La crisi accelera, è il nazionalismo che alimenta l’omnicidio

Viviamo in uno stato di ebetismo collettivo. Mentre il nazionalismo alimenta in modo esponenziale la crisi climatica, crescono le disuguaglianze. Occorrerebbero multilateralismo e un “cosmopolitismo della sopravvivenza” e soprattutto occorrerebbe cambiare il modello socioeconomico. Mancanza di interdisciplinarità, conservatorismo accademico, lentezza della conoscenza di fronte alla velocità dei cambiamenti ostacolano però il capovolgimento di paradigma. Il saggio di Daniele Conversi sui rapporti tra Antropocene e politica alla luce dei cambiamenti climatici offre importanti spunti di riflessione al mondo della ricerca e della pratica educativa.

Qual è il momento che stiamo vivendo? E cosa si può fare per mitigare l’apocalisse climatica (e non solo) incombente? Sono queste due delle domande che attraversano il libro di Daniele Conversi (uno dei maggiori esperti mondiali di nazionalismi) Cambiamenti climatici. Antropocene e politica, uscito da Mondadori (pp 174, euro 13).

Telmo Pievani e Mauro Varotto hanno immaginato come sarebbe il mondo con l’innalzamento del livello dei mari a causa del riscaldamento globale.

Per rispondere alla prima questione occorre partire dalla periodizzazione. Notoriamente il dibattito sulle origini della attuale “policrisi” prende in considerazione vari punti di riferimento: il 1493 (quando Cristoforo Colombo, scoperta l’America l’anno prima, diede il via al genocidio dei nativi), l’era del colonialismo e del grande “scambio colombiano”, la Rivoluzione industriale, il 1945 (bomba atomica e quella bomba nucleare costituita dalla esplosione dei consumi di massa – che corrispondono «a circa cinque bombe atomiche come quella di Hiroshima rilasciate ogni secondo» – e dalla americanizzazione degli stili di vita). Infine, il 1970, un punto di svolta per l’emissione di gas serra (e l’anno, aggiungiamo, in cui l’impronta ecologica dell’umanità supera il valore di un pianeta), nonché epoca di sviluppo dei movimenti ecologisti. Non certo l’unico limite superato, come ci spiegano i ricercatori che hanno proposto il concetto di “confini del pianeta”.

L’ impennata autodistruttiva del neoliberismo

Con l’emergenza climatica, ci ricorda Conversi, s’intrecciano la perdita di biodiversità, l’impoverimento del suolo, le pandemie e altri rischi per la salute, deforestazione e desertificazione, la pervasività della plastica e l’inquinamento radioattivo, sull’onda di una progressiva grande accelerazione e di una accelerazione dell’accelerazione. Per definire (e periodizzare) questo processo che conosce varie fasi, fino all’ultima impennata autodistruttiva del neoliberismo, sono stati proposti almeno una quindicina di nomi.

La rivista scientifica “Culture della sostenibilità” ha dedicato un numero monografico (18/2017) al dibattito sull’Antropocene. Il fascicolo è scaricabile gratuitamente in PDF.

Il più noto e fortunato è quello di Antropocene, cui le terminologie alternative (utili a illustrare specifici aspetti della crisi) «sono indissolubilmente legate» (ne avevamo discusso, ad esempio, nel numero di “Culture della sostenibilità” dedicato a “Teorie e pratiche dell’Antropocene. Storia e geologia dell’impatto umano sull’ambiente”).

Esiste però «una profonda ingiustizia che il termine Antropocene non riesce a cogliere» ed è il fatto – rilevato da molti critici del concetto di Antropocene – che miliardi di esseri umani emettono molto poco. Responsabile della crisi è «un particolare modello economico di sviluppo e consumo» che oggi non è più sostenibile. Lo aveva già predetto il Club di Roma con il rapporto sui “Limiti alla crescita” (The Limits to Growth) del 1972.

Altri allarmi tempestivi erano arrivati in precedenza, dalle prime osservazioni dello svedese Svante August Arrhenius (1859-1927) passando perfino per il grande regista Frank Capra (documentario The Unchained Goddess, da lui prodotto e co-sceneggiato nel 1958).

 

Un documentario del lontano 1958

Il documentario prodotto dal regista americano Frank Capra ha finalità divulgative e spiega in modo chiaro e brillante – avvalendosi anche di cartoni animati – i fenomeni atmosferici, ma verso la fine (dal minuto 50’) cala un’ombra. Alla domanda di cosa accadrebbe se potessimo cambiare il corso della corrente del Golfo o di altre correnti oceaniche o riscaldare le acque della Baia di Hudson nel Mar glaciale artico, lo scienziato protagonista del documentario rispende che «si tratta di domande estremamente pericolose, perché allo stato delle nostra attuali conoscenze non sappiamo cosa accadrebbe. Già ora, però, l’uomo può cambiare involontariamente il clima mondiale a causa delle emissioni prodotte dalla sua civiltà, dovute alle emissioni di fabbriche e automobili di oltre 6 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, che trattengono il calore solare, tanto che l’atmosfera sembra riscaldarsi».

Turisti in battello sopra Miami, sommersa per la fusione della calotta polare.

«È stato calcolato – prosegue – che l’aumento di pochi grado della temperatura terrestre causerebbe la fusione della calotta polare e, se questo accadesse, il mare invaderebbe la valle del Mississippi e i turisti potrebbero guardare attraverso il fondo trasparente dei battelli i palazzi sommersi di Miami».

Ci sono, insomma, una serie di domande cui rispondere, «non per fini di conquista, ma per vivere in armonia (hand in hand) con la natura».

Storia e geologia ormai coincidono

Di là delle questioni terminologiche, quel che è certo è che, avendo superato molti “limiti planetari”, ci troviamo di fronte a «un numero crescente di conflitti, guerre, povertà, carestie», al passaggio da epoche di genocidi a una di «omnicidio» e dunque a una crisi gigantesca che richiederebbe soluzioni rivoluzionarie (non in senso politico). È una situazione nuova e diversa rispetto a «qualsiasi passaggio della storia umana».

Il risultato delle profonde trasformazioni prodotte sul pianeta fa sì che ormai – citando lo storico indiano Dipesh Chakrabarty, professore all’Università di Chicago – nell’Antropocene inteso come nuova era geologica distinta dall’Olocene storia e geologia, storia umana e storia naturale non siano più distinguibili.

Uno stato di ebetismo collettivo

La domanda che tutti noi che siamo preoccupati per la “policrisi” ci poniamo (e che anche Daniele Conversi si pone) è perché nonostante gli accurati dati del MIT per il Club di Roma e tanti altri studi, l’umanità, in particolare l’Occidente che del consumismo di massa è responsabile, esportato poi tra le classi agiate del resto del mondo, si trovi in uno «stato di ebetismo collettivo e annebbiamento delle facoltà intellettive» e di grave inazione di fronte all’emergenza climatica e alle altre crisi interconnesse.

Le cause sono molteplici:

  1. Benché The Limits to Growth abbia smantellato con dati convincenti l’idea di una «eterna cornucopia», dopo l’iniziale scalpore il rapporto è stato messo nel dimenticatoio e si è continuato a schiacciare il pedale della crescita. Gli interessi economici impongono il modello “BAU” (business as usual) e «il treno dell’ecologia fu deliberatamente fermato».
  2. Dopo i primi anni Settanta del secolo scorso, sostiene Conversi, nel campo ecologista non emerge nulla di nuovo, a parte l’Ipotesi Gaia di James Lovelock, che rappresenta «un contributo spartiacque» e «una pietra miliare» anti-antropocentrica. Fino a Fridays for future e a Extinction rebellion (che rappresentano forse il «primo movimento sociale del tutto fondato sulla scienza») il movimento ecologista avanza separatamente dalla scienza del cambiamento climatico: le organizzazioni ambientaliste arrivano tardi a mettere al centro l’emergenza climatica. Né basta aggiungere alle lotte per l’ambiente quella al cambiamento climatico o puntare sullo sviluppo di energie rinnovabili (magari nell’illusione, smentita dallo studio del Club di Roma sui limiti alla crescita, della possibilità di uno “sviluppo sostenibile”): è solo una parte del problema, che richiede «un cambiamento delle relazioni socioeconomiche e degli stili di vita».
  3. Benché, come si è visto, l’effetto serra fosse stato segnalato anche prima della nascita dell’IPCC, la grande accelerazione salga continuamente nuovi gradini e oggi si disponga anche di strumenti concettuali come i “planetary boundaries”, «le conoscenze umane necessarie per affrontare il problema avanzano a una velocità molto inferiore a quella richiesta» dalla accelerazione dell’Antropocene.

Conservatorismo accademico

  1. Il deficit di conoscenza, e ciò è forse l’aspetto più grave, è anche sul piano epistemologico: la scienza, ad esempio, fatica ad accettare un’ipotesi così innovativa come quella di Gaia (che «superava il prevalente dualismo uomo-natura»), così come gli scenari delineati dal Club di Roma, perdendo così cinquant’anni preziosi. Alla base di questa cecità (fomentata e finanziata dalle lobby del BAU e alimentata dalle fabbriche del negazionismo e delle fake news) c’è anche un gigantesco deficit di interdisciplinarità del mondo accademico, il cui conservatissimo era criticato da Bruno Latour (tra i pochi attenti alle nuove conoscenze scientifiche).

Conversi – e non si può non essere pienamente d’accordo – denuncia le storture delle élites intellettuali dove dominano «gerghi settoriali» e «favoritismi disciplinari». Ciò vale in particolare per le scienze sociali, il cui ritardo è dovuto anche alla «mancanza di ponti interdisciplinari». L’interdisciplinarità è dunque «parte intrinseca di questo passaggio epocale» ed è «garanzia di democrazia».

«I cambiamenti sempre più rapidi e imprevedibili cui siamo sottoposti – conclude a questo proposito Daniele Conversi – non hanno precedenti nella storia», né, come si è visto, nella geologia. «Metodologicamente, ne consegue che nuovi concetti dovranno essere incorporati nelle scienze sociali».

  1. Tra i danni prodotti dal ritardo delle conoscenze umane e della ricerca scientifica c’è l’insufficiente consapevolezza del ruolo giocato dal nazionalismo, che è «l’ideologia dominate del mondo contemporaneo». Si entra così nel cuore dell’argomentazione di Cambiamenti climatici. Antropocene e politica.

Stati-nazione e nazionalismo, ostacoli al cambiamento

Trump è un esempio di suprematismo bianco razzista e negazionista climatico.

Sono infatti gli Stati-nazione e l’ideologia nazionalista che li sorregge – ammonisce l’autore – il principale ostacolo da affrontare, anche perché nazionalismo e capitalismo sono strettamente intrecciati. Che il primo abbia alimentato il secondo o che il capitalismo si sia avvalso del nazionalismo come collante sociale per rendere accettabile l’inaccettabilità dell’accumulazione del capitale e dell’ingiustizia sociale è questione dibattuta e complessa, ma in entrambi casi il legame resta indissolubile. L’internazionalizzazione del capitale e la globalizzazione liberista hanno ampliato le disuguaglianze senza far venire meno «la relazione triadica tra disuguaglianze, cambiamento climatico e nazionalismo».

Tra tutti i nazionalismi, particolarmente dannoso è il “nazionalismo delle risorse”, di cui fa parte il petro-nazionalismo, come dimostrano i casi di Russia, Polonia, India, Arabia Saudita, Azerbaigian, Kazakistan o il rapporto negli Usa tra suprematismo bianco e negazionismo climatico. Mentre la crisi odierna richiederebbe «collaborazione e multilateralismo, cioè la costruzione di ponti», gli Stati sacralizzano le proprie risorse e i confini e il nazionalismo, movimento «vasto, poliedrico, polimorfico», camaleontico e dalle infinite sfaccettature, gonfia anche nelle democrazie liberali ondate demagogiche indirizzando le colpe non sui detentori del potere economico, ma sui bersagli più fragili: «immigrati, zingari, comunità religiose, etnie, rivali ideologici», in un continuum di populismo, xenofobia, nazionalismo cui purtroppo assistiamo in molti paesi europei e extraeuropei.

Una ideologia che porta alla catastrofe

Pretendendo di difendere e salvare le nazioni il nazionalismo fa gli interessi dei detentori del potere economico, ma in realtà accelera la lenta eclissi e possibile scomparsa delle nazioni, perché si oppone alla soluzione della «minaccia senza precedenti» del cambiamento climatico.

L’emergenza climatica spinge però molte persone ad andare oltre i vecchi confini degli Stati-nazione. A bilanciare gli ostacoli troviamo ad esempio forme di «cosmopolitismo della sopravvivenza», di cui l’Unione europea rappresenta forse l’esempio migliore, come forme di “nazionalismo verde” (il Green new deal degli Usa, le politiche ambientali della Germania, Svizzera e Paesi scandinavi). Il nazionalismo verde appare anche nei movimenti politici di “nazioni senza Stato” che aspirano a una larga autonomia o all’indipendenza (come Scozia, Catalogna, Rojava, Corsica, Québec, Galizia).

Ma i piani “green” sono insufficienti, perché continuano a perseguire l’espansione del consumo, ribattezzato “verde”, e i nazionalismi verdi si convertono nel contrario quando ottengono l’indipendenza (come fa temere l’esito della dissoluzione di Unione sovietica, Jugoslavia e Cecoslovacchia).

Non lasciare nulla di intentato

La possibilità di “nazionalismi verdi”, conclude Daniele Conversi, dovrà essere oggetto di studi oggi insufficienti (perché, stante la gravità della situazione, «nulla dovrebbe essere escluso a priori»), così come – sempre grazie a una grande collaborazione interdisciplinare – la ricerca dovrà imboccare tutte le strade possibili, da quella dei vari livelli di governance e di aggregazione o di gestione sostenibile delle risorse (municipi, transition towns, comunità indigene e tradizionali, ecovillaggi,…), alle scelte individuali e agli sili di vita personali o famigliari, «fino al livello cosmologico dell’umanità e della governance globale». E al ruolo delle religioni e della spiritualità. Un campo in cui la Laudato si’ di Papa Bergoglio, che incorpora i migliori risultati delle conoscenze scientifiche, ne appresenta il ricongiungimento con la scienza.

In ogni caso, la sfida culturale è grande. «Il lavoro davanti a noi – avverte Conversi – è autenticamente ciclopico».

Spunti per la pratica e la ricerca in educazione ambientale

La sfida è anche per chi opera nel campo della ricerca e degli ambiti educativi formali e non formali, dalla scuola all’università, dagli enti di ricerca non universitari a chi opera nel Terzo settore e nelle agenzie territoriali. Infatti, se, come pensiamo, l’educazione ambientale non è una lista di precetti e divieti o semplice alfabetizzazione naturalistica e divulgazione scientifica, ma la bussola per un cambiamento di paradigma a 180 gradi:

  1. Il “cosmopolitismo della sopravvivenza” ben si sposa con la necessità di costruire la “comunità planetaria di destino” quali inquilini e temporanei usufruttuari della casa comune che il modello socioeconomico liberista sta vandalizzando (ma il modello sviluppista e produttivistico ha molti seguaci anche a sinistra).
  2. L’interdisciplinarità e la trasversalità che contraddistinguono l’educazione ambientale devono vedere un impegno costante contro la frammentazione e compartimentazione disciplinare e contro la resistenze ad accogliere un nuovo paradigma ecologico (una “rivoluzione ecologica”) da parte di sistemi formativi e di ricerca che storicamente sono stati per lo più funzionali al nazionalismo, invece che luoghi di ricerca di soluzioni appropriate e di liberazione degli oppressi.
  3. Intellettuali, ricercatori, docenti, educatori (e operatori dell’industria culturale e dei mass media) devono imboccare, appunto, tutte le strade possibili, occupandosi di tutti i livelli ai quali cause e rimedi della “policrisi” si manifestano, dai grandi scenari geopolitici a tutti i modi in cui soluzioni e risposte possono essere trovare e realizzate “dal basso”. Sul piano educativo la sfida ha implicazioni molto interessanti, perché si tratta si sviluppare davvero un’educazione per tutte le età e in tutti gli ambiti della vita e processi di accompagnamento della comunità “glocale” verso visioni condivise e la capacità di tradurle in pratica. È, se vogliamo, il sogno o l’utopia di una cultura in grado di costruire democrazia, partecipazione e una urgente civiltà ecologica.

4. Ultimo, ma non meno importante, occorrono più vasi comunicanti e alleanze anche tra mondi dell’educazione formale e non formale e l’insieme degli attori sociali, perché il modello socioeconomico dominante produce insieme emergenza climatica e disuguaglianze, crisi ecologica e conflitti. Giustizia ambientale e giustizia sociale sono insomma due facce della stessa medaglia.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

MARIO SALOMONE

Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

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