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Lezioni di pedagogia, il disagio sociale degli adolescenti. Le condotte devianti e la deresponsabilizzazione del gruppo

| TIZIANA CARENA, Luisa Piarulli

Tempo di lettura: 10 minuti

Lezioni di pedagogia, il disagio sociale degli adolescenti. Le condotte devianti e la deresponsabilizzazione del gruppo
Lezioni di Pedagogia affronta in questa quarta puntata il disagio sociale, la sofferenza degli adolescenti nelle diverse forme di disadattamento. Il comportamento deviante, in particolare la devianza minorile, ha particolare rilievo dal punto di vista sociale.

Lezioni di Pedagogia è la rubrica di rivistaeco.it che tratta diversi temi formativi per sensibilizzare su argomenti che riguardano l’essere umano in tutte le sue fasce di età. Sono conversazioni di Tiziana Carena con la pedagogista Luisa Piarulli, della quale sono apparsi in “.eco” (edizioni a stampa e online) diversi interventi e recensioni di suoi lavori.

La devianza minorile: com’è cambiata nel tempo? 

Il termine devianza rappresenta un concetto ipercomplesso, multifattoriale e multidisciplinare, in quanto dinamico e fortemente influenzato dalle variabili storiche, culturali e sociali. Proprio per questo motivo, essa assume caratteristiche differenti a seconda delle epoche, dei contesti e delle aree geografiche in cui si manifesta: è un concetto sociale, politico, culturale appunto.

Etimologicamente, il termine deriva da deviare, ovvero “prendere un’altra strada” rispetto a quella stabilita dal gruppo sociale di riferimento, solitamente la maggioranza e in nome di una democrazia, che, attraverso norme e leggi condivise, stabilisce ciò che è considerato normale, conforme. La loro inosservanza può comportare sanzioni di varia natura: dalle pene giuridiche nei casi più gravi, fino all’emarginazione sociale nelle situazioni più comuni. Un esempio emblematico, seppur lontano nel tempo, è rappresentato dall’omosessualità. Nell’antica Grecia essa era considerata una pratica del tutto naturale, integrata nei costumi e nei valori educativi e culturali dell’epoca, specialmente nelle relazioni tra giovani e adulti. Al contrario, nel contesto occidentale moderno, fino al 17 maggio 1990, l’omosessualità era classificata come disturbo mentale all’interno del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). Questo esempio evidenzia come i comportamenti non siano giudicati in modo uniforme dai diversi gruppi sociali: ciò che in una società o in un’epoca è considerato accettabile o persino virtuoso, in un altro contesto può essere percepito come deviante. 

Vista la leggerezza con cui talvolta si usano le parole e l’assenza di un’analisi che non si fermi in superficie, la riflessione pedagogica, in quanto attenta alla formazione della persona e ai processi di inclusione, non può che intrecciarsi in modo trasversale con lo studio della devianza, interrogandosi su cause, percorsi e possibilità di intervento educativo. In particolare, il fenomeno della devianza minorile non può essere ridotto a un semplice scostamento dalla norma, ma va compreso come il risultato di intrecci profondi e stratificati tra fattori sociali, culturali, politici, educativi e antropologici. Comprendere questi intrecci è fondamentale per sviluppare risposte efficaci e realmente inclusive, che devono necessariamente basarsi su un approccio multidisciplinare, capace di cogliere la complessità del vissuto dei giovani e delle dinamiche che li coinvolgono.

La delega educativa, così come la semplice repressione dei comportamenti devianti in età minorile,  che apre la via alla stigmatizzazione, non rappresentano soluzioni efficaci né sostenibili. La pedagogia contemporanea si fonda sull’idea che non si nasce devianti, contrariamente a quanto affermava Cesare Lombroso alla fine dell’Ottocento con la sua teoria del “criminale per nascita”, ma lo si diventa all’interno di contesti e dinamiche complesse. Uno dei contributi teorici più significativi per comprendere il fenomeno della devianza, e in particolare quello giovanile, è rappresentato dalla teoria dell’etichettamento (labeling theory) elaborata da Howard S. Becker negli anni Sessanta. Secondo Becker, la devianza non è una qualità intrinseca dell’atto o della persona, ma il risultato di un processo sociale attraverso il quale alcuni comportamenti vengono etichettati come devianti da parte delle autorità o della maggioranza. Ipercomplessità assoluta!

Educazione e formazione non possono dunque essere considerate strumenti secondari o risposte emergenziali da attivare solo in presenza di “casi problematici”. Affrontare il fenomeno della devianza minorile in chiave esclusivamente repressiva o giudiziaria significa ignorare le cause profonde, spesso legate a esclusione sociale, povertà educativa, fragilità familiari, mancanza di opportunità, e rinunciare al compito fondamentale dell’educazione: prevenire, includere, accompagnare e trasformare. Occorre un patto educativo di corresponsabilità che coinvolga famiglia, scuola, comunità, istituzioni e territorio, tenendo conto degli studi e delle ricerche sociologiche. 

La spettacolarizzazione attraverso i video delle azioni di bullismo sia femminile, sia maschile che cosa ci dice?

I dati dell’Osservatorio sul bullismo aggiornato a febbraio 2025 restituiscono una fotografia allarmante della situazione: il 60% degli studenti è vittima di violenza a scuola, luogo per eccellenza di ritrovo e di terreno fertile ove esprimere ogni forma di disagio e di conflitto implicito e connaturato al processo stesso di formazione adolescenziale. «[…] la scuola rappresenta il principale teatro di episodi di violenza e bullismo (64%), seguita dai social (24%) e da ambienti esterni. Questa situazione sottolinea la necessità di interventi urgenti per rendere gli istituti scolastici luoghi sicuri per tutti gli studenti».1 

Tuttavia, è irrealistico pensare che la scuola, per quanto rivesta un ruolo determinante, possa costituire l’unico luogo di intervento educativo. La famiglia, con le sue dinamiche interne e le trasformazioni che ha subito nel tempo, così come le palestre, le associazioni sportive e ogni altro contesto di socializzazione, contribuiscono in modo significativo alla costruzione dell’identità e dei comportamenti dei minori. Il fenomeno della devianza, in quanto multifattoriale e ipercomplesso, richiede un’analisi profonda che tenga conto di tutte le influenze che agiscono “a monte”. Solo adottando una prospettiva sistemica e integrata è possibile cogliere il significato profondo di tali comportamenti e promuovere risposte educative realmente efficaci.

«Quando c’è il bullismo sono coinvolte dimensioni intrapersonali (aspetti personologici), dimensioni interpersonali (aspetti emotivo-relazionali), dimensioni socio-culturali (rete sociale e aspetti culturali), sia di tipo esplicito che di tipo implicito […]. Tutte le informazioni sulle dimensioni costitutive del bullismo sono esclusivamente utilizzabili all’interno di un paradigma probabilistico, mai deterministico, che non riconosce linearità unidirezionali di tipo causa-effetto […]».2

Fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo non possono essere ridotti a mere “devianze giovanili”, ma vanno compresi come messaggi forti e precisi rivolti al mondo adulto. Sono, in molti casi, grida silenziose che urlano: “Io esisto, io sono una persona”. I giovani, alla ricerca di sostegni, di mentori, si affidano al gruppo dei pari, com’è naturale che sia; tuttavia, parallelamente, avrebbero bisogno di figure adulte credibili, presenti, autorevoli e motivanti. Troppo spesso, però, non le trovano. E allora alzano il tono, esprimono il disagio con maggiore forza, poiché non si sentono visti né ascoltati da un mondo adulto ripiegato su sé stesso, ferito, narciso, segnato da biografie incompiute e storie irrisolte. La sua presenza si manifesta talvolta in forme di potere autoritario, altre volte in un lassismo educativo, oppure in una sorta di sapienza pedagogica arcaica e non più adeguata. Assistiamo pure ad una profonda crisi di ruolo: adulti disorientati che diventano “figli dei loro figli”, incapaci di guidare, accompagnare, sostenere. È il riflesso di un duplice processo sociale: da un lato, l’adultizzazione precoce dell’infanzia; dall’altro, l’infantilizzazione dell’adulto, che rinuncia al proprio ruolo formativo e generativo.

Eppure sono anni che le comunità pedagogiche sono impegnate a svolgere corsi di formazione agli insegnanti, agli studenti e ai genitori; anche la letteratura scientifica si è implementata oltremodo così come l’intervento legislativo (legge 17 maggio 2024 n. 70). «Nell’ambito delle istituzioni scolastiche sono previsti, in aggiunta a quanto previsto dalla Legge n. 71/2017 e dalle Linee di Orientamento per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di Bullismo e Cyberbullismo emanate dal Ministero dell’istruzione e del merito nel 2021, ulteriori obblighi».3

Eppure il fenomeno del bullismo continua a crescere piuttosto che a diminuire assumendo forme sempre più elaborate e sofisticate a dimostrazione del fatto che sono le dinamiche socio-culturali la causa fondante del fenomeno: l’individualismo esasperato, la liquidità dei valori, la tecnologizzazione, la medicalizzazione, l’analfabetismo funzionale degli adulti4 e altro ancora: elementi che alimentano solitudine, paura, ansie, smanie di potere nelle mani di pochi, assenza di pensiero critico, esclusione sociale e/o autoisolamento (ritiro sociale).

Si punta il dito sui nostri giovani. Forse andrebbe capito che il bullismo, in tutte le sue forme e caratteristiche di genere, non è che la punta dell’iceberg. Tornare alla pedagogia della domanda è essenziale. Come sono cambiati i ruoli sociali? Quali sono le reazioni?

Il fenomeno del bullismo, sia maschile, sia femminile è in aumento. Una violenza che non si ferma    nell’età adulta, nel mondo relazionale. Perché?

Dopo anni di osservazione e di esperienze sul campo, posso affermare, quasi con assoluta certezza nonché amarezza, che la mancanza di pedagogia e di pedagogisti esperti nelle scuole, nei luoghi di I Care (cura educativa) e sul territorio in generale, nonché il processo di urbanizzazione della pedagogia hanno prodotto parte del disastro educativo attuale; «la pedagogia è stata ed è, molto spesso, una terra di nessuno, soggetta a presenze e a scorrerie di diverso tipo con risultati talora scoraggianti» (R. Fornaca). Quando una società non riconosce il potere buono dell’Educazione, l’empowerment della persona al centro, essa perde grandi opportunità di crescita individuale e sociale e produce innumerevoli forme di disagio. Le conseguenze si rivelano a breve e a lungo termine. Il bullo di oggi, presumibilmente a sua volta vittima, ha scarsa autostima, difficoltà empatica, un probabile clima familiare di violenza o sopraffazione o assenza, o scarsa partecipazione emotiva, una sessualizzazione precoce. Ma non si vede o non si vuol vedere. Così, non è inconsueto ascoltare espressioni come: “Poi passa, si cresce, s’impara, si sopravvive!”. Si tratta di banali luoghi comuni che nei giovani accentuano dolore e malessere.

«Secondo uno studio di Dan Olweus, il 60% dei giovani che in età scolare erano stati etichettati come bulli risulta essere stato in carcere almeno una volta, prima di aver compiuto 24 anni. Si verificherebbe […] il fenomeno di cristallizzazione della devianza […]. Anche per le vittime di bullismo ci sono conseguenze a lungo termine […].5 Dunque, un comportamento deviante, se non intercettato e trasformato per tempo, tende a consolidarsi e a diventare parte integrante dell’identità della persona.

Il bullo di oggi in futuro potrà, verosimilmente, esercitare mobbing sul luogo di lavoro o violenza nei rapporti di coppia, non avere contezza dell’importanza della relazione educativa con i figli, replicando schemi violenti o anaffettivi (“con le botte sono cresciuto lo stesso”). Allo stesso modo, la vittima di oggi rischia, in futuro, di sviluppare una personalità fragile e sottomessa, incline a subire violenza fisica e/o verbale, incapace di reagire, di affermare sé stessa, di riconoscere il proprio valore. Potrebbe diventare l’adulto iper-performante, che fa sempre di più, che non è mai soddisfatto, che ha un bisogno costante di approvazione degli altri. È la conseguenza di un’identità non sufficientemente riconosciuta e valorizzata. Per un’analisi accurata di certe dinamiche personali e intrapersonali suggerisco di affidarsi all’ampia letteratura scientifica: un dovere per le professioni di cura. Per ora, m’interessa ribadire quanto sia importante educare prima, durante e dopo: un processo inarrestabile e sistemico. Educare a che cosa? Alla relazione, alla comunicazione efficace (rimando alla teoria dell’agire comunicativo di Habermas),6 all’empatia: ciò costituisce la base per educare al rispetto dell’altro e della sua unicità, al valore della diversità, al Noi e, speriamo, a coltivare la cultura della pace.

La “vetrinizzazione sociale” è un tentativo improprio di sconfiggere l’invisibilità che sentono “dentro”?

La vetrinizzazione sociale, cioè la tendenza a esporsi costantemente agli sguardi altrui, a trasformarsi in oggetti da mostrare, può essere interpretata come una forma moderna di reificazione, secondo l’accezione marxiana del termine. Marx descriveva la reificazione come quel processo in cui l’essere umano, e in particolare il lavoratore, veniva ridotto a cosa, a merce tra le merci, privo di soggettività, valore umano intrinseco e profondità relazionale. In un mondo dove l’identità viene sempre più costruita attraverso i like e le visualizzazioni, un mondo virtuale, dunque inesistente, l’individuo è nuovamente ridotto a merce. Cosicché, la liquidità socio-culturale teorizzata da Zygmunt Bauman si manifesta pienamente. La velocità, l’instabilità e la frammentazione delle relazioni e dei significati impediscono la sedimentazione del pensiero, l’elaborazione critica, il dialogo autentico con l’Altro. La cultura liquida rende difficile sostare, riflettere, interrogarsi: tutto deve essere immediato, “consumabile”, pronto per essere esibito. 

Oggi, poi, è in voga il principio della imprenditorialità, una delle competenze che i giovani devono acquisire (le otto competenze europee). Come in molti altri casi, il termine, a mio parere, è stato frainteso: da valore potenzialmente emancipativo (prendere in mano la propria vita, essere autori del proprio destino), ora rischia di trasformarsi in una gabbia (è un caso che un numero significativo di giovani brillanti menti vada via dal nostro Paese?). La competenza dell’essere “imprenditori di sé stessi” viene ridotta a slogan, svuotata di contenuto critico, e proposta come un imperativo performativo e competitivo. Non si tratta più di liberare il potenziale umano, ma di adattarsi costantemente alle richieste del mercato, reinventarsi, ottimizzarsi, vendere sé stessi. È brutto e difficile!

È uno scenario altamente preoccupante ed è per questo che dedico parte dei miei ultimi lavori al concetto di ri-umanizzazione del sociale, alla formazione del pensiero attraverso i laboratori di pratica riflessiva: la priorità. La riflessione richiede tempo, attenzione, profondità. Ma in un ecosistema dominato dalla superficialità comunicativa (tweets, stories, contenuti effimeri), viene meno lo spazio mentale per la complessità. La mancanza di tempo diventa quindi anche mancanza di pensiero. E in assenza di pensiero critico, l’altro non è più riconosciuto come Altro, ma semplicemente come competitor, cliente, spettatore o specchio

Questi, in buona parte dei casi, sono i modelli culturali, impliciti ma pervasivi, che offriamo ai nostri giovani che, a buona ragione, non ci stanno più. Le loro reazioni sono svariate e polarizzate: ribellione o isolamento, paura o aggressività, provocazione o silenzio, rabbia rivolta verso sé stessi o verso gli altri. Ricordiamo che i bulli scelgono la loro vittima sacrificale, che non è mai casuale. Mi preoccupano non poco le risoluzioni restrittive e punitive che si prospettano ed è per questo che rimarco i danni prodotti dall’assenza di Pedagogia a favore di interventi psicoterapeutici, farmacologici e repressivi che mortificano anche il ruolo educativo-formativo delle famiglie.

Sé reale, sé ideale, sé sociale: tre dimensioni naturalmente in conflitto in adolescenza, un conflitto tutt’altro che patologico: è il cuore del processo evolutivo che conduce alla maturazione dell’identità grazie a un percorso educativo efficace e armonioso. Oggi, spesso, mancando le condizioni per raggiungere l’obiettivo, si tende ad usare indiscriminatamente i termini “devianza” o “disturbo”, senza farsi domande responsabili, criminalizzando il disagio, punendo il conflitto anziché educare al conflitto, etichettando. Ancora la pedagogia della domanda: perché i giovani uccidono, picchiano, aggrediscono? Che cosa ci stanno dicendo? Con questo non voglio dire che non sia giusto sanzionare ma osserviamo il sommerso!

La “maranza” e le nuove gang, specialmente a Milano, la città metropolitana per eccellenza, ma anche la città multietnica con tutte le criticità: perché Milano sembra essere al primo posto per questo fenomeno sociale giovanile?

Milano è la città sognata, la città della moda, della ricchezza, dell’eleganza a cui tutti aspirano, ma non è una città per e di tutti. È la grande metropoli il cui fascino inquieta perché inarrivabile a certe condizioni. Carismatica ma irraggiungibile. Ricchezza e povertà sono i poli opposti che la contornano. Il centro di Milano e le sue periferie restituiscono la nitida fotografia dell’oggi: narcisismo, ostentazione, individualismo, autocelebrazione, snobismo, innovazione, estetica da una parte e miseria educativa ed economica dall’altra espressa con forme di devianza e criminalità reali, che non fanno che accentuare la marginalizzazione sociale e l’esclusione sia dei giovani italiani che della moltitudine di minori stranieri anche di seconda generazione. Tuttavia va precisato che fenomeni di devianza avvengono anche nelle classi sociali medio -alte, secondo i dati disponibili. Forse che la miseria sia solo educativa?  Il fenomeno delle “maranze” (gruppi giovanili caratterizzati da comportamenti provocatori, abbigliamento vistoso, linguaggio gergale e talvolta atteggiamenti aggressivi o antisociali) e delle nuove baby gang, a Milano comunque trova terreno fertile; non casualmente la città è stata definita “incubatrice del disagio giovanile”. Le gang, come le maranze, diventano luoghi simbolici di identità, forza, visibilità: forme alternative (e spesso devianti) di riconoscimento. 

Il punto è sempre lo stesso: il riconoscimento della persona come volto (Lévinas). Milano è una città simbolo, e quindi anche specchio di un Paese che fatica a educare e a includere le nuove generazioni. Un fenomeno destinato ad estendersi per quanto si parli di inclusione sociale. C’è molto, moltissimo lavoro da fare e non posso che augurarmi che giovani pedagogisti emergenti possano fermamente continuare a credere nella forza dell’Educazione, a lottare “scientificamente” per affermare il valore della scienza pedagogica, così come molti di noi “vecchi” pedagogisti continuiamo a fare.

Forse è il momento di rimettere al centro la Pedagogia, intesa come capacità di ascolto, di presenza, di cura, di dialogo. Un’educazione che non si limiti a intervenire quando “succede qualcosa”, ma che sappia abitare il tempo della crescita, con continuità, con pazienza, con umanità. C’è bisogno di alleanze. Di adulti consapevoli, non perfetti. Di scuole che si sentano parte della comunità, non isole. Di famiglie che non si sentano sole. Educare non è semplice ma è possibile, a patto di farlo insieme, con uno sguardo lungimirante, con mani che sostengono e non puniscono, con parole che costruiscono e non etichettano. È Utopia? Forse, ma vale la pena provarci, pedagogicamente parlando.

Anticipiamo, come di consueto, il tema della prossima Lezione di Pedagogia: L’inclusione: percorsi di ricerca nelle scienze umane.

  1. https://vivipress.com/2025/02/07/bullismo-a-scuola-il-60-degli-studenti-e-vittima-di-violenza-i-dati-shock-dallosservatorio-sul-bullismo-2025/ ↩︎
  2. DAMIANI P., PIARULLI L., Il bullismo non esiste? Catanzaro, 2010, p. 61 ↩︎
  3. https://www.studiocataldi.it/articoli/46838-bullismo-e-cyberbullismo-cosa-prevede-la-legge-702024.asp ↩︎
  4. https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_10.12.2024_11.00_26310263
    In Italia oltre un terzo degli adulti è in una condizione di analfabetismo funzionale e quasi la metà ha grosse difficoltà nel ‘problem solving’. In generale, l’indagine Piacc dell’Ocse sulle competenze degli adulti vede la Penisola agli ultimi posti tra i Paesi industrializzati (all’ultimo tra i big). ↩︎
  5. DAMIANI P., PIARULLI L., Il bullismo non esiste? cit., p. 64 ↩︎
  6. Ib., p. 90 ↩︎

Nelle puntate precedenti di Lezioni di pedagogia:

prima lezione, Un approccio protopico alla pedagogia della cura;

seconda lezione, droghe comportamentali e le dipendenze nell’adolescenza;

terza lezione, L’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale dal punto di vista pedagogico


Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.