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Una comunità (europea) fondata su valori

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 6 minuti

Una comunità (europea) fondata su valori

Unione Europea: identità comune e istituzioni liberaldemocratiche. Nel continente più bellicoso, forse, dell’intero mondo e nel luogo in cui i diritti dell’uomo sono stati più scientificamente violati, la storia dell’integrazione europea è stata storia dell’affermazione della pace e dei diritti. Ma la pandemia ha mostrato le criticità istituzionali, di identità e di reagire a una situazione emergenziale.

Le democrazie occidentali sono colpite da una “crisi neo-oligarchica”. Occorrerebbe il coraggio di dare reali poteri al parlamento europeo. E una “demopedia”, ovvero percorsi formativi dell’opinione pubblica affidata a una rete di soggetti che pensino politicamente l’ambientalismo e la sostenibilità sociale come temi di base per l’Unione Europea.

La storia dell’integrazione europea è stata storia dell’affermazione della pace e dei diritti nel continente più bellicoso, forse, dell’intero mondo e nel luogo in cui i diritti dell’uomo sono stati più scientificamente violati (la scienza dello sterminio nel sistema concentrazionario nazionalsocialista), una storia che abbraccia settant’anni. Una storia che, nell’ultimo decennio, ha evidenziato criticità. Da ultimo, la pandemia da Covid-19 è la cartina di tornasole delle criticità dell’Unione Europea: criticità istituzionali e criticità di identità e, nel complesso, capacità di reagire a una situazione emergenziale.

Così, il 18 dicembre scorso Corrado Malandrino, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso l’Università del Piemonte Orientale (e autore del recente volume L’idea di Europa. Storie e prospettive, Roma, Carocci, 2020, scritto in collaborazione con Stefano Quirico, ricercatore di Storia delle Dottrine Politiche all’Università del Piemonte Orientale), ha sintetizzato, nel corso della sua Lectio magistralis la situazione dell’Unione Europea.

A discutere la sua lectio, Claudio Palazzolo (Università di Pisa e presidente della Associazione degli Storici delle Dottrine Politiche) e Umberto Morelli (Università di Torino e Coordinatore del Centro di Eccellenza Jean Monnet), introdotti da Serena Quattrocolo (Università del Piemonte Orientale e direttrice del DIGSPES di Alessandria).

Il brutto compromesso con l’Ungheria e la Polonia evidenzia le debolezze dalla UE

Le debolezze dell’Unione politica sono state evidenziate, inoltre, dal modo in cui è stato realizzato il compromesso con l’Ungheria e la Polonia nel Consiglio Europeo del 10-11 dicembre scorso: un compromesso al ribasso su una questione di vitale importanza, il rispetto dei principi dello Stato di diritto. Ma il compromesso al ribasso deriva necessariamente dagli attuali meccanismi decisionali dell’Europa. Le istituzioni politiche, il cui cuore sono i meccanismi decisionali, la produzione di leggi, sono sempre espressione di una cultura ben precisa che implica una “scelta delle tradizioni” in quello che è il vissuto secolare del nostro continente. Nata dagli esiti della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa vuole essere la continuazione di un processo che va dall’Umanesimo e dal Rinascimento, all’illuminismo, alla liberal-democrazia orientata in senso social-democratico (con una ricca tradizione nello sviluppo delle economie del Welfare). In fondo, questo è il senso della ben nota dichiarazione del Parlamento Europeo del settembre 2019 sulla perfetta equivalenza di tutte le forme di totalitarismo. Dichiarazione che evidenzia quello che l’Unione Europea non vuole essere, ma che lascia piuttosto nel vago quello che l’Unione Europea vuole essere.

L’essere e il dover essere della UE

Nel corso della sua lucidissima lezione, Malandrino indica il “dover essere” dell’Unione: una comunità fondata su valori ben precisi. Che abbisognano di una “testa” politica. Potenza civile, forza gentile, tutela della pace nel mondo, fulcro di politiche ecologiche: eppure, l’efficacia pratica dell’Unione Europea nello scenario delle relazioni internazionali non è superiore a quella di altre organizzazioni internazionali (come l’ONU).

Per consolidare politicamente la propria identità, l’Unione non potrà, di certo, ricalcare il percorso delle identità nazionali, ma dovrà rafforzare – sulla linea di quanto sostenuto da Federico Chabod e da Carlo Curcio – l’eredità storica greco-romana, ebraico-cristiana vista nella luce del Rinascimento e dell’Illuminismo, come a dire: l’Ulisse dantesco e il Faust goethiano nei limiti fissati da Immanuel Kant. Se Wyler ha sottolineato la necessità di mettere da parte il laicismo esasperato, Pietro Rossi ha richiamato l’attenzione sulla necessità di richiamare alla mente e alle volontà il laicismo tollerante di un Locke – oltre che dello stesso Kant. Todorov ha voluto sottolineare l’importanza del messaggio cristiano per delineare una cultura continentale improntata alla libertà e all’uguaglianza e rispettosa delle peculiarità individuali e animata dal rifiuto, tuttavia, di imporre con la spada i valori cristiani.

Solidarismo, democrazia, diritti eco-ambientali

Dunque: un’Europa tranquilla al proprio interno e nelle contese mondiali. Ma questo implica sia il richiamo alla visione solidaristica delle politiche sociali (Etienne Balibar), sia la visione etica e politica della democrazia (Norberto Bobbio), sia il richiamo, animato, di recente, da un nuovo vigore, ai diritti eco-ambientali. Una simile visione è, per sua natura cosmopolitica e determina una inclinazione a creare, nel mondo un sistema di pace stabile e un sistema di tutela dell’ambiente per le future generazioni del mondo. L’immagine stessa della democrazia ne esce trasformata: tagliata, originariamente sullo Stato-Nazione, la democrazia, radicalizzandosi rischia di assumere la sostanza della demagogia i cui esiti sono totalitari. Come monito di questa deriva, occorrerebbe indicare in Auschwitz la capitale morale dell’Europa, monito di una barbarie afferma Malandrino che non dovrà più ritornare, ma che potrebbe ritornare con la deriva demagogica delle democrazie.

Quale patriottismo per l’Unione Europea? Come l’Europa può essere una patria da amare? Il patriottismo europeo è una realtà in progress, da costruire, da realizzare, come disse Renan a proposito della nazione, giorno per giorno; l’opposto di un ‘dato naturale’, ma una creazione. Una creazione che richiede il superamento delle rinascenti ideologie nazionaliste; un patriottismo costituzionale, come ha sostenuto Habermas, ma anche una realtà vissuta da un numero crescente di giovani attraverso l’Erasmus.

Il rischio di una dittatura digitale

Su piano più propriamente istituzionale, Malandrino richiama l’attenzione sulla “crisi neo-oligarchica” delle democrazie occidentali. Vasti i riferimenti alle vedute di Sartori, Dahl, Harari in merito alla crisi delle democrazie liberali, alla luce di una domanda: come democratizzare la vita internazionale (internazionale è anche la vita dell’Unione), anche alla luce del rischio, denunciato dallo scrittore Alessandro Baricco, di una dittatura digitale.

E sul piano istituzionale, il funzionalismo che ha retto fino a ora la storia dell’integrazione europea non ha portato, per effetto spillover, come auspicato, alla integrazione politica, ma ha lasciato intatto il metodo intergovernativo nelle decisioni più importanti dell’Unione. L’esigenza fondamentale è l’integrazione politica nelle questioni internazionali, unica possibilità per determinare decisioni continentali: debiti sovrani, difesa dell’ambiente, flussi migratori, politica estera di difesa e di sicurezza, minacce populistiche, disoccupazione (soprattutto giovanile).

Occorre un maggiore aggancio alla solidarietà sociale (come emerso dalle ricerche economiche sulla solidarietà dell’economista T. Piketty). Il che richiederà innanzitutto una riforma del bilancio con una fiscalità europea, un’autentica riforma della finanza pubblica europea e un aumento delle risorse proprie dell’Unione; un Ministero europeo delle Finanze responsabile di fronte al Parlamento Europeo. Si tratterebbe di un ordinamento adeguato a fronteggiare l’emergenza climatica e l’emergenza umanitaria costituita dai flussi migratori. Viene prefigurato, qui, l’embrione di un governo europeo federale.

Elementi federali senza controllo democratico

Attualmente, l’Unione Europea è un ibrido: ha già elementi federali (la moneta unica), una stretta integrazione economica, ma le manca il controllo politico democratico delle decisioni che dovrebbe essere affidato a un parlamento continentale. Attualmente, è il Consiglio Europeo che governa l’Unione e soltanto parzialmente il suo governo è garantito dalla Commissione, organo, diremmo noi, dell’opinione pubblica europea sul piano della competenza tecnica, su un piano di cooperazione con il Parlamento Europeo (piano evidente nella Procedura di Legislazione Ordinaria).

La domanda fondamentale che Malandrino pone è questa: “Sarà possibile operare la trasformazione auspicata dell’Unione Europea soltanto attraverso la modifica dei Trattati attualmente vigenti, oppure occorreranno nuovi Trattati?”.

Nell’Unione Europea c’è già un demos, ma non c’è una politica comune dei cittadini dell’Unione Europea. Il Parlamento Europeo non è ancora pienamente politico. Occorre, come avrebbe detto Walter Hallstein, un “atto di coraggio”. Ma un atto di coraggio richiede statisti in grado di compierlo. In grado di affermare e realizzare un parlamento europeo dotato del potere della fiducia nei confronti del governo continentale. Attualmente nei ventisette Stati membri non si riscontrano le condizioni politiche per una simile svolta; tuttavia, una simile svolta potrebbe essere portata avanti da un gruppo ristretto di Stati per allargarsi, poi, agli altri Stati membri. Si tratterebbe di un processo costituente, ma con quali protagonisti, e con quali basi di legittimità? Quella che sembra mancare è una “classe politica” europea. Ma, come si è chiesto il prof. Palazzolo, “Come implementare l’europeismo?”.

La minaccia del populismo

Assistiamo, invece, a una crescia del populismo persino all’interno di forze politiche dichiaratamente europeiste. Il populismo che minaccia l’Europa dei diritti prende ossigeno dagli esisti paradossali della globalizzazione che hanno aumentato le disuguaglianze di classe con effetti divisivi nei rapporti fra i cittadini e con un deficit vistoso nella solidarietà sociale e chiusure anti-umanitarie di fronte al dramma dei flussi migratori; i politici, anziché guidare l’opinione pubblica, si fanno guidare da essa, le élites cercano prevalentemente il consenso di massa, e finiscono per ripetere nei social quello che “diciamo al bar tutti i giorni”. Si potrebbe parlare di abdicazione delle élites, potremmo aggiungere. E, in queste condizioni, aggiunge Umberto Morelli, l’identità come sintesi fra il presente e la scelta del passato europeo si presenta particolarmente ardua, soprattutto si si guarda a un’opinione pubblica culturalmente sempre più apatica di fronte ai grandi richiami della storia (deficit dei percorsi formativi dell’opinione pubblica).

Riprendendo un’espressione che lo storico francese Daniel Halévy aveva tratto, all’epoca del caso Dreyfus, da Pierre-Joseph Proudhon, abbiamo bisogno di demopedia quale fondamento della democrazia, ma se anteporremo la ricerca del consenso allo sforzo demopedico, otterremo soltanto una democrazia demagogica e liberticida. A quel tempo, erano state potenziate, su base volontaria, le “Università popolari”, in Francia e, di lì a poco, in Austria, le istituzioni di formazione popolare per iniziativa di Otto Neurath.

Oggi quale potrebbe essere il palladio della diffusione di una cultura europea volta a creare un ordinamento continentale liberal-democratico, sostenibile sul piano ambientale e sociale, se non l’università pubblica, coadiuvata da think tank che pensino politicamente l’ambientalismo e la sostenibilità sociale come temi di base per l’Unione Europea soprattutto in questo drammatico momento segnato dalla pandemia e li offrano a una classe politica in formazione?