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L’arte come liberazione in una società asimmetrica

| TIZIANA CARENA

Tempo di lettura: 4 minuti

L’arte come liberazione in una società asimmetrica

Di fonte al naufragio del soggetto-principe del liberalismo classico (l’individuo responsabile) riparliamo di Marcuse, la “spia” critica della Scuola di Francoforte. Parlare di Marcuse oggi significa prendere atto di come le cose siano peggiorate dal tempo in cui egli scriveva. L’arte è per natura rivoluzionaria: viene dal basso e si oppone a qualsiasi imposizione dall’alto.

Tiziana C. Carena

Nel 2002 Guerini e Associati hanno pubblicato in un solo volume (a cura di P. Perticari, La dimensione estetica) alcuni dei più significativi saggi di Herbert Marcuse sull’arte come liberazione dal controllo sociale prodotto dalla società tecnologica.
Dal 2002 le forme di questo controllo si sono accentuate e moltiplicate con i progressi della telematica e la sua unione con il fenomeno delle “folle virtuali” e delle “piazze virtuali” e dei “social” (Facebook, Instagram, WhatsApp). Si sono moltiplicati i saggi che hanno lanciato l’allarme sui rischi per la democrazia liberale di un controllo di vertice delle masse. Fra i più recenti, G. Ziccardi, Tecnologie del potere (2019).

La società tecnologica

Il problema può essere semplificato così: la società tecnologica è asimmetrica non soltanto perché essa si basa su competenze non comuni, ma perché l’acquisizione di informazioni sugli utenti delle piattaforme informatiche avviene senza il loro consenso (meditato) e senza il loro consenso (meditato) vengono fatte circolare immettendo l’utente in situazioni nelle quali, sulla base dell’elementare nesso stimolo-risposta, esse possono configurare comportamenti nei quali soltanto apparentemente il soggetto agente agisce consapevolmente. I suoi gusti, registrati nelle piattaforme, lo espongono a un flusso di informazioni precostituite che suscitano in lui reazioni altrettanto precostituite eliminando la fondamentale libertà di scelta. Informazioni precostituite che riguardano l’ethos pubblico, il comportamento politico, le scelte politiche. Il soggetto-principe del liberalismo classico fa, qui, naufragio: l’individuo responsabile: come posso essere responsabile di scelte che compio sulla base di materiale precostituito? Non sono queste mie scelte, in realtà, scelte di altri? Scelte mie che sono scelte di un collettivo anonimo e irresponsabile?
Com’è lontano il mondo aristotelico della Retorica, dell’insegnamento dell’arte della persuasione! Oppure questo mondo è straordinariamente vicino, con mezzi a disposizione impensabili nel IV secolo a. C.? Non assistiamo, forse, a una rinascita, potenziata, addirittura, dell’universo della Sofistica del V secolo a. C.? I sofisti, coloro che si facevano pagare per insegnare a persuadere? Adesso, è tutto ‘testato’ con un like, “mi piace” o “non mi piace”, con un sì o con un no. Senza alcuno spirito critico. Ma con l’enfatizzazione del “chi è con me” e “chi è contro di me”. La diade “amico/nemico” che, secondo Carl Schmitt, fonda il politico.

Uscire da una servitù volontaria

Quando Marcuse scriveva, la società telematica era ancora di là da venire. E le forme di controllo erano molto più imprecise. Ma immagini allarmanti della connessione tra situazioni di folla e controllo di vertice di tali situazioni erano state, indirettamente, lanciate da G. Le Bon già nel 1895 da S. Freud nel 1921 e da S. Čakotin nel 1950 (quest’ultimo, di matrice comportamentista). Del resto, delle folle eterodirette aveva già parlato David Riesman (La folla solitaria, 1950).
In che modo la “dimensione estetica”, il “mi piace” o il “non mi piace” può aiutarci a uscire da una condizione di “servitù volontaria”, per usare l’espressione di un autore cinquecentesco di Etienne de la Boetie? Secondo Marcuse l’arte (fondata proprio sul “mi piace” e sul “non mi piace”, sul sentimento estetico, dunque) è contro qualsiasi establishment, contro qualsiasi sistema eterodiretto. Perché essa è vita, cambiamento, alla ricerca delle condizioni essenzialmente conformi alla vita umana. Questo significa che l’arte è per natura “rivoluzionaria”: come, in effetti, sostiene Marcuse in La vita estetica e in La dimensione estetica. Il che significa che l’arte viene dal basso e si oppone a qualsiasi imposizione dall’alto. Essa educa a trascendere i limiti socialmente e culturalmente dati e comporta sempre un rivoluzionamento degli stili di vita. In trasparenza, queste tesi si leggono già in Eros e civiltà.

Principio del piacere vs. principio di realtà

È noto che Marcuse si basa sulla psicanalisi freudiana; ma ha operato una scelta: egli esalta il principio di piacere, là dove Freud esalta, invece, il principio di realtà; si sa che, per Freud la repressione sociale delle pulsioni istintuali è la matrice del progresso sociale (Disagio della civiltà). Per Marcuse, la società auspicabile per il futuro (cinquant’anni fa) era una società in cui il lavoro sarebbe diventato gioco estetico, non sarebbe esistito più alcun rapporto fra lavoro e salario e i rapporti sociali sarebbero stati autogestiti. Per certi aspetti, si trattava di una radicalizzazione degli assiomi del liberalismo, con proiezioni nell’anarchismo.
Per il Marcuse de L’uomo a una dimensione (1964) l’eterodirezione delle folle è funzionale a un sistema economico che produce mezzi di distruzione di massa, anziché produrre una vita più umana. L’arte autentica, a questo punto rompe con il “politicamente corretto” e ridefinisce il “mi piace” in senso anti-sistema.
Non è un caso che Marcuse, “fiore all’occhiello” della Scuola di Francoforte, punti il dito contro l’aumento dell’incidenza delle comunicazioni di massa sulla politica: le comunicazioni di massa gli sembravano enfatizzare gli aspetti più barbarici e inumani dei comportamenti collettivi. La corsa agli armamenti, anziché l’incidere sulla fame nel mondo rivelava una scelta precisa: la politica di potenza anziché la politica umana. Qui si inseriva la teoria critica di Marcuse cui non è estraneo il motto “Fai arte, non la guerra!”
Parlare di Marcuse oggi significa prendere atto di come le cose siano peggiorate dal tempo in cui egli scriveva. E significa rivendicare l’urgenza del pensiero critico. Oggi non è soltanto la guerra a minacciare la nostra vita. È l’incuria colpevole dell’ambente. Non si napalmizza nessuno, ma si riempiono di plastica i mari. Non si gasa nessuno, ma si creano le condizioni climatiche perché intere popolazione abbandonino la loro terra (i nuovi migranti climatici). Ormai, del resto, i contributi degli intellettuali denunciano l’urgenza di un pensiero critico: dalle opere di Bauman, alle opere di Chomsky. Un pensiero critico che attacca un modo di produrre e di distribuire la ricchezza.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.