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L’8 e 9 giugno, la democrazia bussa alla porta. Dire sì

| Federica Colucci

Tempo di lettura: 9 minuti

L’8 e 9 giugno, la democrazia bussa alla porta. Dire sì
Cinque referendum, tra lavoro e cittadinanza, daranno voce al popolo l’8-9 giugno 2025. Dalla mobilitazione dal basso nasce una sfida: più diritti, più giustizia, più partecipazione. È tempo di dire Sì.

Con l’approvazione della Corte costituzionale, cinque referendum abrogativi — uno sulla cittadinanza, quattro sul lavoro — torneranno a dare voce diretta al popolo sovrano. Si voterà l’8 e il 9 giugno 2025, in coincidenza con i ballottaggi delle elezioni amministrative. Un appuntamento decisivo, dopo anni di silenzi istituzionali e media che guardano altrove.

L’iniziativa parte dal basso: dai tavoli per la raccolta firme nei mercati e nelle piazze, dai banchetti sotto la pioggia, dai click sulla piattaforma digitale messa a disposizione per la prima volta dal governo. Più di 637.000 firme per il quesito sulla cittadinanza. Oltre quattro milioni per i quesiti sul lavoro. Non una fiammata, ma una lenta e capillare mobilitazione, cresciuta fuori dai riflettori, sorretta da reti civiche, associazioni, sindacati, cittadini comuni.

Ancora una volta, la società si muove prima della politica. E lo fa invocando più giustizia, più diritti, più partecipazione. Una cittadinanza che sia davvero inclusiva. Un lavoro che non sia più merce. Un’economia che non sia fondata sulla precarietà e sullo sfruttamento. La sfida ora è tutta lì: restituire centralità a ciò che la nostra Costituzione proclama.

Il cambiamento non arriva dall’alto, stavolta passa per una scheda

Nel giugno 2025, l’Italia sarà di nuovo chiamata ad esprimersi. Cinque quesiti referendari, cinque occasioni di confronto collettivo, cinque possibilità per rimettere al centro la dignità del lavoro, i diritti sociali, l’inclusione. Cittadinanza, tutele contro i licenziamenti, contratti a termine, responsabilità negli appalti: non tecnicismi, ma nodi politici importanti. Non astrazioni giuridiche, ma quotidianità concreta. Si tratta, ancora una volta, di scegliere che società vogliamo essere. E da che parte della storia vogliamo stare.

Perché la democrazia, come ci ricorda la nostra Costituzione, è partecipazione. E questi referendum nascono proprio da lì: dal basso. Dai comitati, dai sindacati di base, dalle reti sociali, dai banchetti nelle piazze e nei mercati, dalla testardaggine di chi non si rassegna alla disuguaglianza diventata norma. Un processo lungo, spesso ignorato dai media tradizionali, ma alimentato dal passaparola, dalle assemblee, dai social network, dalle mani che hanno firmato, una dopo l’altra, per dire che no, non va tutto bene.

Un foglio e sei fuori, il lavoro non è usa e getta: riprendiamoci i diritti

Primo quesito del Referendum. Contratto di lavoro a tutele crescenti – Disciplina dei licenziamenti illegittimi: abrogazione: Volete voi l’abrogazione del d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23, recante “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183” nella sua interezza?

Secondo quesito del Referendum. Piccole imprese – Licenziamenti e relativa indennità: abrogazione parziale: Volete voi l’abrogazione dell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, recante “Norme sui licenziamenti individuali”, come sostituito dall’art. 2, comma 3, della legge 11 maggio 1990, n. 108, limitatamente alle parole: “compreso tra un”, alle parole “ed un massimo di 6” e alle parole “La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai venti anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro.”?

Il primo e il secondo quesito toccano il cuore del lavoro salariato: i licenziamenti. Con il Jobs Act del 2015, il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo è stato ridotto a eccezione. La “tutela crescente” si è rivelata una tutela assente. Il potere delle imprese si è ampliato, quello dei lavoratori si è ridotto. Chi perde il lavoro senza giusta causa oggi riceve al massimo un’indennità.

Il referendum vuole riaffermare che licenziare senza motivo non è normale, né accettabile. Il referendum vuole ripristinare un diritto fondamentale: quello a non essere licenziati ingiustamente.

Come nel caso di Marica Ricutti, licenziata da Ikea dopo 17 anni di lavoro, perché non riusciva più a rispettare gli orari imposti dall’azienda. Aveva due figli, uno dei quali disabile, e chiedeva un minimo di flessibilità. Risposta: un foglio di carta con scritto “sei fuori”. Solo grazie alla mobilitazione pubblica e a un ricorso legale, ha ottenuto giustizia. Ma quante persone, senza visibilità, restano schiacciate?

Fonte: Marica Ricutti: “Non chiedo privilegi ma Ikea viola la mia dignità”

E non solo nelle grandi aziende. Nel mondo delle piccole imprese, dove lavora quasi la metà dei dipendenti italiani, le tutele oggi sono ancora più deboli. Se hai la sfortuna di essere assunto in un’azienda con meno di 15 dipendenti, puoi essere licenziato ingiustamente — e lo Stato non ti garantisce il diritto alla reintegrazione. Per legge. Ma il lavoro è lavoro, ovunque. Che tu sia in una multinazionale o in un bar di quartiere, il tuo diritto a non essere cacciato senza motivo non può valere di meno.

Allineiamoci con gli altri paesi europei: in Francia, ad esempio, la legge continua a garantire la possibilità di reintegro in caso di licenziamento ingiustificato. E anche se spesso si chiude con un risarcimento, l’indennizzo minimo è più alto, e i controlli sul motivo del licenziamento sono reali, non una formalità. In Germania, se un’azienda ha più di 10 dipendenti e licenzia senza una ‘causa sociale’ (per esempio crisi aziendale o gravi mancanze del lavoratore), il licenziamento è nullo. Da noi, invece, spesso basta un pretesto

Dire Sì a questi quesiti non è un tecnicismo: è dire Sì alla giustizia, all’equità, alla dignità nel lavoro. È ricordare che la dignità non è una clausola opzionale del contratto.

Basta vite a tempo determinato: il lavoro è un diritto, non un favore

Terzo quesito del Referendum. Abrogazione parziale di norme in materia di apposizione di termine al contratto di lavoro subordinato, durata massima e condizioni per proroghe e rinnovi: Volete voi l’abrogazione dell’articolo 19 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81 recante “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183”, comma 1, limitatamente alle parole “non superiore a dodici mesi.

Il contratto può avere una durata superiore, ma comunque”, alle parole “in presenza di almeno una delle seguenti condizioni”, alle parole “in assenza delle previsioni di cui alla lettera a), nei contratti collettivi applicati in azienda, e comunque entro il 31 dicembre 2024, per esigenze di natura tecnica, organizzativa e produttiva individuate dalle parti” e alle parole “b bis)”; comma 1-bis, limitatamente alle parole “di durata superiore a dodici mesi” e alle parole “dalla data di superamento del termine di dodici mesi”; comma 4, limitatamente alle parole “in caso di rinnovo” e alle parole “solo quando il termine complessivo eccede i dodici mesi”; articolo 21, comma 1, limitatamente alle parole “liberamente nei primi dodici mesi e, successivamente”?

Il terzo quesito ci parla di precarietà. Di vite spezzettate in contratti a termine, di carriere senza futuro, di esistenze sempre sull’orlo. Limitare l’abuso dei contratti a tempo determinato non è una battaglia ideologica, è una necessità civile. Il lavoro stabile non può più essere un privilegio.

​Recentemente, il Tribunale del Lavoro di Perugia ha emesso una sentenza significativa a favore di una docente di religione, riconoscendole un risarcimento di oltre 41.000 euro per l’abuso di contratti a termine reiterati per oltre vent’anni. La docente ha lavorato con contratti a termine dal 1999 al 2021, periodo durante il quale non sono stati banditi concorsi pubblici per la sua stabilizzazione, in violazione delle normative italiane ed europee. Il risarcimento è stato calcolato sulla base delle nuove disposizioni del Decreto-Legge 131/2024, che prevede indennizzi più elevati per tali abusi.

Fonte: Abuso di contratti a termine: Sentenza storica a tutela della stabilità dei docenti

Il Sì a questo quesito è il Sì di una generazione che chiede spazio, sicurezza, dignità.

Appalti senza responsabilità? I lavoratori pagano il conto

Quarto quesito del Referendum. Esclusione della responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore per infortuni subiti dal lavoratore dipendente di impresa appaltatrice o subappaltatrice, come conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici: abrogazione:

Volete voi l’abrogazione dell’art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, recante “Attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” come modificato dall’art. 16 del decreto legislativo 3 agosto 2009 n. 106, dall’art. 32 del decreto legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito con modifiche dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, nonché dall’art. 13 del decreto legge 21 ottobre 2021, n. 146, convertito con modifiche dalla legge 17 dicembre 2021, n. 215, limitatamente alle parole “Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.”?

Il quarto quesito riguarda la responsabilità solidale negli appalti. Una norma semplice: chi guadagna dagli appalti deve garantire il rispetto delle norme su sicurezza, salario, diritti. Sembra ovvio. Ma non lo è più da quando si è deciso di cancellare questa responsabilità, creando una catena di comando dove nessuno risponde e tutti scaricano. A pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori. Ripristinare quella norma significa restituire giustizia, contrastare sfruttamento, mettere un freno alla logica del massimo ribasso.

Nel 2017, la CGIL ha denunciato condizioni di lavoro disumane nei cantieri SAE: turni massacranti, salari da fame, lavoratori senza contratto, alcuni addirittura dormivano nei container. La procura apre un’inchiesta per caporalato: tra gli indagati, non solo le imprese esecutrici, ma anche funzionari pubblici e dirigenti della Protezione Civile. Dietro l’apparenza di legalità c’era una catena opaca di subappalti dove nessuno era responsabile e tutti si lavavano le mani. Chi ha vinto l’appalto ha fatto profitti. Chi ha lavorato nei cantieri ha pagato tutto: fatica, diritti negati, umiliazione.

Fonte: Macerata, Cantieri Sae e caporalato, la procura apre un’inchiesta

Ecco perché serve un Sì. Perché chi prende soldi pubblici garantisca rispetto, sicurezza, dignità. Perché la legge torni a proteggere i lavoratori, non chi li sfrutta.

Italia plurale, cinque anni per diventare cittadini è una scelta di civiltà

Quinto quesito del Referendum. Cittadinanza italiana: dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana: Volete voi abrogare l’art. 9, comma 1, lettera b), limitatamente alle parole “adottato da cittadino italiano” e “successivamente alla adozione”; nonché la lettera f), recante la seguente disposizione: “f) allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica”, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza?

L’ultimi quesito parla di cittadinanza, e dunque di riconoscimento. L’obiettivo: dimezzare da dieci a cinque gli anni di residenza richiesti ai cittadini non comunitari per poter fare richiesta della cittadinanza italiana. Non si tratta di concessioni ma di giustizia: chi vive, lavora, cresce figli, contribuisce alla vita del Paese, deve poter essere cittadino a pieno titolo. Continuare a negare questo diritto significa legittimare l’esclusione, alimentare marginalità, costruire barriere invece che ponti.

Come la storia di Danielle Frederique Madam, nata in Camerun e in Italia dall’età di sette anni, cresciuta qui, diventata pluricampionessa italiana di getto del peso — ma rimasta per anni senza cittadinanza. L’ha ottenuta solo nel 2021, dopo un lunghissimo percorso, nonostante fosse da tempo parte integrante del tessuto sociale e sportivo italiano. O come quella di Jovana Kuzman, arrivata dalla Serbia a soli tre anni, eppure ancora in attesa della cittadinanza dopo aver fatto domanda nel 2018. Ha frequentato tutte le scuole in Italia, parla perfettamente italiano, studia Scienze politiche a Roma, ma per lo Stato è ancora “straniera”.

Fonte: “Io, nata in Italia ma trattata da immigrata”

Storie così sono centinaia di migliaia. Votare Sì al Referendum significa riconoscere ciò che è già realtà: un’Italia plurale, meticcia, viva.

Leggi anche: Ceruti: “Educare alla cittadinanza planetaria, non alla sudditanza”

Basta scuse, sulla cittadinanza l’Italia è in ritardo. In Germania bastano 8 anni — 6 se dimostri di esserti integrato. In Francia 5. In Spagna solo 2 per chi viene da America Latina, ex colonie o Filippine. Qui servono 10 anni, e anche dopo si rischia di aspettarne altri 2-3 per una risposta.

La Repubblica è una promessa da mantenere, dire Sì al Referendum è dire “ci siamo ancora”

Cinque quesiti, un’unica domanda di fondo: vogliamo un Paese fondato sul lavoro, come recita l’articolo 1, o sull’arbitrio del mercato? Vogliamo una Repubblica che include o che esclude? Una società dei diritti o una società delle rendite?

Non sarà facile. La campagna referendaria, come spesso accade, rischia di essere ignorata dai media, sabotata nei palazzi, oscurata da chi ha interesse a mantenere lo status quo. Ma se c’è una lezione che la storia dei referendum ci insegna, è che la voce della società civile può farsi sentire comunque. Nelle piazze, nei social, nei circoli, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle case. Basta poco: una chiacchierata, un volantino, un post, una firma. E soprattutto un voto.

Il referendum è uno strumento imperfetto, ma prezioso. Serve per dire Sì. Non solo a cinque modifiche legislative, ma a un’idea diversa di futuro. Più giusta. Più umana. Più nostra.

Una Repubblica davvero fondata sul lavoro. E sulla dignità di chi ogni giorno lo costruisce.

Ed è proprio qui che la posta in gioco si fa più grande del singolo quesito. Questo Referendum non è soltanto un’occasione per correggere storture legislative. È una cartina tornasole della nostra maturità democratica, della capacità di rimettere al centro ciò che conta. Perché oggi, come ieri, il lavoro è ciò che struttura la vita. E se il lavoro è precario, sottopagato, frammentato, allora lo è anche la cittadinanza, la partecipazione, la libertà. Non è un’esagerazione dire che, da come voteremo a giugno, passerà un’idea di società: competitiva o cooperativa, egoista o solidale, chiusa o aperta.

Sta a noi scegliere. Con consapevolezza, con cura, con coraggio. E con la certezza che ogni Sì non sarà una risposta generica, ma un’affermazione di valori. Un segno di fiducia nel cambiamento, nella possibilità di costruire insieme qualcosa di migliore. Perché ogni diritto conquistato non è mai solo per chi lo ottiene: è un passo avanti per tutti.

La scheda che avremo tra le mani sarà leggera, ma il gesto con cui la deporremo nell’urna avrà il peso di una promessa: non voltarsi dall’altra parte. Non lasciare che decidano altri, altrove, al nostro posto. Non dimenticare che il futuro è anche (e soprattutto) una scelta collettiva.

Per questo, più che mai, è tempo di dire Sì ai cinque quesiti del Referendum. Perché una Repubblica fondata sul lavoro non può tollerare che esso venga umiliato. Non è solo un voto: è una presa di parola.

Scrive per noi

Federica Colucci
Federica Colucci
Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.