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Scrivere “I care” su tutti i muri e i portoni del mondo

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 5 minuti

Scrivere “I care” su tutti i muri e i portoni del mondo

L’educazione ambientale (“seme di futuro”) è farsi carico del futuro, è partecipazione, è avere “occhi nuovi” sul cambiamento. Un percorso tra una serie di coppie oppositive, che si riassumono in “Catastrofe vs civiltà ecologica”. Per scongiurare la prima e costruire la seconda, bisogna scrivere “I care” (il celebre motto di don Lorenzo Milani) su ogni muro e portone del mondo. O almeno su tutti i portoni di istituzioni e organizzazioni educative, formali e non formali. Il testo integrale dell’editoriale del direttore di “.eco” nel numero di dicembre 2023.

Mario Salomone

(Nell’immagine di apertura, un particolare della copertina di “.eco” di settembre 2023, dedicato a don Lorenzo Milani)

Un’ampia porzione del numero di dicembre 2023 di “.eco”  è dedicata alle due scuole residenziali WEEC 2023. Le scuole, sotto il titolo comune “Educazione ambientale, seme di futuro”, sono una nuova tappa di un percorso iniziato molti anni fa (nel 1989) con “.eco”, voce storica dell’educazione ambientale italiana senza la quale nulla di quanto abbiamo costruito in questi anni esisterebbe, compresi gli appuntamenti formativi e i congressi mondiali, che a gennaio 2024 vedono la dodicesima edizione.

Inanellando le centinaia di articoli e le migliaia di pagine di questo lungo cammino (o anche solo guardando agli ultimi numeri e a quello che lettrici e lettori hanno ora tra le mani), troviamo validi esempi di come intendere l’educazione ambientale.

La transizione verso la neutralità climatica non come partita tra legislatori e mercato ma come partecipazione e impegno di persone, l’insegnamento di educatori, intellettuali e pensatori radicali (tra cui De Bartolomeis e Don Lorenzo Milani nel numero scorso, e ancora Don Milani e il suo “I care” in questo, con Aldo Leopold, Gianni Vattimo e Gaetano Capizzi), la critica a modelli educativi conservatori dell’esistente e alle politiche pubbliche, le proposte didattiche e le esperienze pratiche (usando anche il cinema, la fotografia, il teatro, i mass media).

Idee che parlano di cose concrete

In comune c’è sempre una battaglia delle idee. Ma è una battaglia di idee che parlano di cose concrete. Concrete perché hanno a che vedere con evidenze scientifiche e problemi reali, perché il discorso ambientale (e dunque l’educazione ambientale) attraversa trasversalmente tutti i temi, tutta l’evoluzione umana (che è storia di un progressivo adattamento del pianeta alle esigenze dell’homo sapiens e all’appropriazione di terra e di risorse operata da una parte di sapiens a danno degli altri sapiens oltre che del pianeta – una “terraformazione” come la chiama Amitav Ghosh).

È su una serie di coppie oppositive che occorre attirare l’attenzione: globalizzazione vs. cittadinanza planetaria, l’evasione e la distrazione di massa prodotta dal futile, dalla follia e dal “fake” vs realtà. Futile è il gossip, follia un ampio arco di cose che vanno dai progetti spaziali di Elon Musk ai limoni del Sud Africa o del Cile sugli scaffali dei supermercati, di fake e negazionismo sono pieni giornali e social.

Si tratta, sempre a proposito di coppie oppositive, di “presentismo” vs futuro, di visione miope e a corto termine (il guardare vicino nello spazio e nel tempo) vs la lungi-miranza, di egoismo, individualismo, egolatria, solitudine vs il “noi” (che è cooperazione, comunità planetaria di destino). Quindi di egocentrismo vs ecocentrismo, che è la centralità delle relazioni eco-sociali e di economia del profitto vs economia delle felicità.

Mistificazione e “business as usual”

E potremmo continuare. Abbiamo guerra e spesa per gli armamenti (vendute come illusione che facendo la guerra si prepari la pace) vs disarmo, convivenza nella diversità, equo e eco-sostenibile sviluppo. Ancora, acquiescenza vs ribellione. Rassegnazione vs perseveranza. Crescita continua e violazione dei Planetary boundaries vs limite e sostenibilità. Consumo di suolo, incendi boschivi, degrado ambientale vs Natura, foreste, biodiversità.

Intelligenza artificiale vs intelligenza umana.

Ovviamente, accanto alla immaterialità del “soft power” e dell’intrattenimento ci sono cose molto “dure” e pesanti: missili e disastri ambientali, lutti e malattie, montagne di rifiuti e devastazioni. Ma a sostegno di questa tragica materialità – va ribadito – c’è, dal primo lato, un dato di irrealtà: l’illusione, in parte in malafede, in parte in buonafede, che il modello affermatosi con l’Antropocene possa continuare, limitandosi a qualche manutenzione del sistema, che il “business as usual” (gli affari come sempre) possa continuare a prevalere.

È un errore, o un miraggio, si fonda sull’ideologia della crescita continua (che è impossibile in un pianeta finito). È l’inganno della mistificazione tecnocratica, è la “Sindrome di Phileas Fogg” (il celebre protagonista del romanzo di Jules Verne che brucia tutto il bruciabile per proseguire il suo viaggio intorno al mondo).

Prigionieri in una caverna. E il sole fuori, fonte di tutta la vita

Dall’altro, c’è la speranza non di una transizione ridotta magari solo a cambiare l’automobile con una elettrica, ma di un totale cambio di paradigma, come è proprio di tutte le grandi transizioni di sistemi sociotecnici ed energetici, che sono stati cambiamenti e rivoluzioni di cultura (scritta e orale, “alta” e materiale), sistemi politici e giuridici, istituzioni, rapporti sociali, economie-mondo, visione, valori, filosofie, ecc.

Molti è come se fossero prigionieri in una caverna. Sulla parete vedono proiettate delle ombre e ad esse credono. La catene che li imprigionano si chiamano manipolazione, schemi mentali riduttivi e vecchi, paradigmi riduzionistici, inerzie, suadenti richiami di un illusorio destino diverso, ma anche ricatti e condizionamenti da parte di tutto un contesto.

Molti altri, noi fra questi, cercano di portare fuori dalla caverna i prigionieri delle ombre, alla luce del sole base di tutta la vita.

Molti invece non hanno tempo e forze per contemplare le ombre, perché hanno ben altre urgenze e catene che li tengono prigionieri e ben altre ombre che incombono su di loro: sono i poveri di qui e di tutto il globo, poveri magari pur lavorando, nella progredita Europa come in ogni continente.

Sono i milioni di esseri umani che devono affrontare la mancanza di cibo e di acqua o fuggire da bombe e guerre, predoni e milizie di ogni genere, vivere in quartieri degradati o in slum e bidonville, sottomettersi a bande criminali, mettersi salvo da alluvioni e tempeste o dal mare che si innalza.

Anche a loro dobbiamo avere qualcosa da dire.

L’educazione, strumento di liberazione

L’educazione ambientale è lo strumento di liberazione dei prigionieri della caverna e dei prigionieri della povertà.

L’educazione sta da lato della realtà, è al centro di un insieme di cose concrete e fondamentali: l’educazione in tutte le età della vita (quindi metodi e sistemi formativi formali e non formali), la partecipazione di cittadini e cittadine, l’equità perché giustizia sociale e giustizia ambientale sono e sono sempre più connesse, così come l’economia, la pace, le condizioni di vita di 8 miliardi di persone che abitano il pianeta e che presto saranno 10 miliardi.

Le opposizioni esemplificate prima si riassumono in una opposizione: Catastrofe vs civiltà ecologica.

Una opposizione che ci chiama all’impegno e riguarda da vicino l’educazione ambientale come perno su cui far girare l’inversione di paradigma.

Ciò disegna il vasto arco di campi in cui possiamo e dobbiamo impegnarci:

– la centralità della Natura animata e inanimata da cui dipendiamo e di cui facciamo parte (anche con i nostri manufatti), condizionandone e subendone l’evoluzione forzata e deviata dall’intervento antropico;

– la riforma dei sistemi educativi;

– l’iniziativa dal basso, la partecipazione e il controllo democratico;

– la rigenerazione delle città;

– l’ideazione e la costruzione pratica di modelli di sviluppo locale con attenzione alle aree interne;

– la coesistenza pacifica con il “Sud globale” (dei cui problemi siamo storicamente insieme causa e beneficiari fino a ora, ma di cui cominciamo a risentire anche noi), in un quadro di pacificazione e smilitarizzazione materiale e delle narrazioni e di denuclearizzazione (militare e civile).

Ciò non vuol dire che chi ha al centro della propria attività lavorativa l’educazione all’aperto o la propria scuola o università debba mettersi a fare anche altro.

Scrivere “I care” dappertutto

Ma come rete strumento di comunità e di formazione possiamo aiutare chi è già in cerca di nuovi sbocchi e le nuove generazioni di educatori ambientali (e le nuove generazioni nel loro insieme) a svolgere ruoli di facilitatori, di agenti di sviluppo locale, di promotori di comunità energetiche, di fermenti di partecipazione e attivismo e molti altri ruoli.

Ad avere, appunto, occhi che vadano – come invitava Alex Langer – più a fondo, più in largo, più lontano (nel tempo e nello spazio), più dentro alle cose e ai cuori e alle menti (al motto olimpico Langer, infatti, contrapponeva “Lentius, profundius, suavius”).

L’importante, insomma, è una “Educazione ambientale, seme di futuro”.

Se (per tornare allo spunto di partenza e come dicevamo nel numero scorso di “.eco”) bisogna accogliere l’esempio di don Lorenzo Milani e riscrivere “I care” sul portone di ogni scuola e università, di fronte a migrazioni epocali, disastri globali, guerre mondiali “a pezzi”, l’I care può e deve essere scritto (metaforicamente, ma – perché no – anche davvero) sul portone di ogni istituzione democratica o di ogni museo, di ogni centro di educazione ambientale, di ogni chiesa, tempio o moschea, nei quartieri, in ogni sede di lavoro, di studio, di aggregazione, di ricerca.

Perché tutto ci riguarda, tutto ci impegna.

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MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.