“Questa mattina non ho acceso la radio”. Ribellarsi all’infodemia

Questa mattina non ho acceso la radio. Non ho dato un’occhiata ai titoli su internet.

Mi sono chiesta il perché e la risposta è stata che sono stanca: stanca di sentire le stesse notizie, gli stessi numeri, le stesse ipotesi, le stesse lamentele, le stesse proteste, tutto e il contrario di tutto.

Questo tipo di “informazione” genera in me due reazioni: assuefazione da una parte, rifiuto dall’altra.

Non sto dicendo che non si debba parlare di pandemia e ognuno cerca le fonti che ritiene opportune, ma la televisione pubblica? per la quale paghiamo un canone. Vogliamo parlarne?

Trasmette programmi che un tempo si sarebbero letti solo su “cronaca vera”. La televisione, soprattutto per i più anziani – l’ha detto il tg – è la fonte primaria di informazione; non dovrebbe quindi avere un compito etico-educativo, nel senso di fornire notizie attendibili verificabili e comprensibili, senza giocare sul sensazionalismo o sull’intrattenimento becero?

Vivere in uno stato di perenne confusione

I telegiornali invece sembrano bollettini astrusi o i rotocalchi di quando ero ragazzina. Tendono spesso a spaventare – nel primo caso – sperando così di aumentare la consapevolezza del pericolo? Il risultato è l’opposto: la paura stanca e abbassa le difese. Ci si stanca anche di credere alle promesse e si vive in uno stato di perenne confusione. Confusione che è peggio dell’incertezza, confusione che genera depressione, peggiorata dalla mancanza di contatti fisici, relazioni positive.

Ho sempre amato i romanzi gialli, li trovo terapeutici: ci sono i cattivi e ci sono i buoni che, di solito, trionfano. Ma adesso basta! Il meglio che si possa vedere in Rai sono le serie poliziesche. È un problema legato alla pandemia che vengano ritrasmessi all’infinito Stanlio e Ollio, Totò, o western del secolo scorso?

Rai scuola? Aiuto! Mi è capitato di guardare cinque minuti di trasmissione con una bella presentazione di un brano musicale, poi,via!, altro argomento e nemmeno una nota da ascoltare. Già in passato esimi pedagoghi tuonavano contro l’insegnamento frontale, presentandosi in video nei quali si vedeva solo la loro faccia che parlava e, al massimo, qualche schermata con scritto quello che stavano dicendo.

Ripensare la comunicazione

La mia mamma diceva che aveva vissuto il tempo della guerra e non si sarebbe aspettata da vecchia di assistere ad un periodo così fosco. Aveva avuto il tifo, era stata sfollata e aveva frequentato fino alla quinta elementare, ma le piaceva leggere. Ascoltava la televisione e mi guardava costernata: «Non capisco niente», mi diceva. Un conto è non capire tutto, un altro non capire niente. Forse bisognerebbe ripensare la comunicazione, soprattutto quella di stato per la quale paghiamo una tassa.

Ho visto un video in rete nel quale era illustrato con immagini chiare e semplici come viene elaborato il vaccino. Perché non trasmettere una cosa simile invece delle solite siringhe nel braccio di qualcuno?

A proposito di obbligatorietà ho letto che nei paesi del nord Europa, dove la vaccinazione non è obbligatoria, i vaccinati sono oltre il 90%. Forse hanno una migliore informazione? Né minatoria, né superficiale?

Ho sentito che alcuni sanitari si sono rifiutati di farsi vaccinare. Punto. Ma quanti/e di loro hanno patologie autoimmuni per cui non è consigliabile o addirittura è pericoloso?

E per finire è discutibile parlare solo e sempre di pandemia – e nel modo descritto – e non accennare nemmeno ad altre notizie. A me pare un condizionamento dell’opinione pubblica, un modo per distrarla da problemi altrettanto globali e importanti: Clima? Lavoro? Sostenibilità? Diritti? Democrazia?

Parliamone ;-)