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Salvini, il socialismo non arriva in monopattino

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 8 minuti

Salvini, il socialismo non arriva in monopattino
Una folklorica visita di Matteo Salvini al salone delle due ruote a motore endotermico di Milano rivela molto sul pensiero fossile che frena la lotta alla catastrofe climatica. Anni fa Ivan Illich riprese una affermazione del sottosegretario alla giustizia di Salvador Allende: “Il socialismo può arrivare solo in bicicletta”. Vogliamo tranquillizzare il leader della Lega: non arriverà in monopattino. Ma un nuovo modello energetico (e non solo energetico) è necessario. E anche questa è una sfida per l’educazione ambientale.

L’ha documentato un video di “The Journalai”, social di giornalismo e satira e l’ha raccontato il quotidiano “Domani”: il ministro Salvini in visita al salone della moto di Milano, insieme al presidente leghista della Regione Lombardia Attilio Fontana, all’ex-ministro leghista Centinaio e a una claque ovviamente leghista (il sindaco Sala, presente per dovere di ufficio, un po’ defilato).

Inizia un allegro tour. Clima ridanciano, moto ultimo modello e belle ragazze, con relative battute sessiste del terzetto. Manca il mojito.

Non mancano, invece, tutte le battute contro l’elettrico e pro-fossili delle rombanti e inquinanti due ruote.

La Vespa? “Più emette meglio è”, ridacchia il declinante leader della Lega. Il modello esposto è rosso, ma “un tocco di nero” ci starebbe…. L’elettrico? Fontana e Salvini concordano: “Io c’ho solo il microonde e il phon”.

A proposito di due ruote, i monopattini minacciano il mercato di auto e di moto e motocicli alimentati da combustibili fossili. Salvini tranquillizza i preoccupati industriali: “Il problema lo risolviamo alla radice, non ce ne saranno più”.

Fossili, sempre fossili, fortissimamente fossili

A parte che l’esibizione della brigata (con tocco di nero) leghista aiuta a capire l’allarme del Rapporto Censis 2024 reso noto il 6 dicembre sulla crassa ignoranza di un buon numero di italiani (vedi box), i giocosi dialoghetti messi in scena al più importante salone della motorizzazione a due ruote sono la parodistica manifestazione della guerra che la conservazione di un modello economico estrattivista e distruttivo muove alla speranza di un futuro diverso e migliore.

La crisi della manifattura (meno 3,3 per cento nei primi mesi del 2024) è un dato, specie (in odine crescente) nel tessile, nel legno, nell’abbigliamento nella pelletteria e più di tutto nell’automotive. Sul banco degli imputati, manco a dirlo, è la transizione ecologica, che secondo gli esperti della Luiss starebbe “destrutturando intere filiere industriali”. Per il coro di giornali, imprenditori della brown economy, economisti non ecologici e politici anti-ecologici basta forse una sgasata di acceleratore per risolvere tutto.

CENSIS: UN PREOCCUPANTE ANALFABETISMO

“Il Paese degli ignoranti. Siamo culturalmente preparati al salto d’epoca? La mancanza di conoscenze di base rende i cittadini più disorientati e vulnerabili. Per quanto riguarda il sistema scolastico, non raggiungono i traguardi di apprendimento in italiano: il 24,5% degli alunni al termine delle primarie, il 39,9% al termine delle medie, il 43,5% al termine delle superiori (negli istituti professionali il dato sale vertiginosamente all’80,0%). In matematica: il 31,8% alle primarie, il 44,0% alle medie e il 47,5% alle superiori (il picco si registra ancora negli istituti professionali, con l’81,0%). Il 49,7% degli italiani non sa indicare correttamente l’anno della Rivoluzione francese, il 30,3% non sa chi è Giuseppe Mazzini (per il 19,3% è stato un politico della prima Repubblica), per il 32,4% la Cappella Sistina è stata affrescata da Giotto o da Leonardo, per il 6,1% il sommo poeta Dante Alighieri non è l’autore delle cantiche della Divina Commedia. Mentre si discute di egemonia culturale, per molti italiani si pone invece il problema di una cittadinanza culturale ancora di là da venire (del resto, per il 5,8% il «culturista» è una «persona di cultura»). Nel limbo dell’ignoranza possono attecchire stereotipi e pregiudizi: il 20,9% degli italiani asserisce che gli ebrei dominano il mondo tramite la finanza, il 15,3% crede che l’omosessualità sia una malattia, il 13,1% ritiene che l’intelligenza delle persone dipenda dalla loro etnia, per il 9,2% la propensione a delinquere avrebbe una origine genetica (si nasce criminali, insomma), per l’8,3% islam e jihadismo sono la stessa cosa.”

La questione però è più antica e complessa e riguarda tutto l’Occidente. Se Toyota diventa leader delle auto ibride elettriche con la Prius nel 1997, cent’anni prima non mancavano i modelli del genere e la prima auto di un tal… Porsche (prima di diventare anche lui campione di emissioni pestilenziali e climalteranti) era elettrica.

Un sistema che fa crescere i profitti e alimenta le disuguaglianze

Aumento dei profitti degli azionisti, crescita esponenziale delle disuguaglianze e finanziarizzazione (quella che il grande sociologo Luciano Gallino – 1927-2015 – chiamava “finanzcapitalismo) sono l’altra faccia di delocalizzazioni, automazione, licenziamenti, cassa integrazione, depressione dei salari, incertezza delle politiche, mancanza di investimenti.

Un modello economico in cui cemento, consumo di suolo, trasporto su gomma, distruzione di ecosistemi, crescita delle emissioni di gas serra, produzione (delocalizzata) di massa e consumo di massa (con relativa crescita di rifiuti e inquinamento di suolo, aria e acqua), difesa feroce dei combustibili fossili, saccheggio di materie prime e beni comuni (con relativo corredo di guerre civili e interstatali e di postdemocrazie) sono il frutto dell’alleanza dei grandi complessi economico-finanziari, in via di concentrazione e di passaggio di mano dai vecchi capitani di industria a giganteschi fondi interessati solo al guadagno a breve termine e a oscure manovre speculative.

Da cosa deve nascere un lavoro buono e sicuro

Insomma, Salvini, “de te fabula narratur”, perché questo è il sistema che difendi sghignazzando. Il lavoro (decente, possibilmente fisso e non precario, auspicabilmente senza morti e invalidi sul lavoro) deve nascere da altro: bene l’acciaio, se serve a ferrovie, tramvie e metropolitane, bene l’edilizia e la manifattura, se servono all’efficientamento degli oltre dodici milioni di edifici residenziali italiani, bene i tubi, se servono a evitare che si perda il 42,4% dell’acqua immessa in rete (dati Istat, ma in Basilicata si arriva al 65,5 per cento). E l’elenco potrebbe continuare, con la necessaria rinaturalizzazione dei fiumi, la riqualificazione di scuole e ospedali, la forestazione urbana, la diffusione del biologico e del biodinamico e via dicendo. Bene se nella cultura molti potessero trovare un lavoro stabile e sicuro, bene se la ricerca non dovesse dipendere da finanziamenti e interessi privati.

Rompere il lucchetto, cambiare modello. Un tema centrale anche per l’educazione ambientale

L’auto elettrica progettata dall’ingegner Porsche.

Insomma, la giusta richiesta di posti di lavoro può essere soddisfatta da ben altro che dai gas di scarico cui si aggrappa l’Europa nonostante il precedente di Herr Porsche circa centotrent’anni fa. Certo, anche da quelle auto elettriche in cui il celebrato Marchionne non credeva e su cui il capitalista Giappone (Toyota docet) ha puntato trent’anni fa e su cui punta il capitalismo monopartitico cinese.

Il “lucchetto” che blocca tutto e ci porta povertà, insicurezza, paure, egoismi (con qualche risultato in termini di consenso, perché molti esseri umani sono legati al “qui e ora” piuttosto che a visioni ad ampio raggio e di lungo periodo) va spezzato a anche questa impresa è una sfida che riguarda profondamente l’educazione ambientale.

Un modello energetico democratico e di prossimità

Anni fa (correva l’ottobre del 2006) dedicammo una copertina a proposte ed esperienze per un nuovo modello energetico (democratico, diffuso, “di prossimità”). In copertina un edificio in fiamme, la cui origine piacerebbe alla sorella d’Italia e compagnia. L’immagine, infatti, era tratta da un manifesto del 1940. “Non è un incendio” spiegava la pubblicità, ma il calore che esce dalle finestre senza doppio serramento. Mettendolo, una famiglia risparmierebbe un quarto della spesa annuale per il riscaldamento e l’Italia 750 milioni di lire di allora di importazioni di combustibile dall’estero. Allora si trattava di puntare all’autarchia, ma oggi autosufficienza energetica e riduzione delle emissioni sono ancora più importanti.

L’intero numero di ottobre 2006 di “.eco” è consultabile liberamente sul sito della nostra rivista

Tra i vari temi trattati dal numero (con articoli di Angelo Baracca, Bernardo Ruggeri, Peppe Dini, Bianca La Placa e una intervista di Giuliano Martignetti a Vincenzo Ferrara dell’ENEA), una citazione del filosofo e pedagogista austriaco Ivan Illich: Energia ed equità, pubblicato per la prima volta su “Le Monde” nel 1973, poi rimaneggiato dall’autore e ripubblicato nel 1978 in Per una storia dei bisogni (traduzione italiana del 1981 presso Mondadori). Che Illich apriva con una frase di José Antonio Viera-Gallo, già sottosegretario alla Giustizia del governo di Salvador Allende: «El socialismo puede llegar solo en bicicleta».

Illich, Viera-Gallo, Salvador Allende e il golpe cileno

José Antonio Viera-Gallo

Nel preparare il numero di “.eco” ci venne la curiosità di conoscere l’origine della citazione fatta da Ivan Illich. Proveniente dalla sinistra cattolica, Viera-Gallo era stato anche consulente dell’Unesco, della Fao e del Consiglio mondiale delle Chiese. Tra i pochi esponenti del Governo Allende a essere salvati dalla Nunziatura vaticana a Santiago dopo il colpo di stato di Pinochet, aveva anche trascorso alcuni anni di esilio in Italia. Inel momento in cui lo contattammo, José Antonio Viera-Gallo era promotore di Project America, che si proponeva si riformare la sinistra cilena.

Origine di una frase celebre, scoperta da “.eco”

Lo raggiungemmo a Santiago del Cile. Questa la sua testimonianza.

«Conobbi Ivan Illich a Cuernavaca mentre ero un giovane sottosegretario alla Giustizia durante il Governo di Salvador Allende. Potei subito apprezzare la sua enorme capacità intellettuale, che si esprimeva soprattutto nel suo spirito critico.

Influenzato dal suo pensiero scrissi un breve articolo sul giornale “La Tercera” di Santiago in cui confutavo la tesi dell’opposizione di destra circa le restrizioni che il Governo poneva – a suo parere – all’acquisto di automobili. Sostenni, in quella occasione, che le alte velocità delle automobili andavano contro il principio di uguaglianza di accesso e di utilizzo da parte di tutti, salvo che si potenziassero i mezzi di trasporto pubblici. Il giornale intitolò: El socialismo solo puede llegar en bicicleta.

Quando arrivò il golpe militare e io mi rifugiai nell’ambasciata del Vaticano, Illich per proteggermi e fare pressione in mio favore per la mia partenza utilizzò questa frase come epigrafe nel libro Energia y Equidad, per cui divenne molto popolare a quell’epoca, tanto da finire perfino nell’Oxford Dictionary of Quotations.

Penso che il libro di Ivan sull’uso dell’energia contenga delle intuizioni molto preziose».

La velocità è antidemocratica e antiecologica

L’editoriale che ricostruisce questo aspetto del pensiero di Ivan Illich può essere letto in PDF insieme a tutti gli altri articoli dedicati a un modello energetico alternativo a quello dominante (petrolifero o magari nucleare) ed è ripubblicato qui sul sito di “.eco”. ciò che va sottolineato è il legame tra controllo dell’energia, democrazia, giustizia sociale e ambientale, come già intuiva Illich più di cinquant’anni fa. E come, recentemente, un gruppo di sociologi ha osservato in un saggio pubblicato nel numero del primo semestre 2024 di un’altra della nostra rivista, “Culture della sostenibilità” e dedicato in particolare alle CER, le Comunità energetiche rinnovabili.

In “Unveiling the social transformative potential of Collective Action in Energy Transition: from energy communities towards a communalism of energy”, gli autori (Dario Padovan, Osman Arrobbio, Alessandro Sciullo, Davide Grasso, Andrea Taffuri, Jacopo Bindi, Francesco Bartolomei, Luca Mastrosimone) argomentano che transizioni energetiche significative hanno coinciso con punti di svolta nella storia dell’umanità, come il passaggio dall’energia umana a quella animale, da quella animale e da biomassa a quella fossile e nucleare e, più recentemente, da quella fossile a quella rinnovabile a causa della crisi climatica ed ecologica.

Energia come bene comune: una questione ambientale e sociale

Queste transizioni hanno portato in passato a profonde trasformazioni della società, da società di cacciatori-raccoglitori a società agricole, manifatturiere e industriali, influenzando l’istituzione di regimi capitalistici e delle moderne democrazie liberali. L’attuale transizione energetica, tuttavia, non sembra così sconvolgente dal punto di vista sociale come ci si potrebbe aspettare.

Occorre, aggiungono, immaginare una strategia per la riappropriazione dell’energia come bene comune e per un cambiamento radicale dell’organizzazione sociale dell’energia, più orizzontale, inclusiva, equa e capace di riprodurre nuove forme di cittadinanza energetica.

Tranquilli, dunque, Salvini & Co.: partendo dalla loro comparsata al salone milanese siamo arrivati a una questione cruciale. La rivoluzione non sono le auto elettriche e il socialismo non arriverà sfrecciando su un monopattino elettrico.

Se non cambiamo paradigma, le vecchie case automobilistiche continueranno a chiudere e licenziare, le COP sul clima a fallire (in cattiva compagnia con altre, come quella sulla plastica a Busan), il pianeta a bruciare, le guerre a infuriare, le persone a morire, i deboli e i penultimi a farsi incantare dai pifferai dei ricchi e a prenderla con i più deboli e con gli ultimi.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.