La marcia di Faust: la nuova guerra in atto
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In Il tramonto dell’Occidente Oswald Spengler scriveva della “lotta finale fra le democrazia e la volontà puramente politica di ordine dei Cesari”1. Ma i Cesari, per riprendere il titolo di una monografia di Luciano Canfora2, sono “dittatori democratici”, cioè dittatori che si reggono sul consenso delle “masse” (più o meno estese). Nessun autocrate può reggersi “per il codino dei capelli” come fece il barone di Münchhausen per tirarsi fuori dalla profonda buca nella quale era caduto. Qualcun altro lo sorregge.
Secondo Friedrich Nietzsche, in Al di là del bene e del male3, la democratizzazione delle società andava, ai suoi tempi, fornendo un piedistallo per le “nature dominatrici”. Nature dominatrici: manipolatori delle folle, ingegneri di anime, persuasori più o meno occulti, si potrebbe dire in modo più diretto. Non è tanto il singolo “Cesare” che non è difficile costruire sulla base di quello che piace ai “più” – ogni psicologo del marketing può riuscire a creare un “Cesare” -, né si tratta puramente di “politica”: le grandi organizzazioni degli elettori negli U.S.A. e, ora, anche in Europa, sono, ovviamente, i portavoce di interessi particolarmente forti, nel settore delle fonti energetiche, nel settore del credito, nelle politiche dello sviluppo tecnologico.
Il capitalismo come “brama di infinito”
Sembra restare ben poco della brillante affermazione di Spengler. Sennonché, per lui, la caratteristica della cultura occidentale è la sua spinta all’infinito, nel segno del goethiano dottor Faust, è essa a caratterizzare il mondo del “cesarismo”. Spinta all’infinito: il profitto, calcolato ovviamente in numeri, non può che essere oggetto di un infinito desiderare, non può che essere un oggetto in grado di muovere quanto lo era il “motore immobile” aristotelico (il movente che non si muove, ma che ispira a ogni cosa il movimento verso di sé).
Nel 1916 il sociologo tedesco Werner Sombart identificava la “brama di infinito” nell’economia capitalistica, indicandone, indirettamente, l’esito imperialistico (questo in una paradossale, curiosa, se si pensa alla vicinanza di Sombart alla “Rivoluzione Conservatrice”, convergenza con Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, 1917).
Al di là della brama di infinito, segnalata già da Sombart, possiamo congedare il riferimento a Spengler e guardare a Nietzsche e a Lenin che, in modo radicalmente diverso, hanno posto il problema della politica internazionale come plesso di rapporti di forza. Possiamo considerare Spengler una loro eco, ma è più opportuno rileggere quanto Spengler scrive, ancora nel Tramonto dell’Occidente: “Che nel turbine del divenire un elemento subisca un destino e un altro si faccia invece destino, spesso per tutto il futuro, per cui il primo scompare fra le onde della superficie storica e il secondo invece crea della storia, tutto ciò non si spiega con nessuna causa tangibile, eppure obbedisce alla più profonda necessità.4” Il secondo: per noi, il secondo è l’economia capitalistica finanziaria. Che si esprime nel denaro, ma che si basa sull’appropriazione delle risorse: per funzionare essa ha bisogno di petrolio, di gas, di “terre rare” con le quali “marcia verso l’infinito”.
Faust come Prometeo
La caratteristica dell’infinito dinamico è di distruggere, nel suo procedere, il finito.
Esprimiamola con un simbolo: il dottor Faust, appunto. In L’uomo e la tecnica Spengler scrive: “Artificiale, antinaturale è ogni opera umana, dall’accensione del fuoco alle prestazioni che noi, nelle alte civiltà, definiamo come propriamente artistiche5”. Ma anche qui, niente di necessario, niente di “fatale”: per un Faust che tutto distrugge, nella propria autoaffermazione, c’è un Prometeo che adatta la natura ai bisogni dell’uomo, armonizzandola ai bisogni stessi, però senza farli artificialmente crescere per far aumentare la produzione e il profitto.
Come scrive Werner Sombart “l’aspirazione all’infinito, l’aspirazione al dominio hanno la loro più idonea attuazione nella caccia al denaro, simbolo di valore del tutto astratto, privo di ogni limitazione organico-naturale, che diventa, progressivamente, simbolo di potere per chi lo possiede.6” Simbolicamente: “un’ agitazione lo spinge lontano” come afferma Mefistofele nel Prologo in Cielo a proposito di Faust.
La guerra e la minaccia di guerra che giova alla stipulazione vantaggiosa dei contratti (per una delle due controparti) è lo strumento principale dello spirito faustiano, così come lo è il considerare la natura animale, vegetale e minerale come un mero magazzino di mezzi da usare nella corsa all’infinito.
La vittoria dei padroni e il ritorno delle guerre
Se, a partire dagli anni Ottanta, la lotta di classe nel mondo è stata vinta dai padroni (come in modo diverso è stato rilevato da Alessandro Barbero e da Carlo Freccero), cioè dall’ 1% della popolazione mondiale, questo non è avvenuto senza turbamenti degli equilibri internazionali impensabili ai tempi del polarismo U.S.A.-U.R.S.S.
In particolare, le guerre si sono intensificate a partire dal 1991 (Guerra del Golfo), facendo cadere a pezzi la maschera del Diritto Internazionale in cui, come nella integrazione settoriale dei mercati, era stata riposta da intellettuali di rilievo ogni speranza di pace, arrivando, addirittura a pronosticare la fine della forma istituzionale dello Stato. Oggi, non soltanto gli Stati sono in ottima (e straripante) salute, come singoli e come alleanze finanziario-militar-energetiche, ma l’unico diritto ammesso esplicitamente dai più potenti è il ricorso illimitato all’uso della forza per tutelare gli interessi di mercato- soprattutto gli interessi finanziari di ristrette minoranze (e, per eterogenesi dei fini, inevitabilmente, di quelli, proporzionalmente ridotti, di una serie di cerchi concentrici di clientes).
Il numero di guerre in tutti i continenti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, non è mai sceso al di sotto delle cento guerre ogni anno. Nel 2024, secondo “Global Humanitarian Overview” le persone bisognose di aiuti umanitari in seguito alle guerre erano trecento milioni, di cui soltanto 180, 5 milioni raggiungibili dal sistema di aiuto internazionale (si veda OXFAM italia).
La guerra attuale
L’attuale guerra statunitense contro l’Iran è, tuttavia, un “punto di svolta” nelle relazioni internazionali. L’effetto della guerra è stato, nell’immediato, l’aumento del prezzo del petrolio greggio (fino a 85$ al barile, come nel 2024) e del gas (65$ al Megawattora al mercato di Amsterdam), le borse in Europa hanno chiuso il 3 marzo con perdite fra i 3 e i 5 punti (con 585 miliardi di capitalizzazione andati in fumo). L’Iran ha minacciato la chiusura dello stretto di Hormuz per il quale passa un quarto degli idrocarburi globali, ha colpito il Qatar, uno dei più grandi produttori di gas liquido, fermandone gli impianti, e minaccia di attaccare gli impianti petroliferi sauditi. Europa e Asia (Cina e India, in particolare) importano molto, sotto il profilo energetico, dal Medio-Oriente e le conseguenze della situazione creatasi riguarderà i prezzi e, con il rialzo dei prezzi, anche la crescita.
Verso una nuova Santa Alleanza
Per chi viene dopo Marx ed Engels, dopo Lenin, dopo Sombart, il nesso guerra-capitalismo non è una sorpresa come lo era, in fondo per Immanuel Kant con la sua convinzione (condivisa da Moontesquieu) che il “dolce commercio” avrebbe cancellato ogni guerra, che la trasformazione di tutti gli stati della terra in Stati di diritto avrebbe condotto a stipulare una “pace perpetua”. Queste convinzioni, considerate, come sempre si dovrebbe fare, anche con gli occhi di oggi, pagano il loro tributo alla idea che il ritmo delle cose del mondo sia la manifestazione della Ragione; già Hegel aveva constatato che la manifestazione della Ragione nella storia avviene attraverso le guerre fra gli Stati (l’“immane potenza del negativo”), Marx ed Engels pensarono di poter intravedere la possibilità nella dialettica della storia, attraverso la rivoluzione sociale, di “rendere umana l’umanità”, poi Nietzsche ha eliminato la Ragione dalla storia riconducendo il divenire sociale e politico alla lotta per la potenza. Attualmente gli intelletti più sensibili non possono fare molto di più che constatare l’ “imbarbarimento” dei rapporti internazionali, opponendo la “legge del cuore” al “corso del mondo” (per dirla in termini hegeliani) come fece Adorno nei Minima moralia.
Al momento attuale (4 marzo 2026) è molto probabile che gli imperativi tecno-finanziari ed energetici portino a una sorta di “Santa Alleanza” contro l’Iran che tenterà di abbreviare il più possibile la guerra con distruzioni immani che andrebbero ad aggiungersi al genocidio compiuto nella striscia di Gaza. Si constata che non esiste, al momento una “massa critica” di opinione pubblica analoga a quella che si diffuse nel mondo ai tempi dell’aggressione statunitense al Vietnam, e che appellarsi al ruolo che potrebbe avere come peace–keeper l’Unione Europea equivale ad appellarsi a una realtà che non è uno Stato, mentre, qui, si fronteggiano Stati dotati di armi di distruzione di massa (più evolute, come nel caso degli U.S.A.) e meno evolute (come nel caso dell’Iran).
Di fronte agli imperativi finanziari ed energetici e ai mezzi di distruzione di massa disponibili, l’appello all’ “umanità”, al “buon senso” e al “Diritto internazionale” potrebbe essere ben poca cosa.
- Cfr. O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente (1918-1922), tr. it. Guanda, Parma, 2002, p. 1343. ↩︎
- Cfr. L. Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, Roma-Bari, 1999. ↩︎
- Cfr. F. Nietzsche, Al di là del bene e del male- La genealogia della morale, Opere di Friedrich Nietzsche, 20, tr. it. di Ferruccio Masini, a cura di Giorgio Colli, Mazzino Montinari, Giuliano Campioni, Adelphi, Milano, 1968, aforisma 242. ↩︎
- Cfr. O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, cit., p. 219. ↩︎
- Cfr. O. Spengler, L’uomo e la tecnica, tr. it. Il Settimo Sigillo, Roma, 1988, p. 45. ↩︎
- Cfr. W. Sombart, Der Moderne Kapitalismus, Duncker & Humblot, Berlin, 1916, II, sez. I, cap. 20 § 1. ↩︎
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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