L’Italia quest’anno il 15 maggio aveva già consumato un pianeta
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Una settimana prima dello scorso anno, il nostro Paese ha raggiunto la soglia di impronta ecologica consentita dalla biocapacità del pianeta Terra. A maggio i principali paesi europei hanno cominciato a consumare più di un pianeta. A danno di chi consuma meno e di tutte le forme di vita. È un’impronta indelebile che rimarrà a vergogna nostra nei confronti di chi verrà dopo.
Anche quest’anno siamo arrivati prima del tempo.
Prima del tempo a consumare le risorse a nostra disposizione sulla Terra. Di conseguenza per sopravvivere dobbiamo attingere al futuro.
La logica, la regola diciamo, vorrebbe che questo giorno coincidesse con il 31 dicembre, cioè con il finire dell’anno durante il quale la popolazione terrestre si accinge a esaurire il consumo di tutte le risorse che la Terra le ha messo a disposizione prima di cominciare a rigenerarle per l’anno seguente e così via, di anno in anno.
Da molti anni non è così e questo giorno capita sempre prima, verso metà agosto. Ma per molti Paesi arriva addirittura prima di giugno.
Italia: molti sprechi, poche risorse
Quest’anno in Italia che è Paese di grandi consumi (e sprechi) e di scarse risorse (naturali), la data è stata individuata nel 15 maggio, una settimana prima dell’anno scorso. Dal giorno dopo o si stringe la cinghia (cosa che generalmente non avviene) o si cerca di far fronte alle esigenze attingendo al bene comune natura le cui risorse, non rinnovabili in tempi storici, si vanno progressivamente assottigliando. Per esempio, ma è solo uno dei molti esempi, incrementando la pesca, motivo per cui nel Mediterraneo si trova sempre meno pesce.
Come se non bastasse – e, ormai, non v’è chi non lo sappia – il clima terrestre è in rapido mutamento e, tra le altre, molte sono le ricadute negative sull’agricoltura.
I ricchi sopravvivono a spese dei poveri
Ne risentono fortemente la quantità e la qualità dei raccolti; i prezzi dei prodotti agricoli aumentano e l’alimentazione con i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento diventa sempre meno possibile per tutti.
I Paesi ricchi riescono più a lungo a sopravvivere, ma a spese di quelli più poveri per quanto più ricchi di risorse naturali. Per rendersi conto di come stanno le cose è stato calcolato di quanti “pianeta Terra” sarebbero necessari misurando questa necessità con gli stili di vita dei vari Paesi. Il risultato è che se tutti vivessero come australiani e statunitensi ce ne vorrebbero cinque di Terra; circa tre se il modello fosse quello di russi, tedeschi, svizzeri, francesi, inglesi e giapponesi; due e mezzo se fosse quello degli italiani. Agli indiani ne basterebbe mezzo.
Partire dal locale per invertire la tendenza
Sono esempi, numeri, avvertimenti. Poi da domani si ricomincia. Pronti a piangerci addosso quando fra un anno ci si renderà conto che l’“Overshoot day”, come si chiama questo giorno nel quale “si va oltre” le possibilità naturali, cadrà ancora prima di quest’anno.
Questo far poco o niente ha ricadute sul Villaggio “globale” Terra e sui 7,5 miliardi di abitanti. Ma è dal “locale” di ciascuno di questi miliardi di abitanti che si deve partire per invertire la tendenza. Dico ciascuno, ma so e sappiamo bene che quelli che incidono pesantemente sui problemi del villaggio sono poco più di un miliardo. Quelli, che volendo tenere sempre la cinghia larga, attingono dal piatto degli altri lasciando sulla Terra un’impronta indelebile che rimarrà a vergogna nostra nei confronti di chi verrà dopo.
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- UGO LEONE
- Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.
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