A come ambiente, D come disuguaglianza sociale

Tiziana C. Carena

Un ambiente uguale in senso lato per togliere le disuguaglianze. Un ambiente sano, a misura, un ambiente sicuro, non per molti, ma per tutti. È utopia? In senso relativo, non assoluto. Sono possibili, cioè, politiche ambientali in grado di tutelare l’ambiente a vantaggio dell’essere umano. Perché siano anche attuate e non soltanto possibili, occorre un impegno politico. L’aggettivo “politico” rinvia a un potere da usare a vantaggio delle politiche ambientali; tradizionalmente tale potere può risiedere o in partiti che si muovono all’interno del quadro istituzionale o in movimenti di opinione che si muovono parallelamente alle istituzioni, ma non necessariamente al loro interno. Non esiste, al momento, una forza politica istituzionale “pesante”’; esiste, invece, un vasto movimento di opinione, transnazionale, che si propone obiettivi di tutela ambientale.

La concorrenza distrugge l’ambiente

Tuttavia, è innegabile che il disastro ambientale sia conseguenza non di un generico rapporto uomo-ambiente, ma del rapporto capitalistico con l’ambiente; il che significa che non è sufficiente che ciascuno di noi cambi le proprie abitudini di consumo e di smaltimento dei rifiuti; il degrado ambientale soltanto in parte è dovuto all’incultura ecologica di ciascuno di noi; l’altra parte si deve a una struttura produttiva che deve produrre sempre di più, a costi sempre più bassi (più competitivi) e quindi poco attenta alla tutela ambientale (che è costosa). Non è un caso che i paesi più competitivi, in fatto di produzione, siano anche i paesi più inquinanti e meno rispettosi dei diritti dei lavoratori.
La concorrenza distrugge l’ambiente. Essa è legata soprattutto all’idea che un’economia sana debba necessariamente “crescere”; nell’idea di crescita economica non è implicita l’idea del rispetto dell’ambiente; perché l’idea della crescita del profitto nasce non nel contesto produttivo, ma nella sua traduzione finanziaria. Quando si tratta di denaro che crea altro denaro, la scala di misurazione è aritmetica e, quindi, virtualmente infinita; la scala dei profitti è, quindi, infinita. Tuttavia, siccome si tratta di produrre beni che vanno usati da soggetti di numero finito, si produce un corto circuito: l’apparato economico deve crescere a qualsiasi costo, umano e/o ambientale, non importa se al di sopra o contro i bisogni reali. Come ci viene spiegato «ciò si traduce in un’ideologia della crescita (“la crescita è buona”) indipendentemente dalle sue conseguenze ambientali, umane o geopolitiche» (D. Harvey, Geografia del dominio. Capitalismo e produzione dello spazio, Verona, Ombre Corte, 2018, p. 48).

Disuguaglianze sociali e ambientali

L’ultimo libro di Mario Salomone, direttore della nostra rivista, analizza il rapporto tra disuguaglianze sociali e ambientali: “Giustizia sociale e ambientale“, Doppiavoce, Napoli.

Le conseguenze del disastro ecologico non si abbattono in maniera uguale su tutte le parti del mondo; esse tendono a pesare di più, ovviamente, là dove esistono minori infrastrutture in grado di fronteggiare crisi alimentari o crisi sanitarie, là dove la mancanza di un antibiotico, impensabile nelle contrade del Nord industrializzato del mondo, può fare la differenza. Le disuguaglianze sociali, le disuguaglianze di sviluppo economico, si intrecciano con i disastri ambientali uscendo, da questo intreccio, moltiplicate e intensificate. Il peso che in merito riescono ad avere le organizzazioni internazionali è scarso, mancando mezzi di sanzione dei comportamenti non virtuosi sul piano internazionale.
In questo quadro si constata che le disuguaglianze sociali sono aumentate nell’ultimo ventennio anche grazie all’impatto che su di esse ha avuto il disastro ambientale.

Disastri bellici e migrazioni

Oltre ai disastri ambientali, ci sono i disastri bellici a essere all’origine di una considerevole parte dei flussi migratori verso l’Europa dal Sud del mondo. Secondo i dati riferiti da Cristina Cattaneo (professore ordinario di Medicina legale presso l’Università degli Studi di Milano e direttrice del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense, nato nel 1995, che si propone di stabilire l’identità di cadaveri e di resti umani di sconosciuti): «Dal 2001 hanno perso la vita oltre trentamila persone: migranti che cercano di fuggire dai loro paesi di origine. Se ci si focalizza sugli ultimi tre anni e mezzo, i dati dell’Organizzazione Mondiale della Migrazione (International Organization for Migration, IOM) ci dicono che, nel 2015, ne sono morti 6303; nel 2016, 8070; nel 2017, 6163 e, finora, nei primi dieci mesi del 2018, 2900. Mettendo meglio a fuoco la situazione, questi morti sono perlopiù localizzati nel Mediterraneo (3782 per il 2015; 5143 nel 2016; 3139 nel 2017 e 1839 fino a ottobre 2018).

Nella stessa collana di “Giustizia sociale e ambientale” Valerio Calzolaio approfondisce caratteristiche e aspetti delle migrazioni.

Mettendo ancora più a fuoco lo scenario si vede che, fino al 2018, di tutti i morti nel Mediterraneo, oltre il cinquanta per cento è stato preso in carico dall’Italia. Nel 2017 gli arrivi dei migranti vivi, da noi, sono stati 117.654; i morti 2800» (C. Cattaneo, Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, Milano, Cortina, 2018, pp. 40-41).

Morti senza nome

Ricostruzioni anatomiche

La metà dei morti non è stata identificata. Nella trasmissione televisiva (Rai 3) “I dieci comandamenti” Domenico Jannacone ha intervistato Cristina Cattaneo che ha parlato dell’importanza in generale del restituire un nome ai resti mortali, perché eventuali parenti possano “elaborare il lutto” (cosa impossibile a farsi senza la consapevolezza della morte del proprio congiunto). Tuttavia, quanti parenti di vittime del Mediterraneo potranno mai elaborare il lutto con la consapevolezza che il loro caro è morto? Non sono infrequenti i casi in cui i resti rimangono senza nome.
Sia i disastri ambientali, sia le guerre (al cui scoppio le potenze occidentali non sono estranee) hanno portato morte e migrazioni sancendo in modo drastico la disuguaglianza dei destini umani. Adoperarsi per “politiche ambientali sostenibili” implica, come si vede, non soltanto la coscienza ecologica in senso stretto, ma la coscienza sociale e politica in grado di opporsi con la forza dell’intelligenza e della formazione alle scelte insostenibili che maturano sul terreno economico, politico e sociale e che modificano in modo perverso l’habitat umano: natura e “seconda natura” (rapporti sociali e politici).

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

TIZIANA CARENA

Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

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