Rileggere i classici: Herbert Marcuse, sogno di una società liberata

L’uomo a una dimensione mostra il legame esistente fra guerra e economia dell’abbondanza e la violenza totalitaria di una società apparentemente pluralista. Eppure, si potrebbe vivere felicemente e ricongiungersi in modo non distruttivo alla natura, realizzando pienamente la propria creatività.

(Nell’immagine di apertura, una marcia contro la guerra in Vietnam, Washington 1969)

L’uomo a una dimensione è un’opera del futuro che ci parla dell’impatto della tecnologia sulla socialità e sull’identità culturale, sul comportamento sociale. Un titolo “trasparente”: l’uomo, nella società tecnologica, è unicamente produttore e consumatore, è l’homo oeconomicus della teoria economica “classica”.

Herbert Marcuse (1898-1979), membro della “Scuola di Francoforte, con Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, è noto, soprattutto, per l’influsso esercitato sul vasto movimento studentesco della stagione 1965-1969 tra USA, Europa occidentale e Europa orientale.

L’opera centrale, da questo punto di vista, fu One-Dimensional Man. Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society (Boston, Beacon Press, 1964), tradotto in lingua italiana da Luciano Gallino e Tilde Giani Gallino, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Torino, 1967. Per lo meno in Italia, tuttavia, nell’ambito del movimento studentesco, oltre a quest’opera, furono note la silloge curata da Cristiano Camporesi, Critica della società repressiva (Milano, Feltrinelli, 1968) e il volume La fine dell’utopia (tr. it. Bari, Laterza, 1968).

Nella rubrica “Rileggere i classici” leggi anche la rilettura fatta da Francesco Ingravalle.

Una società straordinariamente incline a suscitare guerre

L’opera si articola in tre parti: La società a una dimensione, Il pensiero a una dimensione, Le possibilità delle alternative.

La advanced industrial society è quella che John K. Galbraith ha denominato affluent society: la società dedita alla massimizzazione dei consumi, quindi alla crescita illimitata, in grado di creare benessere diffuso all’interno di uno stato, ma straordinariamente incline a suscitare guerre perché animata dalla spinta economica all’espansione del mercato e disposta a tutelarla anche con l’uso delle armi. L’arco di maggiore influenza dell’opera di Marcuse coincide con la durata della guerra del Vietnam (1965-1975), forse la guerra che si prestava di più a illustrare il legame fra affluent society e sviluppo bellico dei conflitti diplomatici.

One-Dimensional Man illustrava, inopinatamente, il legame esistente fra guerra ed economia dell’abbondanza, contro una tesi comunemente sposata dalla cultura liberale anglosassone, la tesi della matrice puramente politica delle guerre. Marcuse sosteneva, invece, la stretta connessione fra economia, potere politico e potere militare basandosi sull’indagine del sistema capitalistico occidentale più sviluppato (gli USA) e del suo antagonista orientale (l’URSS), sviluppando tesi già elaborate da Bruno Rizzi (1939: La bureaucratisation du monde) e da James Burnham (1941: The Managerial Revolution) alla cui sintesi si era già dedicato nel volume del 1954, Soviet Marxism (tr. it. Parma, Guanda, 1968).

Una contestazione globale del sistema occidentale e di quello sovietico

La convergenza di capitalismo oligopolistico occidentale e di capitalismo monopolistico orientale configurava un’identica spinta al produttivismo e al consumismo (per quanto declinato in modi diversi) e legittimava, in nome dei diritti dell’uomo alienati dal duplice sviluppo capitalistico, oligopolistico e monopolistico, una contestazione globale (che, nei fatti, si sviluppò da Berkeley a Praga, tra il 1965 e il 1968).

Come notava François Perroux, “la produzione di cose – sia che la distribuzione passi per il mercato sia che venga regolata dallo Stato – tende a divenire una produzione di uomini” (Marcuse. Filosofia e teoria critica della società (1969), tr. it. Roma, Città Nuova Editrice, 1970, p. 15), di uomini “a una dimensione” che vivono in un universo, l’universo tecnologico, “ultimo stadio della realizzazione di un progetto storico specifico, vale a dire l’esperienza, la trasformazione, l’organizzazione della natura come un mero oggetto di dominio” (L’uomo a una dimensione, tr. it., p. 14).

La società a una dimensione può essere totalitaria

Nuove forme di controllo che configurano “una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà” (L’uomo a una dimensione, tr. it. p. 21). Pur essendo pluralista (molteplici partiti, molteplici giornali, poteri che si controbilanciano) la società a una dimensione, la società industriale avanzata, può essere totalitaria, perché “il potere politico si afferma in forza del potere che detiene sulla produzione per mezzo di macchine e sull’organizzazione tecnica dell’apparato” (L’uomo a una dimensione, tr. it. p. 23). La produzione soddisfa innumerevoli bisogni; ma occorre distinguere fra bisogni “falsi” e bisogni “veri”; i bisogni “veri” sono i bisogni vitali: “il cibo, il vestire, un’abitazione adeguata al livello di cultura che è possibile raggiungere”, mentre i bisogni “falsi” sono “i bisogni repressivi” che perpetuano la fatica, l’aggressività, la miseria e l’ingiustizia (L’uomo a una dimensione, tr. it., p. 25). Il progresso tecnologico, infatti, permette di eliminare i secondi e di privilegiare i primi in una società che renda pacifica la pur inevitabile lotta per l’esistenza, che permetta il riorientamento dell’apparato produttivo “in vista di una esistenza pacifica, di una vita senza paura.” (L’uomo a una dimensione, tr. it., p. 259), una vita nella quale trionfi il “ben-vivere” come dimensione estetica. Soltanto coloro che non sono integrati nella società unidimensionale ne costituiscono l’alternativa; un’alternativa che giunge, dunque, dall’esterno, non dall’interno, come, invece, riteneva Marx: Marcuse guarda, di preferenza, al Terzo Mondo e all’universo degli studenti, non ancora integrati in un ruolo lavorativo.

Le oligarchie impediscono il vero progresso

Già nel 1955 Marcuse (in Eros and Civilization, con una importante prefazione del 1966) giunge, rielaborando creativamente le tesi di Sigmund Freud sviluppate in Disagio della civiltà (1929), alla conclusione che l’aumento della repressione istintuale e dell’alienazione del lavoro sono legati a fasi relativamente arretrate dello sviluppo tecnologico e della lotta dell’uomo contro la natura. Se la repressione viene mantenuta e intensificata, questo è l’esito di scelte politiche nella gestione dei frutti del progresso tecnologico (che sono: aumento del tempo libero e lavori meno faticosi, oltre a un’abbondanza di merci a disposizione di masse di consumatori sempre più vaste).

Il progresso dell’automazione permette non soltanto di far fare i lavori più faticosi e alienanti alle macchine, ma aumenta sensibilmente la produzione della ricchezza sociale in modo tale da garantire un aumento del benessere sociale e una diminuzione degli impegni lavorativi.

Queste opportunità, però, vengono ostacolate dalle oligarchie dominanti che si oppongono alla socializzazione della ricchezza che il progresso industriale produce e alla libera gestione, da parte degli individui, del loro tempo. In una società di tale genere, l’aumento della repressione non è obiettivamente necessario, ma è soggettivamente voluto dalle élites del potere. In una società liberata, continua Marcuse, in cui l’individuo non sarebbe più schiacciato dai mass-media, da orari lavorativi ormai anacronistici, da una produzione orientata alla guerra (nel 1965 inizia la guerra del Vietnam da parte degli USA) e alla distruzione, l’uomo potrebbe dispiegare pienamente le proprie capacità estetiche, potrebbe vivere felicemente e ricongiungersi in modo non distruttivo alla natura, realizzando pienamente la propria creatività (già descritta vividamente da Marx nel testo postumo Introduzione alla critica dell’economia politica del 1857).

I vecchi problemi persistono e nuovi se ne aggiungono

Secondo ventennio del XXI secolo: una pandemia, forse, senza precedenti e una guerra sicuramente con molti precedenti (nel XX secolo) che cosa lasciano in piedi delle analisi di Marcuse? Sostanzialmente tutto: la società unidimensionale si è perfezionata, con l’intero corredo del “pensiero positivo” che ne costituisce, ora, come ai tempi di Marcuse, l’accompagnamento apologetico; ma, ora, come allora, con una ripresa del “pensiero negativo”. Certamente su nuove basi: la critica ambientalistica dell’esistente ha evidenziato i limiti dello sviluppo capitalistico già indicati, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del XX secolo da Aurelio Peccei e dal “Club di Roma”.

Alla affluent society generatrice di guerre si affianca la affluent society generatrice della crisi climatica. Anche oggi, i maggiori fruitori del “pensiero negativo”, sono i giovani (come lo erano stati nel 1968), con i movimenti di protesta contro la crisi climatica e un vasto ambito di opere critiche di ampia diffusione (da Naomi Klein, Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima, tr. it. Milano, Feltrinelli, 2019, a Kate Raworth, L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, tr. it., Roma, Edizioni Ambiente, 2017, a Mario Salomone, Al verde! La sfida dell’economia ecologica, Roma, Carocci, 2014, a Nicholas Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, senza dimenticare il volume di Giorgio Brizio, Non siamo tutti sulla stessa barca. Le sfide del nostro tempo agli occhi di un ragazzo, Bra, Slow Food Editore, 2021 che possiamo considerare una delle voci più vive del movimento ecologista giovanile attuale).

Non è più il mondo del dopo-Yalta, è il mondo del post-1989; ma dietro la nuova complessità resistono i vecchi, cosmici problemi che One-Dimensional Man ha messo sotto i nostri occhi, aggravati dal rischio estinzione della vita sul pianeta in nome dello “sviluppo” incontrollato e, per larga parte, inconsapevole. Manca, soprattutto, un linguaggio unitario per esprimere l’insostenibilità multidimensionale dello sviluppo attuale.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

TIZIANA CARENA

Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

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