una necessaria asimmetria dei ruoli. Questa asimmetria non è un limite, ma una responsabilità: il maestro è chiamato ad assumere una funzione adulta e orientante, senza confondere i piani relazionali. È proprio all’interno di questa asimmetria che può nascere l’autorevolezza educativa, distinta sia dall’autoritarismo sia dal permissivismo. Occorre, appunto, responsabilità che si declina in diverse dimensioni interconnesse: cognitiva, affettivo-relazionale e etico-sociale. È nella loro integrazione che la relazione educativa si fa generativa. Relazione educativa ed etica della responsabilità non possono essere pensate separatamente.

La relazione è il luogo in cui la responsabilità prende forma; la responsabilità è ciò che dà spessore e direzione alla relazione.

Se tutto ciò, che alcuni giudicano persino ripetitivo nella sua evidenza, fosse realmente messo in atto, molti dei problemi che oggi attraversano l’educazione risulterebbero quantomeno attenuati, perciò insistiamo, ripetiamoci pure!

Alla luce di tecnologie sempre più sofisticate, di relazioni progressivamente svuotate di significato e di solitudini in costante aumento a ogni età, credo sia necessario ricominciare dalla semantica che Lévinas ha posto al centro della relazione umana, dalla pregnanza delle parole, sottraendole all’uso superficiale che spesso le impoverisce. Nulla può essere dato per scontato quando è in gioco l’Educazione. Ritengo sia giunto il momento di riscriverne l’ABC, affinché le parole tornino a generare pensiero critico, umanità e bellezza.

L’educazione è anche il punto in cui decidiamo se amiamo abbastanza i nostri figli da non espellerli dal nostro mondo e abbandonarli a se stessi […] ma di prepararli piuttosto in anticipo al compito di rinnovare un mondo comune.
Hannah Arendt, La crisi dell’istruzione


Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.