L’ecologia industriale per risolvere il conflitto tra industria e ambiente

L’industria può liberare dalla miseria, assicurare lavoro e creare benessere, ma – per ineluttabili leggi termodinamiche e chimiche – inevitabilmente altera e inquina l’ambiente. Soltanto attraverso una migliore conoscenza dei processi e delle merci, delle materie prime e dei residui si possono ottenere, insieme, cicli produttivi integrati e puliti, occupazione e benessere.

Giorgio Nebbia
nebbia@quipo.it

Tutta la storia moderna dell’ambiente è stata caratterizzata dal contrasto, talvolta dal conflitto, fra “industria” e ecologia: la maniera industriale – si è detto e si dice ancora – di produrre merci e servizi inevitabilmente altera e inquina l’ambiente. D’altra parte, il mondo industriale spesso si è difeso ricordando che l’industria libera dalla miseria, assicura lavoro e crea benessere.
Le due posizioni sono vere entrambe. La liberazione dalla fame, dal freddo, la possibilità di conoscere e di comunicare e di avere una buona salute dipendono dalla disponibilità di oggetti e servizi prodotti con processi “industriali”, capaci cioè di trasformare le risorse naturali – prodotti agricoli e forestali, minerali, fonti di energia fossili, ma anche energie rinnovabili – in beni materiali, utili, su larga scala, in grandi quantità e di qualità omogenea, grazie al lavoro.

Nonostante i progressi, alterazioni ambientali sempre più rilevanti

Ma è altrettanto vero che ogni processo industriale, nel trattare e trasformare le risorse della natura, genera – per ineluttabili leggi termodinamiche e chimiche – delle scorie e altera i caratteri dell’ambiente: le scorie e le alterazioni ambientali dipendono dalle materie di partenza scelte e dal processo di trasformazione. Nel corso di tutta la rivoluzione industriale, con una invenzione dopo l’altra, è stato possibile ottenere lo stesso prodotto – acciaio o cibo o plastica – con sempre minori effetti inquinanti.
L’aumento della popolazione mondiale e della quantità di merci “industriali” in circolazione sta però provocando alterazioni ambientali sempre più rilevanti, per l’attuale generazione, per coloro che godono, oggi, dei beni offerti dalla “industria”, ma anche per coloro che ne sono ancora esclusi e per le generazioni future.

Ispirarsi ai cicli naturali

I metodi per diminuire i costi ambientali dell’industria sono l’oggetto di studio di una disciplina relativamente nuova, almeno come nome, l’“ecologia industriale” ossia la ricerca di materie e cicli produttivi industriali meno dannosi dell’ambiente. Il termine “ecologia industriale” è diventato popolare in seguito ad un articolo di Robert Frosch e di Nicholas Gallopoulos apparso nella rivista “Scientific American” (in Italia “Le Scienze”) nel marzo 1989. A dire la verità il termine “ecologia industriale” era stato usato per la prima volta da Harry Zvi Evan nel corso di una conferenza della Commissione Economica Europea a Varsavia nel 1973.
Erano gli anni della “primavera dell’ecologia” e il nome “ecologia”, parola magica, stimolava a esaminare la maniera in cui venivano prodotti merci e servizi per riconoscere come modificarli per consumare meno materie prime e inquinare di meno. A guardare ancora più indietro, già negli anni venti del Novecento, all’inizio della industrializzazione sovietica, era stato proposto di operare con cicli produttivi integrati e, più tardi con cicli produttivi senza (o con la minima quantità di) rifiuti, ispirandosi ai cicli naturali nei quali la natura “funziona” riciclando tutto.

Studiare i cicli produttivi per creare simbiosi industriale

Lo studio dei “cicli produttivi” era comunque stato affrontato anche in Italia nell’ambito della Merceologia; al 1948 e al 1950 risalgono due libri, ormai rari e dimenticati, intitolati “I cicli produttivi” di Walter Ciusa, un professore che ha insegnato nelle Università di Bari e Bologna e che ha fatto introdurre nelle Facoltà di studi economici una disciplina di “Tecnologia dei cicli produttivi”, la cui prima cattedra è stata istituita nell’Università di Bari nel 1961.
La “filosofia” dell’ecologia industriale parte dal principio che qualsiasi sottoprodotto o residuo di un processo produttivo può rappresentare una materia prima in entrata per un ciclo produttivo successivo. L’idea dei “poli industriali”, che ispirò, purtroppo con poco successo, l’industrializzazione in molte zone del Mezzogiorno, era basata su questo principio di “simbiosi industriale”. Al fianco di una nuova industria era prevista un’altra fabbrica che avrebbe dovuto essere alimentata dai prodotti e sottoprodotti della prima, proprio come avviene in piante e animali che vivono in simbiosi, scambiandosi sostanze nutritive. Ad esempio, in un grande stabilimento siderurgico, come quello di Taranto, nell’altoforno si formano come residui dei materiali, le “loppe”, che possono essere utilizzate da un cementificio, e dei gas che possono alimentare una centrale termoelettrica che fornisce l’elettricità all’acciaieria o ai cantieri che utilizzano l’acciaio, eccetera.

Occasioni perdute per errori e miopia

Un altro esempio avrebbe potuto essere il polo industriale di Manfredonia: il metano dei vicini giacimenti avrebbe dovuto essere utilizzato per produrre ammoniaca e fertilizzanti; con i sottoprodotti avrebbe dovuto essere ottenuto il caprolattame e da questo il nailon e il ciclo avrebbe dovuto proseguire con stabilimenti di filatura e tessitura. Purtroppo, il ciclo si fermava al caprolattame e i residui utili sono stati fonti di inquinamento e quindi di conflitti sociali. Molti altri dolorosi esempi di errori e miopia si trovano nella storia dell’industrializzazione del Mezzogiorno italiano.
E invece la simbiosi industriale funziona: nella città danese di Kalunborg una raffineria di petrolio cede i suoi sottoprodotti per alimentare una centrale termoelettrica; calore di rifiuto, elettricità e prodotti petroliferi sono materie prime per una industria farmaceutica, per una fabbrica di enzimi e un’altra di pannelli di plastica, per il riscaldamento urbano e per il trattamento dei rifiuti della città.
Un grande polo industriale può diventare una fonte concentrata di rifiuti e di inquinamento, oppure può rappresentare una opportunità per cicli produttivi integrati e puliti, occupazione e benessere; la differenza dipende dalla conoscenza dei bilanci di materia e di energia di ciascun ciclo produttivo. Pur ancora con grandi contraddizioni, lo strano “capitalismo comunista” cinese si ispira ad una “economia circolare”, con la massima riutilizzazione di tutti i sottoprodotti.
L’ecologia industriale può però avere successo soltanto attraverso una migliore conoscenza dei processi e delle merci, delle materie prime e dei residui; questi diventano “rifiuti”, fonti di inquinamenti, conflitti e dolori, solo perché non si sa che cosa contengono e come possono essere riutilizzati.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA
Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

GIORGIO NEBBIA

Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

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