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Quando la politica è nemica della pace

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 8 minuti

Quando la politica è nemica della pace

Rileggiamo David Mitrany, Le basi pratiche della pace (1943). La cooperazione come base per una pace perpetua, le logiche politiche come ostacolo a una pacifica convivenza tra gli uomini, la critica allo “statocentrismo”. Intervista al politologo Stefano Parodi dell’Università di Genova: “L’attualità del testo dipende dall’attualità delle questioni e dei problemi che l’autore ha trattato ormai molti anni fa”.

Stefano Parodi è dottore di ricerca in Pensiero politico e comunicazione politica, collabora con il Dipartimento di Scienze Politiche (DISPI) dell’Università di Genova ed è membro del La.S.P.I. dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”.

Mitrany, chi era costui?

Un Carneade del XX secolo, potremmo dire: in effetti David Mitrany, pur essendo uno studioso “dal multiforme ingegno”, è poco conosciuto, soprattutto in Italia. Mitrany (1888-1975), economista della London School of Economics, giornalista e “analista” esperto di politica internazionale, ha il grande merito di aver proposto, nel 1943, un modello di “organizzazione internazionale su linee funzionali”. L’obiettivo della sua proposta è quello di giungere alla “pace perpetua” contrapponendo al nazionalismo e alla struttura statocentrica del sistema internazionale un nuovo tipo di cooperazione/integrazione tra gli Stati fondata sull’individuazione di settori “tecnici” in cui sia possibile una collaborazione sempre più stretta e sempre più lontana dalla conflittualità politica.

E questo è il punto centrale dell’elaborazione teorica di Mitrany: superare, in campo internazionale, la dimensione politica; impedire, cioè, che le logiche politiche ostacolino una pacifica convivenza tra gli uomini. È necessario, perciò, costruire un sistema di autorità indipendenti internazionali che sia in grado di gestire tutte le questioni riguardanti la sfera economico-sociale e di risolvere gli eventuali problemi transnazionali. Inoltre, tali autorità, che sono gli “strumenti” con cui è gestita una organizzazione di tipo funzionale, devono essere “determinate” non da decisioni politiche, ma direttamente dalle varie funzioni: in altre parole, ciascuna funzione determina l’organo amministrativo adatto all’assolvimento di una determinata attività. Ciò è perfettamente in linea con l’idea di fondo di Mitrany: la via che conduce alla pace non può essere una via “politica”; la politica infatti è il terreno del conflitto.

L’incapacità dei politici di cogliere i mutamenti

Nella sua opera più conosciuta, scritta nel 1943 (A Working Peace System. An Argument for the Functional Development of International Organization; tradotto in italiano nel 1945 e intitolato Le basi pratiche della pace. Per una organizzazione internazionale su linee funzionali), appare evidente questo aspetto della sua teoria. La parte del libro dedicata alla critica della “soluzione federalista”, in particolare, deve essere letta, a mio parere, come critica a una soluzione politica del problema della pace.

Quali sono le ragioni per cui Mitrany critica la Società delle Nazioni?

La critica rivolta da Mitrany alla Società delle Nazioni (nell’immagine di apertura, la sede a Ginevra, ora delle Nazioni Unite, NdR) si fonda innanzitutto sull’incapacità dei dirigenti politici di cogliere, alla fine della Prima Guerra Mondiale, i profondi mutamenti avvenuti nell’ambito della società internazionale, anche dal punto di vista politico-culturale. Il diciannovesimo secolo, rileva Mitrany, è stato il periodo d’oro delle Dichiarazioni di Diritti, delle Costituzioni scritte e di altri Statuti fondamentali. Nel tentativo di ridefinire le sfere di autorità e le relazioni tra il cittadino e lo Stato, ci si affidava a principi di carattere generale e a norme formali e permanenti. Questo modo di vedere le cose si è esteso al livello internazionale: dalle Costituzioni nazionali si è passati alle norme di diritto internazionale, alle Convenzioni scritte, al fine di stabilire relazioni formali tra i singoli Stati e la collettività, “cristallizzata”, degli Stati. Il diritto internazionale, secondo Mitrany, era visto come la Carta Costituzionale in formazione della “universalità politica”. Il problema, quindi, è fin dall’inizio insito nel patto costitutivo della S.d.N., ancora impregnato della tradizione politica del secolo diciannovesimo: l’obiettivo di un patto di questo tipo non poteva essere quello di promuovere e sviluppare attività comuni, ma solo quello di “cristallizzare” norme formali di diritto internazionale atte a regolare i rapporti tra gli Stati membri e, fino ad un certo punto, anche tra quelli non membri.

Esiste poi una critica di tipo “strutturale”: la S.d.N. è formata da Stati che mantengono intatta la propria sovranità. A questo proposito, è interessante notare un punto di contatto tra la teoria funzionalista mitraniana e le posizioni dei federalisti (basti pensare alle riflessioni di Luigi Einaudi), che, coerentemente con la loro avversione al “dogma” della sovranità assoluta, considerano l’istituzione ginevrina assimilabile ad una “confederazione” e non certo ad una “federazione”. Anche Mitrany, spesso implicitamente, considera un ostacolo la presenza, nel sistema internazionale, di Stati a sovranità assoluta, guidati da logiche legate alla “politica di potenza”. Ovviamente, come si è detto prima, l’impostazione funzionalista proposta mette da parte qualsiasi soluzione di tipo politico, compresa quella federalista.

Ridurre la sovranità degli stati

Potrebbe adattarsi la critica alla Società delle Nazioni anche a una critica (costruttiva) dell’ONU?

Mitrany viene ricordato spesso, giustamente, quale “influenzatore” dello sviluppo delle agenzie specializzate dell’ONU. Tuttavia, analizzando il modello di organizzazione funzionale da lui proposto nel 1943, ci rendiamo conto che tale modello è applicabile solo a una società internazionale “depoliticizzata” (entro certi limiti, ovviamente). L’obiettivo di Mitrany è principalmente quello di garantire pace e sicurezza al mondo intero attraverso la riduzione della sovranità degli Stati e cioè attraverso il ridimensionamento del “politico”. Appare evidente, perciò, che l’ONU, in linea generale, non sia compatibile con la visione mitraniana delle relazioni internazionali. Basti pensare al peso delle principali Potenze (a cominciare dal potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza), alla mancanza di un’autonomia, soprattutto militare, che possa avvicinare l’ONU a qualcosa di simile ad una “autorità sovraordinata” rispetto agli Stati. Le relazioni internazionali, in realtà, sono sempre state dominate dalla logica della politica di potenza, da quella logica, cioè, che Mitrany ha sempre cercato di combattere, ponendo alla base della sua elaborazione teorica il rifiuto di qualsiasi forma di statocentrismo e di nazionalismo e giungendo ad immaginare, alla guida delle sue Autorità indipendenti, un corpo internazionale di funzionari tecnici capaci di restare al di sopra delle appartenenze politiche e nazionali. E proprio da questo punto di vista, potremmo chiederci: è ipotizzabile (ammesso che sia auspicabile) un corpo militare internazionale “di tipo mitraniano”? La risposta, a mio avviso, non può che essere negativa, visto che non sono ancora disponibili truppe “aliene”.

Ciò si ricollega ad un altro rilevante problema: la concentrazione della forza politico-economico-militare a vantaggio di un ristretto gruppo di Stati. Tale questione è attentamente considerata da Mitrany, al punto da inserirla nelle critiche da lui rivolte ai federalisti, che, a suo parere, non si rendono conto del grave pericolo, presente nelle federazioni, del “predominio del membro più potente”.

Alla luce di tutto questo, si può sperare in una riforma dell’ONU che limiti lo strapotere delle potenze maggiori e avvii un percorso di graduale “depoliticizzazione”. Purtroppo, una simile riforma è praticamente impensabile senza l’intervento di quelle potenze che traggono vantaggio dalla situazione attuale; e questo è un problema.

Forte antidogmatismo

Che cosa significa il titolo di una delle sue più note opere, Le basi pratiche della pace?

Le basi pratiche della pace, il titolo della traduzione italiana del testo più conosciuto di Mitrany, A Working Peace System, rappresenta, a mio parere, il distillato concettuale dell’elaborazione teorica di uno studioso che, al di là dei confini scientifico-disciplinari, ha sempre portato avanti le sue ricerche con una scrupolosa attenzione verso la “realtà delle cose” e “le relazioni tra le cose”. Parlare di “basi pratiche della pace” significa volgere lo sguardo verso le condizioni naturali dei popoli, le relazioni economiche, i bisogni concreti degli individui, le vere cause della politica di potenza degli Stati: in definitiva, verso “ciò che è” e non “ciò che dovrebbe essere”. Da questo nasce un forte e, allo stesso tempo, “scientifico” antidogmatismo ideologico. Mitrany, infatti, rifiutando tutto ciò che implica una deformazione della realtà, attacca duramente qualsiasi tentativo di “piegare” il “mondo reale” in modo tale da farlo docilmente rientrare negli schemi prestabiliti di un’ideologia e/o di una teoria. Questo aspetto della mentalità di Mitrany si coglie perfettamente in un suo importante studio sui rapporti storicamente “difficili” intercorsi tra marxismo e mondo contadino ed è ravvisabile anche nelle critiche mosse alle “proposizioni teoriche” dei federalisti, che collegano indissolubilmente federalismo e pace senza rendersi conto che la distinzione tra Stati nazionali (“cattivi”) e Federazioni (“buone”) è fuorviante, dal momento che il vero, “concreto” problema è rappresentato dalla divisione del mondo in “unità politico-territoriali” separate, rivali e potenzialmente in conflitto tra loro.

La ricerca delle “basi pratiche”, inoltre, è direttamente collegata, a mio avviso, al ruolo assolutamente centrale svolto dai “competenti” nell’organizzazione internazionale teorizzata da Mitrany. In questo senso, la presenza di esperti incaricati di “leggere” tutti gli elementi oggettivi che il mondo reale propone e di fornire le risposte operative necessarie, potrebbe far pensare ad una sorta di “naturalismo dell’evidenza”.

Tutto ciò, del resto, è già contenuto nelle “dichiarazioni programmatiche” di Mitrany, che si pone l’obiettivo di individuare le “funzioni essenziali” della società internazionale, non preoccupandosi di definirne la “forma ideale”.

Un testo per il XXI secolo e, in particolare, per i nostri giorni

Un testo del 1943, oppure un testo per il XXI secolo (e, in particolare, per i nostri giorni)?

Mi capita spesso di riflettere sull’attualità del testo di Mitrany; e sono giunto alla conclusione che l’attualità del testo dipenda in larga parte dall’attualità delle questioni e dei problemi che il nostro autore ha trattato ormai molti anni fa. Le ultime drammatiche settimane ci hanno fatto comprendere che l’“arena” internazionale è ancora oggi caratterizzata dal dominio del “più forte” ed è quindi in balia di quella politica di potenza che Mitrany ha tanto cercato di combattere. Da questo punto di vista, ritengo che l’Unione Europea, prodotto di quel processo di integrazione europea indubbiamente, anche se parzialmente, influenzato dalla teoria funzionalista di Mitrany, si trovi oggi nella condizione di doversi mettere in discussione. La strategia funzionalista, al di là delle correzioni in senso intergovernativo, ha sicuramente garantito e garantisce la pace tra gli Stati membri, ma non ha creato (e non aveva, in fondo, il compito di farlo) un unico “soggetto europeo di tipo statuale” in grado di fronteggiare le minacce esterne. È giunto il momento di procedere in questa direzione? Forse sì, ma non è certo un’impresa facile, considerato il rischio concreto che forme di nazionalismo e di politica di potenza possano risorgere o, meglio, risvegliarsi anche all’interno dei confini dell’Unione Europea.

Vale la pena di ricordare, tra l’altro, che la via funzionalista, nel momento in cui si è deciso di avviare il processo di integrazione europea, è stata scelta in quanto “via effettivamente realizzabile”.

L’unica speranza, a mio parere, è che la relativa debolezza, anche e soprattutto sul piano militare, “costringa” gli Stati dell’UE a puntare con decisione all’unità politica. Da questo punto di vista, i gravissimi fatti di questi giorni potrebbero trasformarsi in una specie di catalizzatore.

Le difficoltà, in larga parte previste da Mitrany già nel 1943, sono enormi e, al momento non sembra che ci sia la volontà politica di affrontarle in modo serio e rigoroso. Personalmente, resto sconcertato quando, nei dibattiti, sento parlare dell’esigenza di creare vere e proprie Forze armate europee e mai dell’esigenza di creare un vero Governo europeo: alla “Moneta senza Stato” si aggiungerà l’“Esercito senza Stato”? Rispondere a questa domanda potrebbe forse essere l’inizio di una discussione seria e rigorosa.

Su quali basi Mitrany considera l’integrazione economica come portatrice di pace?

Alla base dell’elaborazione teorica di Mitrany ci sono, a mio parere, due elementi: il forte pregiudizio nei confronti del “politico”, inteso come “sfera” della conflittualità e la convinzione che una pace permanente possa essere assicurata solo organizzando il mondo su quelle basi che lo uniscono.

L’interesse comune come antidoto al conflitto

L’integrazione economico-sociale rappresenta per Mitrany l’ambito in cui “organizzare la pace” attraverso attività comuni finalizzate alla soluzione di problemi transnazionali quali la povertà, la malattia e l’ignoranza. In questa prospettiva, un’organizzazione internazionale di tipo funzionale è in grado di sottrarre alla conflittualità politica e, in certi casi, ai dogmatismi ideologici il controllo della produzione e della distribuzione della ricchezza. Questa è la via che, secondo Mitrany, conduce ad una vera e duratura pace globale, fondata sull’indebolimento o, addirittura, sul superamento della dimensione politica, conflittuale e sul “predominio” della dimensione economico-sociale, non conflittuale.

Ma perché la dimensione economico-sociale non è conflittuale? Non è conflittuale perché esiste un potente antidoto: l’“interesse comune”. Mitrany, infatti, non affida il proprio modello funzionale alla bontà degli uomini (e degli Stati), al loro desiderio di pace e al loro altruismo, ma ad un loro preciso calcolo, ad un loro “interesse”. Certo, perché ciò avvenga, tutto deve funzionare bene.

Non a caso la competenza e l’efficienza sono le colonne portanti della costruzione funzionale mitraniana e sono anche i requisiti posti alla base della selezione dei funzionari tecnici destinati all’“arruolamento” nel “Corpo internazionale” pensato da Mitrany.

Va anche ricordato che un’organizzazione funzionale di questo tipo può essere considerata, nel suo insieme, una gigantesca rete, che lega Stati e cittadini, neutralizzando, almeno in larga parte, i presupposti economico-sociali della conflittualità e rendendo la guerra svantaggiosa per tutti.

In questo senso, nonostante Mitrany non abbia analizzato a fondo le relazioni, talvolta perverse, tra politica ed economia, penso che il modello funzionale da lui ideato possa ancora, se applicato, produrre effetti positivi in tutte quelle aree del mondo martoriate dalla guerra in cui è quasi impensabile una soluzione politica.