«Serve una nuova educazione che è inevitabilmente “ambientale”»

La contea sudcoreana di Jongseon (provincia di Gangwon) nel 2018 è stata sede dei PyeongChang Winter Olympic Games. Nell’ambito dell’eredità olimpica (che comporta o dovrebbe comportare uno spirito di pace e armonia) ha promosso lo Jeongseon Forum 2021, dedicato a “Our Lives in a Sustainable Environment”.

Sachs durante il suo intervento allo Jeongseon Forum 2021

Aperto da una conferenza di Jeffrey Sachs, noto economista e direttore dell’Earth Institute alla Columbia University, il convegno (quasi tutto a distanza e trasmesso su YouTube), ha visto la partecipazione anche di numerosi esperti stranieri, tra cui Mario Salomone, Segretario generale del network internazionale di educazione ambientale e, tra le altre cose, direttore di “.eco”.

Pubblichiamo la traduzione del suo intervento (con alcune integrazioni), che può essere rivisto on line su https://youtu.be/XTgXtfVFo-Y?t=16110

La transizione verso una nuova educazione (ambientale)

I paesi più ricchi hanno anche la maggiore impronta ecologica.

L’educazione è responsabile della cupidigia umana? Del saccheggio delle risorse del pianeta, di un “Overshoot day” celebrato quest’anno il 29 luglio (e nei paesi sviluppati molto prima, tra febbraio e maggio)?

Penso di no. Come ci mostrano i dati dell’Overshoot Day, sono i paesi ricchi a raggiungere prima il limite. Il problema è di stili di vita e il mondo è diviso in due.

Certamente, però, l’educazione – specialmente a partire dall’Europa del secolo XV e XVI – è stata uno strumento della lunga marcia dell’umanità verso l’Antropocene e poi – durante l’Antropocene – è stata il puntello della grande accelerazione esponenziale di ogni indicatore.

I fondamenti su cui sono stati impostati i sistemi educativi a cominciare dall’Europa del XIX secolo hanno formato menti pronte ad accettare il dominio del genere umano sulla natura così come una serie di ingiustizie e disuguaglianze.

Costruire la comunità planetaria di destino

Una diapositiva della presentazione di Mario Salomone

Più cresce negli ultimi secoli il sapere, più crescono insieme i problemi sociali e ambientali: nel secolo scorso, ad esempio, lo sterminio di ebrei, minoranze e oppositori politici da parte del regime nazista permesso da un ben oliato apparato organizzativo pensato e gestito da persone istruite e laureate, cittadini di una nazione madre di grandi filosofi, scienziati, musicisti, scrittori.

Anche il grande saccheggio di biodiversità e la terribile catastrofe climatica che incombe su un mondo impaurito e sconvolto dalla pandemia (un frutto anch’esso dei nostri errori) sono il prodotto del grande potere di trasformazione e di distruzione messo nelle mani del genere umano da stuoli di grandi scienziati, bravissimi tecnici, colti e preparati manager, politici cresciuti nelle migliori scuole e nelle migliori università.

Certamente i sistemi educativi hanno frammentato il sapere in una infinità di discipline e hanno chiuso i giovani tra le quattro mura delle loro aule dipingendo un mondo diverso dal mondo reale: su queste fondamenta è stata costruita nell’Antropocene la carbon economy. E, come denuncia il grande scrittore indiano Amitv Ghosh in “The Great Derangement”, anche gli artisti e i letterati (ovvero coloro che i giovani studiano sui banchi o cui essi insegnano nelle aule scolastiche e universitarie) sono stati complici.

Le arti e la letteratura sono complici del disastro?

«Le arti di questo tempo – è la sua domanda – saranno un giorno ricordate non per il loro audacia, né per essere state paladine della libertà, ma piuttosto per la loro complicità nel Grande Sconvolgimento?».

Egli sospetta che la rabbia di artisti e scrittori contro l’ordine ufficiale potrebbe essere, «dal punto di vista dell’Antropocene, una forma di collusione».

In effetti, afferma Ghosh, il cambiamento climatico dovrebbe essere la principale preoccupazione degli scrittori ma questo «è ben lungi dall’essere vero».

È importante per l’educazione, perché gli artisti e gli scrittori sono coloro che i giovani studiano sui banchi o che insegnano nelle aule scolastiche e universitarie.

I falsi miti dell’educazione

I sistemi educativi hanno formato le masse per una società di produzione e consumo di massa. Abbiamo avuto una esplosione di dati e di mezzi di informazione, ma queste masse sono pronte ad affollare tanto i centri commerciali quanto i campi di battaglia o a dividersi sulla base di odi religiosi o etnici.

La ricerca ha privilegiato i campi capaci di dare dominio e profitto (cercando di adattare un pianeta finito alla infinita bramosia dei pochi in grado di approfittarne) e abbiamo trascurato i campi di ricerca che potessero assicurarci una vera conoscenza della vita sul pianeta e come vivere sostenibilmente in un pianeta finito. Abbiamo molti ambiziosi, molti arrivisti, molti individualisti, molti utenti dei social media, mentre avremmo bisogno di creatori di pace, di guaritori, di ricostruttori, di sognatori, di narratori di storie, di amici.

Arrivato l’Antropocene, i sistemi educativi sono stati costruiti sulla base di una serie di principi, o, come li chiama il mio amico David Orr, di falsi “miti”.

David Orr ne sceglie sei. Tra questi io vorrei ricordare:

– che la conoscenza e la tecnologia ci permettano di gestire il sistema Terra;

– che sia possibile aggiustare ciò che abbiamo distrutto.

Operare per la transizione verso una nuova educazione

Per citare ancora David Orr, “La crisi non può essere risolta con lo stesso tipo di istruzione che ha contribuito a creare i problemi”.

Occorre operare per la transizione verso una nuova educazione. Dobbiamo essere consapevoli che siamo (o dobbiamo essere) “in transizione”.

Siamo, o dobbiamo essere, in transizione da una guerra civile permanente tra esseri umani e tra (parte degli) esseri umani e i cicli vitali di un pianeta finito in cui tutto è interconnesso verso una civiltà ecologica.

È infatti – deve essere – una transizione di civiltà, come lo sono state, in passato, la transizione dal Paleolitico al Neolitico con la sua rivoluzione dell’agricoltura e dell’allevamento, e la transizione da civiltà rurali a civiltà industriali, con la Rivoluzione industriale, l’imperialismo e il colonialismo, ovvero dall’Olocene all’Antropocene.

La transizione da un paradigma di “eccezionalismo” o “esenzionalismo” umano a un paradigma ecologico è obbligatoria, pena catastrofi gigantesche che non possiamo più definire “inimmaginabili”, ma che sono perfettamente immaginabili, descritte negli scenari dell’IPCC e di molti centri di ricerca.

Il futuro apocalittico non nasce più dalla fantasia degli autori di science fiction, ma sta scritto negli algoritmi previsionali dei modelli matematici.

Due termini da sottolineare: “paradigma” e “transizione”

Parlo di cambiamento di paradigma perché occorre passare da una idea di specie umana “eccezionale” ed “esente” dai condizionamenti dell’ambiente naturale a un paradigma “ecologico”. Cioè, basato sull’idea di finitezza del pianeta e delle sue risorse e di nostra dipendenza dall’ambiente che modifichiamo profondamente e cui siano, allo stesso tempo, strettamente connessi, ma anche sull’idea di limite delle conoscenze umane e delle pur straordinarie tecnologie di cui disponiamo. Non siamo onnipotenti: siamo fragili ed esposti all’errore.

Un secondo termine che vorrei sottolineare è “transizione”: transizione da una civiltà industriale (o – secondo alcuni studiosi – post-industriale, in cui prevale il potere “soft” dei valori, della conoscenza, della cultura di massa e dei media) a una civiltà ecologica. Questa transizione è come le precedenti (la rivoluzione dell’agricoltura, la Rivoluzione industriale) una rivoluzione, nel senso che è un cambiamento profondo in ogni campo, materiale e immateriale, della vita e delle società umane.

A differenza delle rivoluzioni precedenti (che erano rivoluzioni per così dire “inconsapevoli” ed erano il frutto di processi durati migliaia di anni nel primo caso e centinaia di anni nel caso della Rivoluzione industriale) la transizione in cui ci troviamo è:

– rapidissima (più rapida della capacità di conoscerla e documentarla con precisione e interezza);

– frutto di decisioni politiche, di orientamenti del sistema di produzione e consumo e di scelte personali dei cittadini-consumatori, che incidono così sul sistema produttivo in qualità di “prosumers”;

– caratterizzata da un ruolo enormemente maggiore dell’educazione: perché lo sbocco della transizione sia una civiltà ecologica (e non la realizzazione di una allucinante distopia che gli scenari peggiori fanno presagire), la transizione ha bisogno di un sistema educativo adeguato, che deve dunque essere (come in effetti è) anch’esso “in transizione”.

Quali modelli formativi

È dunque possibile affermare che:

  1. I modelli formativi dovranno sempre più orientarsi su competenze trasversali e dialogo/contaminazione tra linguaggi disciplinari diversi, superando ad esempio l’attuale compartimentazione.
  2. I modelli formativi dovranno tenere conto delle caratteristiche attuali dell’apprendimento, che oltre a essere LLL (“lifelong learning”) è anche “life wide”, in contesti di apprendimento ibridi, che configurano la necessità di un approccio transdisciplinare multi-stakeholder.
  3. L’apprendimento coinvolge gruppi sociali diversi, prospettive, ecc., anche in luoghi non convenzionali (spesso al di fuori dei tradizionali confini istituzionali).
  4. La transizione ecologica richiede: sviluppare relazioni interdisciplinari persone-società-ambiente, affrontare i problemi su scala locale e globale, accettare e considerare l’incertezza delle soluzioni o decisioni possibili, con conseguenze di tipo epistemologico, metodologico e valoriale.
  5. I modelli formativi dovranno dunque avere una ispirazione comune e attraversare i già permeabili confini tra educazione formale, non formale e informale.
  6. Se ne deduce, come già accennato, che l’impegno multi-stakeholder coinvolge non solo gli attori delle istituzioni pubbliche e private deputate all’istruzione e formazione, ma anche le amministrazioni pubbliche, le imprese, le organizzazioni della società civile, le comunità locali, sia come fruitrici dei modelli formativi sia come fornitrici di conoscenza e di esperienza.

Serve, insomma, una nuova educazione che è inevitabilmente “ambientale”, perché ha al centro il rapporto e la reciproca influenza tra una specie prolifica e invadente, la specie umana, e una Natura cui il genere umano appartiene e da cui dipende, con il suo intreccio complesso di fattori biotici e abiotici.

L’educazione ambientale lavora per “scuole verdi”

Ne successivo dibattito, il moderatore ha osservato «Lei ha sottolineato l’importanza della transizione verso l’educazione ambientale, e ritengo anche che sia necessario coltivare la capacità di insegnare sull’ambiente. Le scuole dovrebbero essere trasformate in scuole intelligenti e verdi», e ha chiesto: «Cambiare le scuole in scuole intelligenti e verdi non farebbe parte anche dell’educazione ambientale? Che ne pensa?». Questa la risposta di Mario Salomone:

La ringrazio molto per la domanda.

Sono assolutamente d’accordo. Secondo gli orientamenti dell’UNESCO, ad esempio, abbiamo bisogno di un approccio istituzionale integrale.

E, secondo il mio collega Stephen Sterling, l’istruzione deve essere un’istruzione sostenibile, cioè un’istruzione coerente quanto a obiettivi, contenuti, gestione, eccetera. Anche in Corea, ad esempio, ci sono delle migliori pratiche: le eco-scuole proposte dalla FEE.

La copertina di La Mia Scuola Verde. Scaricabile gratuitamente da shop.weecnetwork.it

Vorrei anche citare il mio amico Takur S Powdyel, ex ministro dell’istruzione del Regno del Bhutan, il regno che, come sapete, ha adottato come criterio guida di governo la felicità nazionale. Nel suo affascinante libro intitolato My Green School (tradotto in molte lingue, dal tedesco al giapponese) ha parlato di scuole e università verdi grazie a una “verdità” totale: naturale, sociale, culturale, intellettuale, accademica, estetica, ecologica e morale.

È un verde di tutti gli aspetti materiali e immateriali: programmi, valori, architettura, organizzazione, eccetera. In altre parole, abbiamo bisogno di scuole e università più verdi, di più istruzione all’aperto, di più relazioni tra interno ed esterno, tra istruzione e crisi globale che stiamo affrontando, tra istruzione e società civile e stakeholders.

I sistemi educativi, insomma, devono essere coerenti con il messaggio.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

MARIO SALOMONE

Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

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