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Ricongiungere le persone al territorio: il ruolo dell’antropologia nella lotta ai cambiamenti climatici

| Federica Benedetti

Tempo di lettura: 7 minuti

Ricongiungere le persone al territorio: il ruolo dell’antropologia nella lotta ai cambiamenti climatici

Intervista ad Elisabetta Dall’Ò, professoressa di Antropologia dei Cambiamenti Climatici (un filone di ricerca molto recente) all’Università degli Studi di Torino. Elisabetta Dall’Ò da anni si occupa degli impatti del riscaldamento globale in area alpina.

Per poter affrontare gli scenari futuri provocati dai cambiamenti climatici, è necessario partire dalle persone che vi sono coinvolte. È fondamentale ascoltare quelle comunità che sono immerse nei cambiamenti climatici, quei saperi che abbracciano natura e cultura, nozioni che, nell’immaginario occidentale, erroneamente scorrono su binari separati. I cambiamenti climatici sono quindi aspetti che riguardano l’antropologia. La necessità di unire una pluralità di voci per dare risposte e rendere visibile questa crisi climatica si fa sempre più urgente.

Durante il Tor30 (Elisabetta Dall’Ò è ambasciatrice per il running della Ferrino) per parlare di cambiamenti climatici, donne e sport in montagna

Di cosa si occupa l’antropologia dei cambiamenti climatici, del rischio e dei disastri?

È un filone di ricerca molto recente perché, almeno in Italia, prende le mosse dalle ricerche che ho condotto per il mio dottorato di ricerca. Questa disciplina si occupa degli impatti culturali e sociali che la crisi climatica determina sulle comunità. Invece, l’antropologia che si occupa del rischio e dei disastri è l’antropologia madre che sta alle spalle di questo nuovo ambito di studi. Ho infatti incontrato i cambiamenti climatici da antropologa occupandomi di disastri: possiamo considerare i cambiamenti climatici come disastri di lungo corso, che impattano sulle comunità che devono fronteggiare le conseguenze o cercare di mitigare il risultato di questi eventi. Quindi le comunità devono agire in risposta ad un evento, naturale fino ad un certo punto e culturale per moltissimi aspetti.

Il sapere ambientale

Questa epoca in cui viviamo, l’Antropocene, è un’epoca in cui l’umanità si è fatta agente di impatto anche atmosferico, e quindi l’antropologia ha tra i suoi oggetti tutti gli impatti che riguardano qualcosa che incontra la cultura: i cambiamenti climatici sono oggetti profondamente culturali, perché riguardano le culture su cui impattano. Riguardano la cultura anche nella loro genesi, perché sono prodotti da un certo tipo di cultura, cioè la cultura occidentale.

Penso alla viticultura che in montagna si è sviluppata in relazione con l’osservazione del clima. Ecco, questi saperi che si sono prodotti intorno al tempo atmosferico e climatico sono saperi preziosi che andrebbero valorizzati, e potrebbero darci l’opportunità di cogliere qualche risposta. Si può infatti parlare di resilienza guardando a come le comunità riescono a continuare a produrre e a mantenere delle produzioni agricole di alta qualità. Riescono a fare ciò perché hanno una capacità di osservazione, di attenzione nei confronti della natura, e questo permette loro di adattarsi. Quindi questa capacità di adattamento è una capacità che possiamo definire un sapere ambientale.

Foto sul campo tra le comunità di montagna

Parliamo di ricerca, quindi di qualcosa che ha dato – e continua a dare – dei risultati. L’evidenza, quindi, c’è; allora perché è così difficile integrare le scienze sociali nella discussione sui cambiamenti climatici?

È un problema che ha diverse concause. Ad esempio, nel mio campo di ricerca ho incontrato una certa ostilità da parte degli scienziati “duri” che si occupano di questi territori sotto altri aspetti. Io mi occupo di cambiamenti climatici in area alpina: mi sono occupata a lungo del Monte Bianco e sotto certi punti di vista ho incontrato un certo scetticismo da parte di alcuni (non tutti) glaciologi e geologi. Mi sono sentita messa in discussione perché probabilmente ponevo delle domande a cui loro non erano abituati.

Il Monte Bianco

Alcune scienze vedono le persone come delle costanti nei cambiamenti climatici, ma invece non è così: c’è una variabilità molto complessa. Nella gestione delle emergenze, quasi sempre si assiste al fallimento dei piani messi in atto dalla protezione civile o dall’amministrazione perché le persone hanno agito per conto loro. Questo perché le persone hanno una agency, e quindi una capacità di selezionare e valutare i rischi. Come ci ricorda Mary Douglas, il rischio è un costrutto culturale e sociale; le persone scelgono cos’è rischioso e cosa non lo è, e di conseguenza decidono come muoversi all’interno di un’emergenza: questo fattore non viene considerato da un altro tipo di scienza, una scienza che crea modelli climatici che danno risposte tecniche, spesso poco comprensibili per le persone e a volte anche difficilmente accettabili. Quindi l’incontro da parte di questi scienziati con le scienze sociali e culturali crea delle frizioni molto utili, che possono creare delle opportunità efficaci nel trovare soluzioni ad alcuni problemi. I problemi sono comuni e condivisi, e gli impatti dei cambiamenti climatici riguardano al contempo le scienze dure e le scienze sociali.

“La richiesta che noi come antropologi portiamo alle scienze dure è che le persone vengano ascoltate, osservate come si muovono, come affrontano e gestiscono i cambiamenti. Ecco, questa richiesta sembra inafferrabile o quasi un’invasione di campo. Questo è senz’altro un problema”.

Creare una conoscenza comune e sensibilizzare alla crisi climatica

Ha notato un cambiamento, una maggiore apertura, in questi ultimi anni in cui si fa sempre più urgente la necessità di trovare nuovi metodi per studiare e comunicare queste tematiche?

L’ultimo progetto su cui sto lavorando è un progetto di sensibilizzazione delle persone sul tema dei cambiamenti climatici. Per questo progetto mi trovo a lavorare con dei meteorologi che stanno facendo delle modellizzazioni sul territorio su cui lavorerò: è un territorio poco conosciuto in Valle d’Aosta, la Coumba Freida, un’area abbastanza estesa ai piedi del Grand Combin in cui i cambiamenti climatici si stanno facendo sentire. Il problema che mi hanno comunicato i colleghi è questo: loro mi dicono che riescono difficilmente a farsi ascoltare e non trovano il modo di comunicare i loro dati alle persone. Qui bisogna fare attenzione. Un punto importante è che molto spesso gli scienziati duri (se possiamo creare questo “noi” e “loro” antropologico) ci vedono come degli strumenti per comunicare; quindi, si aspettano che le scienze sociali aiutino le scienze dure a comunicare con le persone. Tuttavia, il nostro compito non è esattamente questo: quello che noi facciamo non è tanto quello di comunicare i dati degli altri, ma piuttosto quello di creare una conoscenza comune. Infatti, quello che io ho proposto è l’identificazione di un metodo comune, per riuscire a lavorare su questi scenari futuri. Il futuro è una questione complessa; è difficile immaginare cosa avverrà. Però possiamo farlo se accanto a questi dati matematici affianchiamo dei dati che provengono dalla cultura, quindi, dei dati che ci raccontino come sono le società su cui questi eventi impatteranno.

Lago glaciale del Miage (Val Veny, Courmayeur) drammaticamente ridotto, estate 2019

Questo è un discorso che riguarda la vulnerabilità. La vulnerabilità ci può aiutare a capire quali problemi sono già insiti in un territorio prima che avvengano i cambiamenti climatici. Se una comunità non si è presa cura del territorio, quando si verificheranno ad esempio eventi alluvionali, le comunità saranno più sotto stress, e saranno soggette ad un maggiore rischio proprio perché hanno perso il rapporto con l’ambiente e magari non hanno più considerato necessario fare una manutenzione. Se quindi trovassimo il modo di combinare gli elementi socioculturali di vulnerabilità presenti nelle comunità e gli scenari che gli scienziati duri ci propongono, forse potremmo provare a trovare delle risposte comuni anche solo per capire come le comunità potranno fronteggiare il cambiamento.

“Solo ascoltando le voci delle persone (quindi non utilizzando una comunicazione top-down, cioè unidirezionale) si potrà parlare, dialogare con loro. I cambiamenti climatici non sono qualcosa che riguarda o le comunità o gli scienziati o gli antropologi, ma è qualcosa che riguarda noi tutti; siamo tutti cittadini coinvolti nel fronteggiare gli impatti di questa crisi climatica”.

Pensarci come parte del mondo

Parlando di comunicazione top-down o in generale di cattiva comunicazione, può spiegare perché certi tipi di comunicazione sono sbagliati? Che impatto hanno sulle persone?

È una questione delicata che afferisce anche all’ambito psicologico. Credo che gli allarmismi in qualche misura ottengano l’effetto di anestetizzare le persone, quindi, di farle sentire impotenti di fronte a qualcosa che sta avvenendo, in cui ognuno di noi invece ha la possibilità di agire.

Uno psicologo statunitense, Robert Gifford, ha proposto un paradigma che si chiama the dragons of inaction. Ha teorizzato una serie di comportamenti di inazione di fronte alle questioni ambientali, che in qualche misura impedirebbero alle persone di fare qualcosa. Innanzitutto, l’idea di pensarci slegati gli uni dagli altri sarebbe una concausa del non pensarci come un insieme, come una cultura in cui ognuno di noi di fatto ha un ruolo. Se invece avessimo una visione correlata di insieme che ci collocasse in un dialogo tra umano e non-umano, se fossimo quindi degli elementi globali all’interno del nostro sistema-mondo, allora potremmo pensarci come parte di questo. Gli allarmismi secondo me si inseriscono in questo paradigma perché fanno pensare alle persone di essere dei soggetti passivi che si devono aspettare che qualcuno si occupi della gestione dell’emergenza. È come se si aspettasse il momento del disastro; come se il disastro fosse un istante puntuale e non un processo. Quindi l’allarmismo crea una modalità quasi di attesa: si crea una sorta di linea di attesa in cui siamo sempre in allarme, però non succede mai niente, e quindi l’allarme alla fine viene neutralizzato.

Un altro punto importante è quello dell’invisibilità percettiva. Spesso viene generato un allarme che ci dovrebbe richiamare all’azione, ma non riusciamo a riconoscere ciò che sta avvenendo. Quindi non riusciamo a capire che dobbiamo attivarci, perché non percepiamo questi eventi come qualcosa che impatta su di noi nell’immediato.

“Non pensiamo né al futuro né al passato; ci collochiamo in un istante presente in cui non vediamo uno scenario apocalittico di fronte a noi. Ma lo aspettiamo e fino ad allora non agiamo”.

Come educare al clima

Qual è il modo migliore di educare le persone ai cambiamenti climatici?

Una cultura dei cambiamenti climatici sarebbe necessaria tra i più piccoli, proprio per riuscire a portare questa consapevolezza nel corso dell’esistenza dei più giovani. Però i cambiamenti stanno avvenendo e bisogna agire adesso, quindi non possiamo aspettare di formare delle generazioni sensibili, attente e interventiste. Comunque sia, un aspetto importante è sicuramente quello della formazione. Troppo spesso vediamo che alle scuole medie e superiori non esistono programmi sui cambiamenti climatici. Mi è capitato di vedere i programmi di geografia delle medie che proponevano le fasce climatiche in modo molto standardizzato, cioè le stesse cose che io ho studiato trent’anni fa. Tuttavia, il clima, gli scenari e le conoscenze sono cambiati moltissimo negli ultimi trent’anni; quindi, l’istruzione dovrebbe adeguarsi e creare dei percorsi per dare concretezza al tema dei cambiamenti climatici.

Per farlo bisogna appunto osservare le comunità e le persone che, anche inconsapevolmente, lavorano nei cambiamenti climatici. Dalle persone arrivano molte istanze sul clima che cambia, quindi dovremmo ascoltare queste parole e prendere spunto da pratiche che sono già in atto sui territori. Laddove queste pratiche non sono in atto, occorre comunicare riuscendo a coniugare le istanze delle scienze sociali e culturali con quelle delle scienze dure.

“Bisogna trovare delle strategie e un linguaggio per tentare di far vedere alle persone gli scenari futuri; questa capacità di vedere parte da una accurata comprensione del momento presente”.

Scrive per noi

Federica Benedetti
Federica Benedetti
Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.