Transizione verde: qual è la vera ideologia da evitare
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L’approccio ideologico da evitare nella transizione verde è l’ideologia liberista, che pone il profitto al vertice dei comportamenti produttivi ed è fondata sul dogma di fede della crescita: la sostenibilità ambientale è, nel migliore dei casi, uno degli obiettivi tra i tanti, nel peggiore dei casi, un ostacolo.
Nell’intervento alla Cop 28 la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha affermato che l’orientamento ottimale per affrontare la transizione verde è quella di “una transizione ecologica, non ideologica.”

In effetti, il mondo attuale, il mondo del cambiamento climatico, è pervaso da una ben precisa ideologia, quella liberista, fondata sul dogma di fede della “crescita economica”. “Ideologia”, secondo Marx, come secondo Pareto, è falsa coscienza, è percezione distorta della realtà. Grazie alla percezione distorta della realtà si ignora che il cambiamento climatico è il prodotto finale dell’economia capitalistica (sia nella forma di capitalismo oligopolistico, sia nella forma del capitalismo di Stato – Usa e Cina, per fare due esempi concreti).
Che cosa significa, dunque, “pragmaticamente”, uscire dall’ideologia? Significa regolare la produzione, a livello nazionale e a livello globale, attraverso organismi sovranazionali, secondo le esigenze della biosfera – che non coincidono con le esigenze di quei pochissimi – secondo Bauman e Stiglitz – che monopolizzano la ricchezza mondiale e influiscono in modo decisivo sugli investimenti produttivi e sulle modalità delle produzioni.
Investire di più nelle energie rinnovabili
La linea tracciata dalla presidente del Consiglio parte dal criterio secondo cui “la sostenibilità climatica deve camminare assieme alla sostenibilità sociale e alla sostenibilità economica, altrimenti ci porta dritti alla deindustrializzazione.” Sennonché il problema di fondo è direzionare gli investimenti negli ambiti di ricerca sulle energie rinnovabili; problema arduo, perché la ‘folla’ di investimenti diretti esteri non rende agevole scegliere e, men che meno, obbligare a investire in un settore piuttosto che in un altro. Se è vero che la sostenibilità climatica e sostenibilità sociale devono procedere “assieme”, è vero anche che il modo per farle procedere “assieme” è investire di più nelle energie rinnovabili (non a caso l’Unione Europea, in due anni destinerà, secondo una recente dichiarazione di Ursula von der Layen, 2,3 miliardi di euro all’energia pulita).
Quale “criterio aggiuntivo”, sul piano operativo, la presidente del Consiglio italiano ha insistito sulla “neutralità tecnologica”; un criterio che, ovviamente, non farà dimenticare che gli investimenti nelle tecnologie non sono “neutrali” o al di sopra delle parti – e lo dimostrano le resistenze dei produttori e commercianti in petrolio e derivati di fronte a ogni prospettiva di limitare l’uso delle fonti energetiche fossili. Fin dalla Seconda Rivoluzione industriale il petrolio è stato protagonista dell’economia capitalistica, occidentale, poi medio-orientale e russa.
Poteri sovranazionali in campo contro la transizione
Un plesso di interessi tramandato di generazione in generazione ha creato un potere sovranazionale forte.
Se lo sviluppo della ricerca e della tecnologia in materia di bio-carburanti, ad esempio, fino a non molto tempo fa non è stato incoraggiato, soprattutto nel nostro paese, questo si deve, in larga parte, alla subalternità italiana alle lobbies delle fonti energetiche fossili. Non è da molto tempo, infatti, che l’Italia sta tentando di sostituire la produzione di energia elettrica attraverso il carbone con l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Il know-how potrebbe, secondo la premier italiana, essere esportato in Africa, contribuendo a stimolare uno sviluppo sostenibile nel continente.
I lineamenti generali del messaggio della premier italiana urtano, di fatto, contro le barriere dell’economia capitalista e del suo riflesso ideologico liberista. Quest’ultimo pone il profitto al vertice dei comportamenti produttivi; la sostenibilità ambientale è, nel migliore dei casi, uno degli obiettivi tra i tanti, nel peggiore dei casi, un ostacolo. Sino a che i grandi istituti di credito (confortati dalle società di rating) non direzioneranno gli investimenti sulle energie rinnovabili, l’economia capitalistica, così com’essa si configura attualmente, resterà nemica del clima e dell’ambiente e, quindi, della società. Si tratta di vedere nella tutela ambientale una fonte di ricchezza non solo monetaria: la crisi climatica, infatti, incentiva i flussi migratori che impoveriscono i territori di partenza andando ad arricchire l’esercito di riserva (già esuberante) della forza-lavoro nei paesi industrializzati, aumenta la precarietà delle condizioni di esistenza di numerosi popoli distruggendone o menomandone l’habitat; non solo: ma influisce anche sulle debolezze create dal dissesto idrogeologico in un certo numero di paesi industrializzati (come l’Italia).
Con il fuoco non si può patteggiare
La presidente del Consiglio, nel suo intervento, prende le distanze da ogni estremismo. Se è prudente non assumere atteggiamenti estremistici, sarebbe sconcertante, però l’atteggiamento di chi, a esempio, di fronte a un incendio, non volesse ricorrere all’”estremismo” dell’uso dell’acqua. Con il fuoco non si può patteggiare e, ora, come ci ha ricordato Naomi Klein, il mondo è in fiamme. Per intervenire occorre incidere sulle radici economiche del cambiamento climatico, praticando non tanto la decrescita, quanto la limitazione della crescita, l’adeguamento delle strutture produttive ai limiti della crescita.
Viene fatto di pensare alla nozione platonica di “ordine” (nel dialogo Filebo), “ordine” come limite e alla nozione presocratica, ma non estranea a Platone, di physis come luogo in cui dimorare, non come luogo da egemonizzare distruggendolo. L’ideologia capitalistica ha, concettualmente, un altro luogo di origine: l’attrazione per l’infinito (come ricordava, a suo tempo il sociologo ed economista tedesco Werner Sombart). Così il bello (l’ordine) viene posposto al sublime (l’infinito dinamico), secondo la contrapposizione delineata da Immanuel Kant nelle Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime del 1764), la misura viene posposta allo smisurato.
Faust, nume tutelare dell’autodistruzione
Non si tratta di disquisizioni filosofiche o ideologiche; e quand’anche lo fossero, “sono gli uomini, i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc., ma gli uomini reali, operanti, così come sono condizionati da un determinato sviluppo delle loro forze produttive e dalle relazioni che vi corrispondono fino alle loro formazioni più estese” (Karl Marx-Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, 1845-1846, cap. I).
Il sentimento del bello e il sentimento del sublime sono storicamente determinati: il sentimento del bello è preindustriale, il sentimento del sublime è industriale; se Prometeo è il nume tutelare della prima epoca, Faust è il nume tutelare della seconda. Se Prometeo finisce incatenato su una rupe nel Caucaso dal potere tirannico di Zeus, Faust è inghiottito dall’Inferno. Prometeo è “il primo santo e martire nel calendario filosofico”, come ha scritto Marx nella sua tesi di laurea del 1841 e il nume tutelare del progresso nei limiti della physis, della natura (si veda Eschilo, Prometeo incatenato); Faust, invece, è il nume tutelare dell’autodistruzione.
Respingiamo l’estremismo, certo.
Ma c’è una “via di mezzo” fra Prometeo e Faust, oggi?
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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