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Gli aspetti bifronti dell’animo umano

| TIZIANA CARENA

Tempo di lettura: 4 minuti

Gli aspetti bifronti dell’animo umano
In una delle sue opere meno note (ora tradotta in italiano con testo originale a fronte) Sigmund Freud affronta sentimenti e emozioni aggirandosi nel labirinto del senso comune, cercando di trovare sensi e significati.

Sigmund Freud, Lo spaesante, traduzione e cura di Silvia Capodivacca, testo tedesco a fronte, Mimesis, Milano, 2023, pp. 181.

Lo spaesante (Das Unheimliche, 1919) non è una delle opere più note di Freud. L’interesse estetico pare spaesare Freud, lo psicoanalista Freud, così come esordisce nel suo scritto. Eppure il sociologo, filosofo, medico, psicologo, psichiatra fu molto interessato alle emozioni, ai sentimenti, all’irrazionale e lo ‘spaesante’ è un’emozione – come dire – sublime, spaventosa, irrazionale nella sua razionalità spaesante, appunto.

Freud fu anche considerato lo studioso delle emozioni grazie alle sue indagini sul sogno in tutte le sue ‘forme’; egli si è dovuto ‘liberare’ nei meandri della zona d’ombra dell’inconscio, dell’inconsapevole.

Lo “spaesante” riporta all’angoscia che per analogia ricorda l’incubo del sogno, “un sogno ad occhi aperti” terrificante…

In molte pagine della parte iniziale del saggio si parla del campo dell’estetica come campo che indaga le “emozioni belle” i “sentimenti positivi”. Tuttavia, l’estetica del brutto e del sublime, di eco kantiana, ne sono esempi esaustivi. Identificare, poi, emozioni e sentimenti è assai rischioso perché sono “vissuti esperienziali” differenti. I sentimenti e le emozioni del bello e del sublime, nella loro varietà, ne sono gli indicatori. Fondamentale è la definizione che si legge nelle Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime di Kant: il bello rasserena, il sublime inquieta. Il sublime è lo ‘spaesante’.

Esperienze sconosciute e per questo spaesanti

Per Freud lo ‘spaesante’ è la forma dello spaventoso che si rifà a ciò che è da lungo tempo conosciuto, intimo, famigliare, il contrario di “nascosto” (p. 63). L’Autore che è un mentore per Freud, lo psichiatra Jentsch, ha inteso lo ‘spaesante’ principalmente come qualche cosa di nuovo, inconsueto, mettendo in luce il disagio che viene a crearsi proprio per questa sorta di meraviglia emotiva, tutt’altro che piacevole. Nella lingua francese abbiamo la parola “inquietant” e nello spagnolo “sospechoso” che riconducono a un’esperienza sconosciuta e, per questo ‘spaesante’.

Freud, insomma, si aggira nel labirinto del senso comune, cercando di trovare sensi, significati, accezioni in grado di chiarire il campo semantico dello ‘spaesante’; non è un caso che egli lavori sul senso comune, sui modi di dire, sulle libere associazioni, sul comportamento verbale e non verbale, sui lapsus proprio nel periodo precedente questo lavoro (in Psicopatologia della vita quotidiana, 1901).

Il fiore all’occhiello di Freud

Heimlich” (“intimo”), nota Freud, tende, tuttavia, a coincidere con “Unheimlich” (“non intimo ma inconscio”). Com’è noto, Freud si è occupato principalmente delle nevrosi, ovvero di quei disturbi psichici e comportamentali che, però, non eliminano del tutto il legame dell’individuo con la realtà (nelle psicosi, invece, l’individuo è “scollato” dalla realtà). Freud è interessato all’irrazionale, all’inconscio, a questa sorta di Unheimlich, proprio allo scopo di spiegare il conosciuto, lo Heimlich.

Lo Spaesante diviene, dunque, lo scritto rappresentante il fiore all’occhiello di Freud per mettere in luce gli aspetti bifronti che caratterizzano l’animo umano. Esempi sono il principio di realtà e il principio del piacere, la pulsione di Eros e quella di Thanatos, l’Es e il Super-Io, le istanze psichiche della prima topica freudiana che fanno vivere l’Io come ponte, come medium, fra forze antitetiche e conviventi, istintualità e istanze di controllo.

Freud è anche considerato un antropologo culturale; il concetto di “cultura” è alla base della psicoanalisi; il paziente porta attraverso il colloquio e la libera associazione (terapia della parola) il suo vissuto esperienziale, socioculturale. La sua religione potrà inquietarlo o rasserenarlo; del resto Friedrich W. J. Schelling ha scritto che “Unheimlich è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, celato (…) e che invece è emerso”.

Nelle pagine dello scritto compaiono svariati elementi che possono inquietare (automi, bambole di cera, episodi di follia, o, ancora, l’inquietudine creata dal racconto di Hoffmann L’uomo della sabbia).

L’orrido e lo spaesante inquietano

Il folklore, la superstizione che attraversa il senso comune si riverberano nel Heimlich/Unheimlich, la paura universale, ancestrale, come emozione basica determinante che si perde nella notte dei tempi albergano in noi (consapevoli o inconsapevoli che noi ne siamo). Pensiamo all’allucinazione senza percetto, a quanto essa inquieta chi è testimone della sua sintomatologia e a quanta Unheimichkeit ci sia nel soggetto in preda ad allucinazioni e a delirii. Le anime dell’Inferno dantesco, cita Freud, oscure e spaventose, non sono, poi, tanto più spaventose del mondo sereno degli dèi omerici (p. 173): anch’esso è ‘spaesante’, infatti. Lo spaesante, scrive Freud, originato da complessi rimossi (il meccanismo della rimozione come meccanismo di difesa, ulteriore fiore all’occhiello della psicoanalisi e della criminologia) ha una resistenza maggiore rispetto allo spaesante che sorge da ciò che è stato superato nel corso della vita.

In una parola, Freud intende indicarci quanto il “cono d’ombra” sia più inquietante, potremmo dire noi oggi, di qualsiasi fiction.

Alcune parti del lavoro ci riportano all’Anatomia del disgusto di William I. Miller (1998) in cui è preso in considerazione anche l’orrido come forma di seduzione del disgusto che coinvolge sentimenti morali e sociali antitetici. Impressiona, il fenomeno dell’orrido, esattamente come impressiona lo spaesante: entrambi inquietano, si imprimono nella memoria, impressionano; rimane, comunque, il calco dell’emozione; l’effetto emotivo, nella finzione narrativa, è paragonabile all’angoscia delle fiabe che fanno paura (come non poche fiabe dei Fratelli Grimm).

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.