Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo

L’XI edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo offre un panorama aggiornato sulla crisi globale e la situazione dei diritti umani. Nonostante tutto, “uno strumento di grande ottimismo”, dice il direttore Raffaele Crocco, perché le conoscenze che oggi abbiamo ci permettono di batterci per la pace, in una  intervista sul volume e sul progetto da cui è nato, che ha nelle scuole un valido interlocutore.

Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo: ne parliamo con Raffaele CroccoGiunto alla sua XI edizione, l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo è un volume di fondamentale importanza dove, in modo molto sistemico e ordinato, vengono spiegati i conflitti e le loro motivazioni seguendo un ordine geografico, che impedisce la creazione di una gerarchia di importanza. Alla cartina di ogni nazione dove è in corso un conflitto sono affiancate delle tabelle con i dati da conoscere per approcciarsi alla situazione di un paese, un quadro informativo generale e dei box di approfondimento su personaggi di spicco o sul patrimonio culturale del posto in questione.

All’inizio del volume, inoltre, si trovano dei saggi di approfondimento riguardanti le questioni che più hanno turbato l’ordine mondiale nei mesi precedenti all’uscita del volume, mentre alla fine, oltre ad alcuni altri testi di approfondimento, si trovano delle mappe e l’elenco delle fonti utilizzate per il lavoro, ovvero gli Organismi internazionali e le istituzioni ma anche le Organizzazioni Non Governative, i giornali e gli istituti di ricerca.

Capire le cause delle guerre

Per capire meglio come sia nato il progetto e con quale chiave di lettura sia opportuno approcciarvisi abbiamo fatto alcune domande a Raffaele Crocco, fondatore e direttore responsabile dell’Atlante.

Come è nato l’Atlante e con quali obiettivi?

L’Atlante è nato come progetto legato al libro, e poi è cresciuto, è diventato due siti, mostre, attività didattiche. È diventato un progetto molto più corposo, ma originariamente è nato nel 2008, la prima uscita è stata nel 2009, ed è un progetto che avevo nella testa da un po’ di tempo perché ogni volta che partivo per andare a raccontare qualcosa che capitava nel mondo mi mancava proprio un appoggio, un luogo dove andare a cercare le notizie di base per capire la ragione per cui in un dato luogo nel mondo potesse accadere qualcosa, una guerra, uno scontro, un conflitto in un dato momento. Questo nasceva ovviamente da una serie di esperienze mie professionali anche precedenti: prima lavoravo come inviato, poi sono stato uno dei fondatori di Peace Reporter, quindi di una delle prime riviste online che si occupavano di queste cose.

Nel 2008 ho trovato un gruppo di lavoro, sono riuscito parlando con alcuni colleghi, alcuni ricercatori, alcuni operatori del sociale a capire che c’era interesse rispetto a questa operazione, così è nata lidea di creare l’Atlante facendolo gestire a un’associazione per uscire dalla logica dell’editoria tradizionale.  È l’associazione 46° Parallelo che ancora oggi è editrice di tutto questo, e così ci siamo messi insieme, un po’ di giornalisti, un po’ di operatori, e abbiamo fatto nascere questo libro e poi questo progetto.

Creare interesse soprattutto nei ragazzi

L’obiettivo da subito è stato quello di creare un volume molto rigoroso dal punto di vista della struttura e della scrittura, e in questo l’Atlante aiuta molto perché richiede rigore. Non c’è niente da fare: richiede rigore per la gestione degli spazi, e quindi per l’uso delle parole, e contemporaneamente è anche un libro, un prodotto facilmente accessibile e in grado di creare interesse soprattutto nei ragazzi, cosa che devo dire ha funzionato. Noi lavoriamo moltissimo nelle scuole, quindi il nostro target di inserimento anche oggi rimangono i ragazzi, gli studenti.

 

Nelle società dove ancora c’è margine d’azione in favore dei diritti umani, secondo lei è più l’indifferenza o il senso di impotenza che impedisce un’azione per sensibilizzarsi o attivarsi?

Nelle situazioni ad esempio come la nostra, nelle democrazie occidentali, in Europa, in realtà sta crescendo una forma di non conoscenza del diritto, creata, costruita appositamente perché i diritti umani sono credo la cosa più rivoluzionaria dell’ultimo secolo, forse della storia dell’umanità, nel senso che la consapevolezza di avere diritti in quanto esseri umani e non perché qualcuno ce li concede, uno stato, un dio, una religione, un re o un imperatore, avere dei diritti perché siamo vivi, perché esistiamo, è una cosa di una forza assolutamente dirompente, ed è assolutamente rivoluzionaria perché nessuno può teoricamente metterci sotto ricatto, se davvero capiamo la forza di questi diritti. Allora è chiaro che una volta emersi, venuti fuori c’è stata anche immediatamente un’operazione di abbassamento del livello, nel senso di tenerli un po’ quieti, non farli conoscere.

Insegnare i diritti umani

Io mi domando ad esempio perché i diritti umani non vengano insegnati nelle scuole: dovrebbero essere, insieme alla Costituzione Italiana o anche di più, l’elemento base su cui ogni cittadino e ogni cittadina di questo pianeta si forma. Questo per quanto riguarda i paesi democratici. Ancora oggi le democrazie tutte sono realtà rigide che funzionano in verticale e non in orizzontale, e quindi i diritti umani vanno tenuti in considerazione ma non più di tanto, non vanno raccontati più di tanto. Va creata anche una certa disaffezione rispetto ai diritti umani, vengono considerati impossibili da realizzare.

Nelle società invece dove ci sono regimi più autoritari e dittatoriali i diritti umani non vengono proprio concepiti e insegnati e resi quotidianità per la popolazione. Diventano quindi delle conquiste difficili laddove la popolazione si rende conto che ci sono strumenti per reagire alle dittature o alle disuguaglianze. Ma a quel punto usciamo anche dall’idea di diritto umano in quanto tale, ma diventano diritti da conquistare, a differenza di quello che dovrebbe essere il diritto umano. Il diritto umano non è una conquista, è una cosa che appartiene a ognuno di noi. Ed è questa consapevolezza, dovrebbe essere questa consapevolezza, la forza stessa del diritto.

Sfogliare l’Atlante significa un po’ scegliere di vivere con una diversa forma di consapevolezza, ma è una consapevolezza spesso dolorosa. Se non usata saggiamente rischia di alimentare un senso di impotenza. Secondo lei qual è la giusta chiave di lettura perché questa consapevolezza alimenti un approccio all’attualità attivo e propositivo, come va letto questo Atlante perché frutti?

Va letto come uno strumento di grande ottimismo, in realtà. Noi dobbiamo essere consapevoli che comunque con tutte le contraddizioni, tutte le difficoltà, tutte le tragedie che ci sono in corso noi viviamo nel momento migliore della storia dell’umanità. Abbiamo gli strumenti per capire cosa succede, per intervenire, abbiamo conoscenze tecnologiche, scientifiche, informatiche, filosofiche, culturali per poter davvero migliorare, cambiare il mondo. E oggi noi sappiamo esattamente ad esempio qual è il percorso che dovremmo fare per costruire delle paci che durano, che sono davvero serie. Noi sappiamo esattamente cosa potremmo fare per costruire quello che in modo molto romantico però molto efficace viene chiamato un mondo migliore. E noi sappiamo anche con assoluta certezza, o almeno una gran parte del pianeta sa con assoluta certezza, che tutto questo al di là delle questioni morali, religiose e filosofiche è banalmente conveniente: conviene a tutti.

Dobbiamo essere ottimisti

Abbiamo delle conoscenze che cent’anni fa non avevamo, ma non le avevamo nemmeno qui nei paesi dove stiamo meglio, per capirci. E questo deve renderci comunque paradossalmente molto più ottimisti di quanto eravamo cinquant’anni fa. Cinquant’anni fa quando scendevamo in piazza per chiedere la pace la cosa che chiedevamo in realtà era la fine del riarmo nucleare e tregue, la fine dei combattimenti. Oggi noi se scendiamo in piazza lo facciamo per chiedere la pace, e sappiamo che scendiamo in piazza per chiedere un cambiamento, per chiedere la creazione di un altro sistema politico e di relazioni. E allora io credo che l’Atlante debba essere uno strumento per renderci conto delle cose che non vanno, che sono ancora tante, ma anche per renderci conto che abbiamo degli strumenti per poter finalmente cambiare. E questo ci deve rendere ottimisti, assolutamente.

Per approfondire

L’Atlante è acquistabile online sul sito dell’editore Terra Nuova, oppure si può ordinare in libreria. Per approfondire ulteriormente, è possibile consultare sia la versione italiana del sito che quella inglese, mentre per restare sempre informati sui dati più recenti relativi alle spese militari è  auspicabile consultare regolarmente i database di SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute).

Scrive per noi

Chiara Pedrocchi
Laureata in triennale in Lettere Moderne all’Università di Siena e in magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo e VeganOK, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.

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Laureata in triennale in Lettere Moderne all’Università di Siena e in magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo e VeganOK, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.

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