La Tempesta di Shakespeare: quando la magia è politica
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(Immagine in evidenza: immagine di scena tratta da “Musical Café”)
“Noi siamo fatti della sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata da un sonno” (La tempesta, atto IV, scena I), così dice Prospero, il mago protagonista del dramma di William Shakespeare scritto tra il 1610 e il 1611, facendo eco a Pindaro (Pitica VIII, 95-97) e anticipando Calderón de la Barca (La vita è sogno, 1635).
Tuttavia, il dramma ha il proprio centro in una vicenda politica che sembra lontana dal mondo del sogno: il principe Prospero, spodestato e allontanato dal ducato di Milano, si serve delle sue competenze in materia di teurgia per riconquistare la figlia Miranda e il ducato. Egli provoca, infatti, una tempesta mentre suo fratello Antonio, usurpatore, e il re di Napoli, Alfonso, navigano da Tunisi e Napoli.
La tempesta porta Antonio e Alfonso incolumi sull’isola dove Prospero esercita il proprio potere sullo spirito dell’aria, Ariel, e sul mostro deforme Calibano (figlio di una strega e di un diavolo). Con i suoi incantesimi, e grazie ad Ariel, Prospero riesce a separare tutti i superstiti del naufragio in modo che ciascuno di essi creda gli altri morti. Poi, li fa incontrare.

Il figlio di Alfonso si innamora della figlia di Prospero, Miranda, un amore che resiste alle molte prove cui li sottopone Prospero il quale, infine, sempre con l’aiuto di Ariel, riesce a smascherare l’usurpatore Antonio e la complicità di Alfonso. A questo punto egli rinuncia alle arti magiche, lascia libero lo spirito dell’aria e riottiene il ducato di Milano che sarà unito al Regno di Napoli con il matrimonio del figlio di Alfonso e di Miranda.
E, con il monologo finale, chiede che anche gli attori siano liberati dai loro ruoli attraverso l’applauso del pubblico.
Magia e politica: un legame tutt’altro che inconsueto nell’età moderna
Il legame tra politica e magia è assai risalente: Giamblico di Calcide (245 d. C.-325 d. C.) teorizza la “scienza delle azioni divine” e la pratica su di essa fondata dell’azione su esseri umani ed elementi; a lui si ispira Massimo il teurgo, maestro dell’imperatore Giuliano.
La magia è la forma massima di potere sugli uomini e sulle cose che proseguirà – ne è ben consapevole Francis Bacon nel suo Novum Organum (1620) – con lo sviluppo della tecno-scienza.
Niente è quello che sembra nel mondo evocato dalla grande performance degli attori, in particolare di Graziano Piazza (Prospero) e di Guia Jelo (Ariel). La tempesta distruttrice non è forza della natura, ma opera di un uomo, il mago Prospero, che si trova invischiato nel potere magico, lo stesso potere che, alla fine, respinge, non a caso, in nome della libertà e dell’amore.
Quello che conta è “il coraggio di affrontare il futuro”, come dice Prospero alla figlia Miranda; ma, per farlo, occorre privarsi di tutto quello che è un tentativo di ingabbiare il futuro in una logica di guerra per il potere.
Tutto l’inquietante si dipana sotto gli occhi dello spettatore: un uomo che dispone del potere di distruggere le vite altrui, lo spettro del tradimento famigliare, la dura logica del servaggio nei confronti di creature come lo spirito dell’aria o Calibano, sempre nella cerchia del labirinto che costituisce il luogo stesso del dramma.
La scena compie un prodigio ben noto ad Aristotele: “Tragedia è […] imitazione di un’azione seria e compiuta, avente una propria grandezza, con parola ornata, distintamente per ciascun elemento nelle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione (kàtharsis) di siffatte emozioni” (Poetica, 50 a, 24-29, tr. it. di Diego Lanza).
Come non provare pietà per il mostro Calibano, interpretato in modo straordinario da Rita Fuoco Salonia, preda delle proprie passioni e assoggettato al mago?
Come non essere attraversati dalla paura di fronte allo scenario del labirinto in cui si muovono gli attori?
Il labirinto evoca la minaccia del Minotauro della tradizione greca, il mostro che divora chiunque si perda nei percorsi ingannevoli; ma evoca anche la minaccia del perdersi nei labirinti delle passioni che muovono l’agire politico, la lotta per il potere, il principio secondo il quale la violenza si abbatte soltanto con la violenza, l’inganno soltanto con l’inganno.
La rinuncia di Prospero ai propri poteri magici è la piena consapevolezza che il gioco del potere è un gioco a somma zero, un gioco in cui il guadagno di un partecipante corrisponde esattamente alla perdita dell’altro, in cui il vantaggio totale, umano, non aumenta, ma viene semplicemente spostato.
Ed è il rifiuto di questo gioco. Un rifiuto che l’arte drammatica porta sulla scena: “l’arte è la sola guida che abbiamo, al di là della religione. L’unica in grado di avvicinarci alla bellezza”, come ha affermato il regista dello spettacolo Alfredo Arias.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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