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Colonialismo, oppio dei popoli

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 10 minuti

Colonialismo, oppio dei popoli
L’impero coloniale britannico è il primo narcostato della storia. Amitav Ghosh in “Fumo e ceneri” racconta come la ricchezza dell’Occidente sia stata costruita anche creando la dipendenza dall’oppio, in un intreccio di affari che lega paesi lontani, dal Giappone agli Stati uniti e aprì la strada alla Rivoluzione industriale. Molte fortune sono sorte grazie alla rovina di decine di milioni di vite umane, a soprusi, allo sfruttamento e a guerre in nome del Libero Scambio. Ma come per l’apprendista stregone, il papavero da oppio, dopo aver contribuito allo sviluppo della modernità, potrebbe oggi contribuire al suo declino.

(Nell’immagine di apertura, un clipper di Baltimora, di James Edward Buttersworth – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=173347. Grazie alla navi di questo modello i nordamericani svilupparono un ampio traffico di oppio, tè, e all’occorrenza schiavi e manodopera)

Partiamo dal fondo e poi facciamo un passo indietro. Il fondo è la fase finale (al momento) di un tragitto e quello di un libro. La fase finale è quella che stiamo vivendo (terminale dell’Antropocene o, chissà, di transizione verso un’altra epoca), il libro è Fumo e ceneri. Il viaggio di uno scrittore nelle storie nascoste dell’oppio di Amitav Ghosh (Einaudi, 2025, pp. 395, euro 22, traduzione di Norman Gobetti e Anna Nadotti, titolo originale Smoke and Ashes). Il passo indietro ci porta fino alle soglie dell’età moderna.

Nelle pagine conclusive del suo ultimo saggio-viaggio (che lo ha portato a percorrere le rotte tra India e Cina, ma anche tra Asia, Inghilterra e Stati uniti), il grande scrittore di fama internazionale rileva alcune differenze e alcune somiglianze tra la storia mondiale degli ultimi secoli e l’oggi. Lo smercio di droga (che è al centro del libro) è ora in mano a reti criminali e non più, come si vedrà, a regimi coloniali, anche se nuove tecnologie come il superpapavero geneticamente modificato aprono alla coltivazione della pianta da oppio nuovi impensati territori e se guerre, stati falliti, conflitti intestini e cambiamento climatico ne favoriscono la coltivazione e renderanno più difficile arginare l’oppio e i suoi derivati (p. 307). «Il papavero, dopo essere stato una forza propulsiva della modernità – ammonisce Ghosh – contribuirà al suo tramonto» (p. 308).

Indifferenti di fronte alla prospettiva di una catastrofe globale

In comune con il passato, la situazione odierna ha l’indifferenza suicida dei ricchi e dei potenti di fronte alla prospettiva di una catastrofe globale: il decollo industriale del XIX secolo fu «la creazione di un sistema in cui l’indifferenza per le sofferenze umane non solo era accettata dalle élite dominanti, ma anche giustificata e promossa da una pletora di false teleologie e teorie fuorvianti».

Amitav Ghosh

Oggi «maneggioni di alto bordo e miliardari in preda a deliri di onnipotenza cercano di venderci l’idea della geoingegneria solare» (e potremmo aggiungere, molte altre mistificazioni tecnocratiche). Dobbiamo infatti ricordarci, prosegue lo scrittore indiano, che «tutte le crisi fra loro interconnesse che l’umanità si trova ad affrontare sono l’involontaria conseguenza di interventi concepiti da uomini che, grazie al loro livello di istruzione e alla loro posizione di privilegio, si ritengono legittimati a ignorare il più elementare buonsenso». Come vedremo tra poco, «la storia del papavero da oppio è un apologo sulla hybris e una lezione sui limiti e la vulnerabilità degli esseri umani» (pp. 304-305).

Istruzione e cultura, aggiungiamo noi, che hanno oliato macchine di morte, dai campi di sterminio nazisti ai laboratori da cui uscì la bomba atomica: faccia oscura di una storia che, mentre erigeva monumenti e scriveva grandi testi letterari e filosofici, perfezionava apparati criminali e di dominio sulla natura.

E le tracce di un passato a noi occidentali poco noto restano anche nella xenofobia e nel razzismo, nella caccia agli immigrati (spesso associati, guarda caso, al traffico di droga), nelle mafie e in piaghe come la dipendenza e le centinaia di migliaia di morti (specie in Usa) dovute agli oppioidi sintetici (come l’OxyContin della Purdue Pharma o il Fentanyl).

È ad esempio fuorviante, spiega Amitav Ghosh, collegare il traffico di narcotici a stranieri illegali e paesi stranieri (p. 214): «una lettura xenofoba e anti-immigrati» è impossibile alla luce del ruolo svolto storicamente dalle élite bianche.

Una storia di ruberie

Questa storia è parte di una storia più ampia, ed ecco il passo indietro, che ci porta alle soglie dell’età moderna inaugurata (ma prima c’erano state Crociate e Reconquista) dalle grandi esplorazioni geografiche permesse da vele e cannoni (titolo di un bel libro edito dal Mulino del grande storico Carlo M. Cipolla, 1922-2000). Come spiegano Jason W. Moore e Raj Patel in Una storia del mondo a buon mercato. Guida radicale agli inganni del capitalismo (Feltrinelli, 2018) natura, soldi, lavoro, assistenza, cibo, energia e vita sono le sette risorse a buon mercato (“cheap”) grazie alle quali l’economia moderna ha trasformato, governato e devastato la Terra.

Da una di queste risorse era partito un altro grande e imperdibile viaggio di Amitav Ghosh: la noce moscata, ricchezza e maledizione per gli sfortunati abitanti del remoto arcipelago indonesiano delle isole Banda, vittime di uno dei tanti efferati genocidi perpetrati dalle potenze coloniali europee (in questo caso gli olandesi, che per mantenere il possesso di una delle isole Banda – Run – cedettero agli inglesi l’isola di Manhattan).

Da quel tragico caso aveva preso le mosse Ghosh per raccontare, in un suo altro saggio, il processo di “terraformazione” perseguito dagli europei nei continenti conquistati a suon di armi, corruzione, malattie, introduzione dappertutto di fauna e flora non autoctone, in un conflitto “biopolitico” basato su “entità non umane”.

Leggi la recensione del libro di Amitav Ghosh La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in crisi.

Ruberie tecnologiche ed entità non umane all’origine della Rivoluzione industriale

Le “entità non umane” di Fumo e ceneri oggetto di anni di studi e ricerche di Amitav Ghosh (che attinge anche alla sua trilogia “dell’Ibis” (Mare di papaveri, Il fiume dell’oppio e Diluvio di fuoco e appoggia la sua minuziosa ricostruzione su una sessantina di pagine di note finali) sono il tè e il papavero.

Il tè è stato (p. 15) «la principale fonte di entrate che in gran parte servivano a finanziare l’espansione coloniale britannica» (aprendo la strada alla Rivoluzione industriale) tramite la Compagnia delle Indie orientali, società privata con i suoi eserciti mercenari (i sepoys) e le sue flotte. Compagnie simili c’erano nelle altre potenze europee.

Sembra strano che una bevanda (per quanto molto apprezzata nell’Anglosfera) potesse essere fonte di tanti guadagni, di operazioni speciali di agenti segreti e di contrabbando e perfino scintilla di rivoluzioni. Quella americana, si sa, cominciò con il Tea Party di Boston («anche i nordamericani erano entusiasti bevitori di tè», p. 160): il carico di tè di tre vascelli della Compagnia delle Indie orientali svuotato nelle acque del porto da patriottici coloni e contrabbandieri del New England (travestiti da nativi).  

Seconda guerra dell’oppio, combattimenti a Canton

Il tè però poneva un grosso problema: doveva essere pagati alla Cina (che ne aveva il monopolio) con un salasso di lingotti dell’argento estratto nelle Americhe. La soluzione fu trovata sostituendo l’argento con l’oppio, imposto alla Cina con due guerre (1839-42 e 1856-1869, la seconda con la partecipazione anche di Francia e Stati uniti) che oltre a vanificare i tentativi delle autorità di vietarne il commercio e a fruttare alla corona inglese la colonia di Hong Kong, permise di accedere a «tecnologie e lavoratori qualificati» che il Celeste impero aveva gelosamente custodito e di creare l’industria del tè indiano, che grazie al lavoro di braccianti in stato di semi-schiavitù divenne leader della produzione mondiale, poi estesa anche nello Sri Lanka, in Kenya e in Malesia. Insomma, fu «attraverso una serie di ruberie tecnologiche» che l’impero britannico abbatté le esportazioni cinesi (p. 21).

L’oppio come agente storico

Abituati a una visione etnocentrica ed eurocentrica della storia (quella, tanto per dire, delle nuove indicazioni del ministro Valditara per la scuola primaria e la secondaria di primo grado) vediamo una storia del progresso fatta di macchine a vapore, “poeti, santi e navigatori”, numerose altre “ruberie tecnologiche” (una tra tutte: la bussola), guerre e rivoluzioni tutte “nostre”. Sullo sfondo, le guerre e le conquiste che quel progresso hanno alimentato a spese di altri popoli e di altri ecosistemi.

Amitav Ghosh ci aiuta dunque a cambiare punto di vista, spiegando sia come la storia delle civiltà non europee sia stata altrettanto (e, per molti di versi, più) ricca e articolata, sia come entità non umane (del mondo vegetale e ctonie) vi abbiano giocato un ruolo fondamentale.

Torniamo allora all’oppio: Fumo e ceneri dimostra (sulla base, come detto, di fonti originali e di una approfondita ricerca storica, ma, da grande scrittore, con uno stile sempre chiaro e coinvolgente) come la sostanza sia stata «un agente storico a pieno titolo» (p. 30).

Usato come moneta di scambio per primi dagli olandesi, che già nel Seicento combatterono piccole brutali guerre dell’oppio che fecero guadagnare enormi fortune anche alla casa reale (tuttora regnante) degli Orange, che erano soci in affari (pp. 42-43), l’oppio richiede una lavorazione complessa, a differenza degli psicotropi naturali, noti forse da prima dell’Homo sapiens. Consumato a scopo medico o in ristrette élite, è arrivato molto tardi a una diffusione a livello di massa, cioè quando «la droga era diventata funzionale al consolidamento di un certo tipo di modernità coloniale (…) e uno strumento della politica internazionale» (p. 35). Ed è in India che gli inglesi creano il primo narcostato coloniale.

Un affare colossale

Qualche cifra aiuta a comprendere la dimensione economica del commercio dell’oppio da parte delle potenze coloniali occidentali come strumento “biopolitico” (oltre che di profitto) per piegare i popoli assoggettati: in Cina e nel Sud-Est asiatico fu l’oppio, ma altrove (come in Australia) fu l’alcol.

Denaro facile, cui va aggiunto l’indotto della cantieristica e del trasporto marittimo, per l’impero olandese gestito dalla sua Compagnia delle Indie l’oppio rappresentava il 35 per cento delle entrate, diventando la maggior fonte di reddito per l’Indocina francese (p. 260).

Per l’impero britannico si rivela ben presto una gallina dalle uova d’oro, difesa da eserciti, flotte e uno stuolo di guardie e spie: le esportazioni della Compagni britannica delle Indie, passano da 200 casse nel 1729 a 30.000 nel 1830, a 40.000 nel 1840, per balzare, grazie alle guerre dell’oppio contro la Cina, fino a 90.000 casse (equivalenti a 5.400 tonnellate di oppio) intorno al 1880 e superare (con un aumento di cento volte nel giro di un solo secolo) le 100.000 dopo il 1880.

Una prosperità fondata su genocidio, schiavitù e traffico di droga

Mentre in Occidente si diffondeva l’idea della storia come costante progresso, «parabola di liberazione ed emancipazione» (le “magnifiche sorti e progressive” su cui ironizzava l’italiano Giacomo Leopardi), altrove genocidio, schiavitù e traffico di droga forniscono dunque anche il capitale necessario all’industrializzazione. Ma campagne di disinformazione e autoassolutorie (specie, osserva Ghosh, nell’Anglosfera adoratrice del Libero Scambio e delle leggi di mercato come leggi di natura) mostrano tutto questo come semplici effetti collaterali o colpa della depravazione dei non-bianchi.

Intanto in India le truppe della Compagnia delle Indie orientali (formate dai sepoys mercenari) estendevano il controllo del subcontinente, convertendo le risaie in campi di papavero. Una riconversione che fu la concausa della carestia del 1770, che nel Bengala provocò dieci milioni di morti per fame.

Per gestire l’enorme filiera dell’oppio, la Compagnia delle Indie e il “cartello della droga” britannico creano un’apposita burocrazia (il Dipartimento dell’oppio) e danno vita ad «una delle imprese commerciali di maggior successo della storia umana» (p. 63).

Al vertice di una lunga catena gerarchica ci sono i funzionari bianchi, ma «la grande maggioranza del personale consisteva in indiani malpagati» (p. 56), cui vanno aggiunte guardie onnipresenti e «una gran quantità di spie e informatori». In fondo a tutti, i contadini, obbligati a coltivare papaveri e a ricorrere al contrabbando per sopravvivere, in un clima di terrore e omertà.

Malavita e grandi famiglie, in Asia e Usa

Intrecciato con il commercio, si fa per dire, “legale”, in Asia il commercio dell’oppio era dominato, in barba all’ideologia capitalista del libero mercato, da consorterie poco trasparenti: accumulano ricchezze anche mercanti e città poi diventate pilastri dell’odierna economia globalizzata (Mumbai, Singapore, Hong Kong, Shangai) (p. 159). Fanno guadagni loschi, nel secolo scorso, signori della guerra cinesi, gang criminali, uomini d’affari in Cina, Taiwan e Giappone.

Quello che è ancor meno noto, però, è che a trarre i maggiori vantaggi dal traffico mondiale di oppio furono, dopo la Gran Bretagna, gli Stati uniti, tra cui «molte delle famiglie, delle istituzioni e degli individui più illustri del paese» (p. 160).

Ottenuta l’indipendenza in nome della libertà di bere il tè («No taxation without representation»), dai porti del New England salpano le navi alla volta della Cina, per approvvigionarsi di oppio pagato prima con pellicce e pelli di foca, poi, per esaurimento di queste, con il legno di sandalo ottenuto deforestando le isole del Pacifico. Gli Stati uniti aprono una nuova rotta con la Turchia, sfidano la potente Compagnia britannica delle Indie orientali e progettano una nave apposita: il Clipper di Baltimora, piccolo e veloce abbastanza da trasportare più velocemente il carico e sfuggire alle navi da guerra inglesi.

Dalla Cina gli statunitensi importano anche le prime norme di garanzia sui depositi bancari, a tutela del denaro frutto del commercio dell’oppio che alimenta banche e assicurazioni (p. 187) e poi tutta la Rivoluzione industriale americana: il settore ferroviario (cui contribuiscono non solo i manovali cinesi che vediamo nei film western), il tessile, il siderurgico, l’alberghiero, ma anche finanzia musei che visitiamo con reverenza, università prestigiose e grandi opere filantropiche.

Molti dei trafficanti «discendevano da uomini che avevano partecipato alle guerre di sterminio contro i nativi americani del New England» e, anche se la schiavitù era radicata negli stati del sud della federazione, «molti armatori del New England erano apertamente coinvolti nel traffico di esseri umani» (p. 209).

Insomma, conclude Amitav Ghosh, ecco «il principale risultato della dottrina del Libero Scambio: la cancellazione di ogni vincolo etico in nome del profitto» (p. 207).

I sepolcri imbiancati del profitto

Il tutto, ovviamente, coperto da un fitto velo di ipocrisia e moralismo bianco: l’élite angloamericana, infatti, «si era perfezionata nell’arte di sbandierare la propria rettitudine infliggendo nel frattempo danni incalcolabili ai popoli di tutto il mondo» (p. 208). «La differenza razziale di per sé giustificava che i non bianchi fossero depredati a piacimento, e le loro leggi ignorate» (p. 211). E i «virtuosi giovani statunitensi» realizzano grazie al “sistema-mondo” coloniale e al commercio globale dell’oppio il sogno di Pablo Escobar.  

Qualcosa del genere è accaduto nel Novecento e accade tuttora in questo secolo: si comportano allo stesso modo le case farmaceutiche che hanno promosso gli oppiacei e i giganti petroliferi che occultano il danno climatico, condannando «l’umanità intera, compresi loro stessi e le loro famiglie, a incendi e inondazioni» (p.207).

Per le multinazionali dell’energia che divulgano false informazioni sul cambiamento climatico, tutto è lecito, anche «creare una situazione catastrofica per l’intera umanità» (p. 217).

Tutto il saggio di Amitav Ghosh, del resto, si muove tra la ricostruzione di un ignorato passato e la denuncia di un allarmante presente. Fin dai primordi l’ideologia capitalista «ha legittimato livelli inediti di immoralità nella ricerca del profitto» (p. 216), a partire da quella «impresa criminale» (p. 280) che fu il racket dell’oppio organizzato dall’impero britannico, cui l’autore non fa sconti.

Lotta contro le droghe e lotta contro i combustibili fossili. Una nota di ottimismo per concludere

Uno dei raccordi tra oppio e cambiamento climatico (tema, quest’ultimo, cui Amitav Ghosh nel 2016 aveva dedicato The Great Derangement: Climate Change and the Unthinkable, tradotto in italiano con il titolo La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti).

L’effetto tossico dell’oppio e dei suoi derivati continua sotto nuove forme come i già citati OxyContin e Fentanyl: costituisce, afferma Ghosh, «una categoria a sé» (p. 270) rispetto ad altre sostanze psicoattive che l’autore definisce “naturali” e la cui legalizzazione ritiene «sensata».

Altrettanto da bandire sono le fonti fossili: occorrerebbe rendere, auspica Amitav Ghosh, «la vendita di combustibili fossili una fonte di ignominia» (p. 321).

Rendere una fonte di ignominia i combustibili fossili agli occhi di una parte predominante di opinione pubblica è compito, sostiene Ghosh, di università, chiese, fondi pensione, governi che dovrebbero essere costrette a disinvestire e boicottare le grandi aziende energetiche. È la stessa strategia che nei primi decenni del Novecento vide vincente un movimento transnazionale anti-oppio in cui le donne svolsero un ruolo fondamentale insieme a organizzazioni della società civile e gruppi religiosi. Questi movimenti riuscirono e frenare e ridurre la produzione di oppio. Fu un successo non definitivo, per la pervasività odierna delle droghe letali dovuta a una serie di cause, come si è visto sopra, ma significativo, il segno che qualcosa si può fare.

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MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.