Non di soli soldi è fatto il progresso: la visione lungimirante di Domenico De Masi

Ripubblichiamo un articolo di Domenico De Masi, scomparso in seguito a una improvvisa malattia. Nel numero di settembre 2021 di “.eco”, sezionando il PNRR, il grande sociologo spaziava nel tempo, guardando al “dopo” 2026, e confrontava il nostro paese con i vari paesi europei. Una lettura tuttora attualissima per capire le differenze tra il Piano Conte, il Piano Draghi e i ritardi e gli errori di oggi. Tra i temi trattati da De Masi, alcune delle proposte che lo caratterizzavano; la diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Perché, ricordava, si rischia di perdere più posti di lavoro di quanti se ne creano.

di Domenico De Masi

Leggi anche il ricordo di De Masi scritto da Ugo Leone.

Il testo ufficiale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, alla pag.13 riassume l’iter del Piano stesso. In risposta alla crisi pandemica, «il 27 maggio 2020, la Commissione europea ha proposto lo strumento Next Generation EU, dotato di 750 miliardi di euro, oltre a un rafforzamento mirato del bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2021- 2027. Il 21 luglio 2020, durante il Consiglio Europeo, i capi di Stato o di governo dell’UE hanno raggiunto un accordo politico sul pacchetto.

Nel settembre 2020, il Comitato interministeriale per gli Affari Europei (CIAE) ha approvato una proposta di linee guida per la redazione del PNRR, che è stata sottoposta all’esame del Parlamento italiano. Il 13 e 14 ottobre 2020 le Camere si sono pronunciate con un atto di indirizzo che invitava il Governo a predisporre il Piano garantendo un ampio coinvolgimento del settore privato, degli enti locali e delle forze produttive del Paese.

Nei mesi successivi, ha avuto luogo un’approfondita interlocuzione informale con la task force della Commissione europea. Il 12 gennaio 2021 il Consiglio dei ministri ha approvato una proposta di PNRR sulla quale il Parlamento ha svolto un approfondito esame, approvando le proprie conclusioni il 31 marzo 2021.

Il Governo ha provveduto ad una riscrittura del Piano, anche alla luce delle osservazioni del Parlamento. Nel mese di aprile 2021, il piano è stato discusso con gli enti territoriali, le forze politiche e le parti sociali».

Dunque, tra il 14 ottobre 2020 e il 12 gennaio 2021, in 90 giorni, il Governo Conte II ha preparato ex-novo la proposta di Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza (PNRR) e l’ha presentata all’esame del Parlamento. Sulla base di tale proposta, delle osservazioni prodotte dal Parlamento e delle discussioni con gli enti territoriali, le forze politiche e le parti sociali, a fine aprile il Governo Draghi, che si era insediato il 13 febbraio 2021, ha presentato a Bruxelles la versione definitiva del Piano. Dunque, ai 90 giorni in cui Conte ha apprestato la sua proposta di Piano, Draghi ne ha potuto aggiungere altri 70 per perfezionarlo.

Il Piano di Conte

Vale la pena di ricordare quale era lo stato di avanzamento del Piano quando Conte lo presentò al Parlamento il 12 gennaio 2021. Il documento ufficiale consisteva in 167 pagine dotate di numerose tabelle e suddivise nelle sei “missioni” volute da Bruxelles: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

Ovviamente ritroveremo le stesse sei missioni nel Piano Draghi.

Si è detto che il Presidente Conte aveva elaborato il Recovery Plan nel chiuso del suo studio, con una stretta consorteria di fedelissimi. Chi ha letto il documento e ne ha potuto soppesare la complessità sa che non può essere stato prodotto da un solo cervello. In effetti, all’elaborazione del documento ha lavorato per tre mesi una squadra di esperti del MEF che si è confrontata con tutte le parti sociali e alla quale sono confluiti di giorno in giorno dossier, promemoria, proposte e critiche provenienti da ministeri, ordini professionali, sindacati e lobby. Del resto, si trattava di allocare un numero ingente di miliardi che ammontavano a 223,91.

Francesco Giavazzi, sul “Corriere” del 2 settembre 2020 ha scritto che «nell’elenco degli oltre 600 progetti che i ministeri hanno sottoposto al governo per i finanziamenti del Recovery fund, troverete solo cappotti termici, alta velocità e autostrade, più̀ qualche investimento industriale proposto dalle aziende, dall’Ilva alla Fincantieri. Niente riforme, né nella scuola, né all’università̀, né, ci mancherebbe, nel mercato del lavoro».

Il giudizio, tanto impietoso quanto infondato, riflette il clima nel quale fu costretto a operare il Governo Conte II durante tutto il suo ultimo semestre, attaccato ogni giorno da un fuoco mediatico concentrico con cui gli si addebitavano presunti ritardi, presunte lacune, addirittura presunte bocciature del Piano in sede Europea.

Un confronto tra i due Piani

Se si rileggono le 167 pagine del Piano Conte vi si trova ben più dei cappotti termici e dell’alta velocità. L’impianto, del resto, era stato imposto dall’Europa e sarebbe rimasto identico anche nella versione Draghi. Oltre all’elenco delle fonti dalle quali il Piano ricavava i suoi finanziamenti, vi era la descrizione dettagliata delle sei “missioni” e, per ogni “missione”, vi erano indicate le varie parti componenti. Ad esempio, la missione che riguardava la digitalizzazione era distinta in Pubblica Amministrazione, imprese, turismo e cultura. Le componenti erano 16 in tutto e, per ognuna, erano previsti gli specifici interventi concreti. Per ognuna delle missioni, delle componenti e degli interventi, erano indicati i miliardi assegnati. Stessa struttura si ritrova puntualmente nel Piano Draghi

Nel Piano Conte la somma complessiva da ripartire era di 223,91 miliardi; nel Piano Draghi è di 235,12 miliardi. Rispetto a Draghi, Conte assegnava una percentuale maggiore di fondi alla rivoluzione verde e alle infrastrutture per una mobilità sostenibile; rispetto a Conte, Draghi assegna una percentuale maggiore di fondi alla digitalizzazione e all’istruzione. Le percentuali assegnate alla missione “inclusione e coesione” e alla missione “Salute” sono identiche nei due Piani.

In entrambi i casi, l’impianto del Piano è ciclopico come ciclopiche sono le sue ambizioni esplicite: portare l’Italia fuori da questa crisi epocale, sulla frontiera dello sviluppo europeo, facendone un Paese più moderno, verde e coeso. I soldi per farlo ci sono. Si tratta, dunque, di un’occasione storica che, illuminata da quel grande specchio ustorio che è la pandemia, fornisce al Paese tutti gli stimoli e gli argomenti per alimentare una profonda riflessione, un vasto seminario nazionale sul nostro futuro e su quello – sempre evocato dai retori – dei nostri figli.

I media

In un Pese serio, i media avrebbero fatto a gara per descrivere al loro pubblico sia il Piano Conte, sia il Piano Draghi, per vivisezionarli, compararli e analizzarne le rispettive conseguenze sulla vita delle città e dei cittadini. Ma le nostre serate sono state già tutte assegnate a quiz televisivi e a grandi fratelli per cui non è stato lasciato spazio alla riflessione sulla polis. Nessun canale televisivo ha dedicato il giusto approfondimento a un progetto che scolpisce l’Italia del 2026 con una forza d’urto seconda solo a quella dell’ultima Guerra Mondiale. I media si sono limitati a convincere l’opinione pubblica che il Piano Conte era tutto sbagliato, approssimativo e in ritardo mentre il Piano Draghi è perfetto, completo e tempestivo.

Dal coro dei critici che hanno accusato il Piano Conte di avere obiettivi poco ambiziosi o di non avere un’anima (come ha azzardato Renzi), una delle poche voci che si sono staccate per esprimere un giudizio onesto resta quella dell’economista Enzo Cipolletta su InPiù: «Non sarà un piano esaltante, ma almeno riusciremo a spendere le risorse, ciò che darà comunque un contributo importante alla crescita. Se poi si potrà fare di più e meglio, ben venga, ma non buttiamo a mare quello che già c’è».

Del resto, se si fosse fatto un confronto con il Piano elaborato dai francesi o con quello risibile, prodotto in Italia da Forza Italia, il Piano Conte avrebbe giganteggiato.

Il posto della cultura

Il paragone del Piano presentato dall’Italia con quello elaborato da altri Paesi può essere utile per avanzare un giudizio sulle rispettive capacità strategiche. Come assaggio di una simile operazione possiamo isolare, nell’ambito della missione “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” il settore componente “Turismo e cultura 4.0”, che contribuisce al nostro PIL per il 15% circa.

Partiamo da lontano. Nel 1963 lo scrittore inglese Charles Percy Snow pubblicò Le due culture, un saggio fortunato che animò il dibattito sul rapporto tra cultura umanistica e cultura scientifica. Nel 2013 lo psicologo americano Jerome Kagan pubblicò, a sua volta, Le tre culture in cui, alle discipline naturali e umanistiche aggiunse quelle sociali. Intanto, a partire dal 1969, si erano andate sviluppando le reti Arpanet e poi Internet che avrebbero dato vita a una quarta cultura: quella digitale.

Gli antropologi, invece, preferiscono parlare di tre culture, intese come bagaglio di conoscenze che ciascuno di noi si porta dentro: la cultura ideale (le idee, i linguaggi, le credenze, gli stereotipi), quella materiale (l’insieme delle materie e dei manufatti che ci circondano) e quella sociale (usi, costumi, leggi, comportamenti solidali e conflittuali).

Quando il nostro Recovery Plan parla di “cultura” intende soprattutto la cultura materiale (teatri, biblioteche, chiese, borghi, parchi, computer, ecc.) e una parte della cultura sociale (turismo, eventi, restauro, occupazione, ecc.).

È interessante appurare con quali criteri il nostro Governo ha assegnato i finanziamenti ai singoli comparti culturali ma è altrettanto intrigante paragonare ciò che ha fatto l’Italia con ciò che hanno fatto gli altri Paesi. A soddisfare questa legittima curiosità ha provveduto la Fondazione Civita con un’utile ricerca condotta dallo Studio Valla su Italia, Francia, Portogallo, Spagna e Germania.

Il nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza destina 6,68 miliardi (cioè il 3,5%) al turismo e alla cultura, considerati come settori siamesi. Gli interventi previsti si articolano in quattro aree. La prima (Patrimonio culturale per la prossima generazione) assegna 1,1 miliardi alla digitalizzazione, all’efficienza energetica di cinema, teatri, archivi e musei nonché alla rimozione delle barriere fisiche e cognitive. La seconda area (Rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale religioso e rurale) assegna 2,72 miliardi all’attrattività dei borghi, alla tutela e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale, all’identità di parchi e giardini storici, alla promozione della sicurezza sismica e del restauro dei luoghi di culto. La terza area (Industria culturale e creativa 4.0) assegna 460 milioni all’approccio verde lungo tutta la filiera culturale e creativa e alla competitività del settore cinematografico attraverso un “Progetto Cinecittà” e un Capacity building con cui accrescere la professionalità degli operatori culturali anche attraverso mezzi digitali. La quarta area (Turismo 4.0) assegna 2,4 miliardi al miglioramento delle capacità competitive delle imprese attraverso la sostenibilità ambientale, l’innovazione e la digitalizzazione dei servizi.

Sono poi previsti una riforma dell’ordinamento delle professioni delle guide turistiche e 500 milioni per il progetto “Caput mundi” relativo ai grandi eventi turistici, alla riqualificazione delle periferie, al restauro di parchi e giardini, alla digitalizzazione dei servizi culturali di Roma.

Francia e Portogallo

Dopo l’Italia, in ordine di stanziamenti, viene la Francia, dove il Plan National de Relance et de Résilience, su un complesso di 40,9 miliardi, ha destinato alla cultura 2 miliardi (cioè il 2%) per ammodernare il patrimonio artistico e culturale, rilanciare la creatività giovanile, l’occupazione artistica, la transizione ecologica delle istituzioni artistiche, la digitalizzazione soprattutto degli istituti di istruzione superiore, implementare il programma “Jeunes en librairies” per familiarizzare migliaia di giovani con le librerie, rilanciare il settore cinematografico incoraggiando la distribuzione dei film, le nuove opere, la modernizzazione dei cinema, la ricerca e sviluppo, l’esportazione dei prodotti, l’occupazione e la formazione, la messa in sicurezza delle cattedrali e degli altri monumenti, il recupero del Castello di Villers-Cotterêts per farne un crocevia internazionale di culture valorizzando la lingua francese e il plurilinguismo.

Su 16,6 miliardi previsti dal piano Recuperar Portugal, Costruindo o futuro 243 milioni (cioè l’1,4%) sono destinati al doppio scopo sia di valorizzare la cultura come affermazione dell’identità e della coesione sociale e territoriale, sia di accrescere la competitività economica del Paese attraverso lo sviluppo di attività di natura culturale. Cinema e filiera del libro sono considerati settori strategici.

Per raggiungere questi due scopi, 93 milioni sono destinati a migliorare tecnologicamente la rete delle attrezzature culturali pubbliche, per digitalizzare le opere letterarie e le librerie, per internazionalizzare i libri digitali di autori fondamentali per la lingua portoghese. Altri 150 milioni sono destinati a riqualificare e conservare alcuni musei, monumenti, palazzi e teatri dello Stato, a mettere in sicurezza alcune cattedrali, a realizzare il centro e i laboratori del programma “Sabre Fazer”.

Spagna e Germania

In Spagna il Plan de Recuperación, transformación y resiliancia ha destinato alla cultura 825 milioni su 69 miliardi (cioè l’1,2%), agganciandola allo sport così come l’Italia l’ha agganciata al turismo. 325 milioni vanno a rivalutare l’industria culturale promuovendone la competitività, la dinamicità, la digitalizzazione e la sostenibilità. Viene sviluppato uno Statuto dell’Artista e rafforzato il diritto d’autore. 200 milioni vanno alla creazione di un centro per consolidare la Spagna come piattaforma per gli investimenti audiovisivi nonché come paese esportatore di audiovisivi in tutto il mondo, con una ricaduta positiva sulla creazione di posti di lavoro, soprattutto per i giovani. 300 milioni, in fine, sono destinati a ristrutturare e ammodernare il settore sportivo per il quale sono anche previsti un nuovo diritto per le professioni e un nuovo piano sociale.

La Germania, che ha chiesto 27,9 miliardi per il suo Deutscher Aufbau- und Resilienzplan, non destinerà alla cultura neppure un euro di questo fondo perché vi aveva già provveduto con precedenti finanziamenti.

Dunque, i Paesi esaminati puntano tutti sulla digitalizzazione e, in ognuno di essi, l’investimento sulla cultura “materiale”, cioè sulle infrastrutture architettoniche, tecniche e digitali, prevale nettamente sull’attenzione alla cultura “sociale” e soprattutto “ideale”. Solo Italia e Francia hanno descritto minuziosamente i singoli progetti, i relativi investimenti e le tempistiche di attuazione.

Non di soli soldi è fatto il progresso

I fondi, una volta ottenuti, saranno impiegati tutti e bene? Lo sapremo solo nel 2026. Per ora, però, guardando a ritroso, sappiamo come sono stati usati i fondi europei del ciclo 2014-20 assegnati per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale riducendo il divario fra le regioni più avanzate e quelle in ritardo dal punto di vista dello sviluppo. La spesa finora certificata dimostra che la Francia è riuscita a spendere il 66% delle risorse assegnate; la Germania e il Portogallo sono riusciti a spenderne il 62% ciascuno; l’Italia ne ha speso il 52% e la Spagna il 42%. Ciò significa due cose: che il divario tra Francia, Portogallo e Germania da una parte, Italia e Spagna dall’altra, anziché attenuarsi, è aumentato; e che i soldi non bastano: occorrono pure l’intelligenza e l’organizzazione per saperli spendere.

Lavoro e occupazione da qui al 2026

Un aspetto del PNRR che mi sta particolarmente a cuore, essendo io sociologo del lavoro, riguarda appunto il lavoro e l’occupazione, visti entrambi con uno sguardo sistemico e tenendo conto di ciò che avverrà sia prossimi mesi e fino al 2026. Nell’immediato futuro una tempesta perfetta si abbatterà sul mercato del lavoro. Prima o poi sarà eliminato il blocco dei licenziamenti e molte aziende falliranno a causa della pandemia. Secondo le stime di Marco Leonardi, consigliere dell’ex Ministro delle Finanze, la chiusura di molte imprese comporterà il licenziamento di 200-250.000 lavoratori. Vi sono poi gli effetti dello sviluppo organizzativo: se, come pare plausibile, circa 5 milioni di lavoratori resteranno in smart working anche dopo la pandemia, ciò deprimerà il consumo di abitazioni, di carburante, di mezzi di comunicazione e comporterà il licenziamento di migliaia degli attuali addetti alla guardiania e alle pulizie degli uffici, alle mense aziendali e ai negozi proliferati nelle zone direzionali.

Dunque, finché non partiranno i numerosi cantieri finanziati con il PNRR, la disoccupazione subirà una drammatica impennata che potrà essere mitigata solo parzialmente con la Cassa Integrazione e con il Reddito di Cittadinanza. Poi questi cantieri offriranno massicce occasioni di lavoro che dureranno fin quando le opere saranno completate. Il Piano Draghi prevede che gli impatti del PNRR previsti sul Pil e sull’occupazione «siano pari, rispettivamente, a 3,6 punti percentuali e circa 3 punti». Più in particolare, «se si include il solo effetto dei maggiori investimenti del PNRR, il tasso di disoccupazione scende al 7,5 per cento nel 2026. Se si includono anche gli effetti positivi delle riforme, si giunge al 7,1 per cento, un livello uguale all’attuale tasso di disoccupazione nell’UE».

Lavoro e occupazione dopo il 2026

Questo nel 2026, grazie alla trasformazione di tutto il paese in un enorme cantiere sovvenzionato con i fondi del PNRR. Ma dopo? Non c’è dubbio che gli investimenti in alcuni settori, come la rivoluzione verde e la transizione ecologica (cui sono assegnati 69,94 miliardi), l’istruzione e la ricerca (33.81 miliardi), le politiche per il lavoro (12,63 miliardi), le infrastrutture per la mobilità (31,46 miliardi) creeranno occupazione anche quando le opere promosse dal PNRR saranno completate. Ma c’è da chiedersi quanti posti di lavoro saranno stati distrutti per sempre dalla digitalizzazione e dall’ammodernamento apportati dallo stesso PNRR, indispensabili ma comunque labour saving.

Ben 41,7 miliardi saranno investiti nella digitalizzazione e innovazione della Pubblica Amministrazione e di tutto il sistema produttivo; altri miliardi saranno investiti per digitalizzare e per rendere più competitivi il turismo, la cultura, l’agricoltura, le infrastrutture per una mobilità sostenibile, l’istruzione, la ricerca, le infrastrutture relative all’inclusione e alla coesione, la salute.

Cosa significa “digitalizzare e rendere più competitivo” un settore se non incrementarne la produttività e ridurne il fabbisogno di manodopera? Tutti gli interventi previsti dal PNRR andranno in questo senso e pomperanno nella nostra vita attiva dosi ingenti di intelligenza artificiale con cui sostituiremo molto lavoro intellettuale, di nanotecnologie con cui gli oggetti si relazioneranno tra loro e con noi, di stampanti 3D con cui costruiremo in casa molti oggetti. A tutto questo vanno aggiunti il riconoscimento vocale, le piattaforme, la robotica e gli effetti della legge di Moore per cui la potenza dei microprocessori raddoppia ogni 18 mesi.

Intanto continuerà la delocalizzazione all’estero di molte imprese e, in quelle rimaste in Italia, proseguirà lo sviluppo organizzativo che va a sommarsi al progresso tecnologico.

Il tutto comporterà un poderoso jobless growth per cui la somma dei posti di lavoro perduti sarà superiore alla somma di quelli creati. Un caso esemplare è quello della Sanità, cui vanno 20,23 miliardi. Nella primissima bozza del Piano gli stanziamenti previsti per questo settore erano minori, ma un coro di proteste si levò sull’onda emotiva del Covid-19 facendo appello all’attuale scarsità di personale e di strutture sanitarie. Ma è sbagliato tarare il fabbisogno futuro di queste risorse basandosi sul picco di una pandemia che, per fortuna, si ripete raramente. Di sicuro l’Intelligenza Artificiale, di cui è prossimo l’uso massiccio nel lavoro diagnostico, nell’assegnazione delle terapie e perfino nella chirurgia a distanza, sostituirà migliaia di medici proprio negli anni in cui arriveranno sul mercato del lavoro le attuali matricole di Medicina. Qualcosa di analogo vale anche per la teledidattica, capace di ridurre notevolmente il fabbisogno di insegnanti e di altro personale scolastico.

Sono questioni non da poco, affrontabili solo con una visione lungimirante, un’analisi e un intervento sistemici che finiscono comunque con l’esigere una riduzione progressiva dell’orario di lavoro, se si vuole salvare un tollerabile tasso di occupazione. Valga per noi l’esempio della Germania che, già da qualche anno, adotta un orario medio annuo di lavoro pari a 1.356 ore ottenendo così un’occupazione del 79% mentre l’Italia, rimasta a 1.723 ore annue, non supera il 58%.

Governo Draghi è di destra o di sinistra?

L’attenzione e i finanziamenti dedicati dal Piano Draghi alle grandi opere, la transizione ecologica pensata a misura delle imprese e dei progetti che esse avevano già inserito nei loro piani industriali, le migliaia di lavoratori da assumere nella Pubblica Amministrazione ma con contratto a termine, il ritorno degli appalti integrati di Berlusconiana memoria, svelano una collocazione di questo governo in un’area decisamente neo-liberista. Di sicuro neo-liberista – come ha denunziato l’on. Provenzano – è l’estrazione degli economisti scelti come consulenti a Palazzo Chigi e nei ministeri nonché l’affidamento alla McKinsey del «supporto tecnico-operativo di project management, per il monitoraggio dei filoni del PNRR». Come se non bastasse, il testo definitivo del PNRR è stato inviato a Bruxelles senza passare per il Parlamento.

Altri segnali cospirano per la collocazione a destra del Governo Draghi. Il 20 maggio 2021 il ministro Orlando ha portato al Consiglio dei Ministri una norma che prorogava il blocco generalizzato dei licenziamenti e rendeva gratuita la Cassa Integrazione ordinaria per le aziende che avessero deciso di non licenziare, ma Draghi si è opposto su input della Confindustria. La riforma sugli ammortizzatori sociali, il salario minimo, il progetto “Scuola d’estate” sono stati mandati in soffitta. Quando Letta ha proposto di tassare i patrimoni più alti per finanziare i giovani, Draghi ha snobbato l’idea con sufficienza.

E Draghi?

Si autodefinisce socialista liberale ma le massime roccaforti mondiali del neo-liberismo gli hanno affidato le loro leve nevralgiche: dal 2002 al 2005 è stato Vice Chairman, Managing Director e poi membro del Comitato esecutivo di Goldman Sachs; poi direttore esecutivo della Banca Mondiale a Washington. Dal 2006 al 2009 è stato Presidente del Forum per la stabilità finanziaria; dal 2009 al 2011 presidente del Consiglio per la Stabilità finanziaria; dal 2011 al 2019 presidente della Banca Centrale Europea.

Tra il 1991 e il 2001 si avvicendarono nove governi di destra e di sinistra ma Draghi fu ininterrottamente Direttore Generale del Ministero del Tesoro e, quindi, uno dei principali promotori della dismissione delle grandi holding partecipate dallo Stato, come IRI, Eni ed Efim. In nome della modernizzazione neo-liberista furono svenduti ai privati i settori e le aziende nevralgiche per la politica economica nazionale e fu così smantellato uno dei più originali modelli mondiali d’intervento statale nell’economia. Poi Draghi, da Governatore della Banca d’Italia (2006-2011) nei suoi rapporti annuali non dimenticò mai di raccomandare che si riducessero le tasse.

Tra le sue tante dichiarazioni i giornalisti finiscono sempre per citare due frasi: quella pronunziata a Londra il 26 luglio 2012 per annunziare che la Banca Centrale Europea avrebbe fatto “Whatever it takes” per salvare l’Euro, e quella pronunziata il 18 agosto 2020 al Convegno di Comunione e Liberazione a Rimini con cui egli distinse tra debito buono e debito cattivo. Ma se ne può aggiungere una terza, che forse meglio consente di capire se il Draghi sedicente socialista liberale in fondo non sia un perfetto neo-liberista: «Lo stato sociale è morto», ha dichiarato al Wall Street Journal il 23 febbraio 2012. Si riferiva alla Grecia in ginocchio, ma tutto autorizza a pensare che volesse esprimere un giudizio più generale sul welfare.

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".eco" dal 1989 è la rivista non profit italiana di riferimento per l'educazione ambientale e l'educazione sostenibile, che è la coerenza e sinergia di tutti gli aspetti dei sistemi e processi educativi: educazione sostenibile significa ecologia delle strutture fisiche, degli ordinamenti, dei contenuti, degli obiettivi e dei metodi educativi.

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