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Antonio Bossi. Una riflessione che guarda al futuro

| Redazione

Tempo di lettura: 17 minuti

Antonio Bossi. Una riflessione che guarda al futuro
Ricordo di Antonio Bossi, scomparso il 7 gennaio 2026, attraverso l’intervista apparsa nel volume di Elena Pagliarino “Donne e uomini dell’educazione ambientale”.

(Questa intervista ad Antonio Bossi, che ci ha lasciato il 7 gennaio 2026, fa parte del volume di Elena Pagliarino Donne e uomini dell’educazione ambientale. Storie di impegno e passione uscito nella nostra collana Effetto Farfalla. Il volume, con prefazione di Mario Tozzi, contiene le interviste a Annastella Gambini, Antonella Bachiorri, Antonio Bossi, Daniele Zavalloni, Danilo Selvaggi, Elisabetta Falchetti, Enver Bardulla, Fabrizio Bertolino, Francesco Tonucci, Franco Lorenzoni, Giovanni Borgarello, Luca Giunti, Luca Mercalli, Maria Antonietta Quadrelli, Mario Salomone, Maurilio Cipparone, Michela Mayer, Piergiorgio Pizzuto, Sergio Sichenze, Tomaso Colombo, Vittorio Cogliati Dezza. A ogni intervistato Elena Pagliarino ha chiesto di indicare anche i titoli di una piccola biblioteca ideale dell’educazione ambientale)

Sulla figura di Antonio Bossi, educatore tra i più apprezzati in Italia e dirigente della Rete WEEC, leggi anche il ricordo di Maria Antonietta Quadrelli.

La copertina di “Donne e uomini dell’educazione ambientale”

Non ho mai provato a riflettere seriamente sulla mia vita professionale, anche perché significherebbe, forse, sentirsi alla fine di un percorso che per me non è ancora terminato, e probabilmente non terminerà mai…

Non mi dispiacerebbe, invece, provare a ripercorrere insieme ad altri colleghi le tappe dei nostri percorsi individuali, fatti di esperienze formative vissute, di progetti educativi realizzati, di persone incontrate, di letture che ci hanno aiutato a fare qualche passo avanti. Non certo per un momento celebrativo o di rievocazione nostalgica del passato, ma perché attraverso le esperienze vissute si potrebbero trovare stimoli e spunti nuovi e originali, nati dal confronto tra storie, per non smettere mai di credere in questo bellissimo lavoro. E forse aiutare persone nuove a crescere e formarsi.

La mia esperienza di educatore ambientale mi ha permesso di riunire nel lavoro passioni, conoscenze e impegno, anche grazie alla possibilità di operare in ambienti in cui puoi sentirti protagonista in modo reciproco con le persone con cui vivi e lavori e dove, pur essendoci dei ruoli prestabiliti e rispettati, non c’è verticalità ma la libertà di potersi mettere in gioco continuamente.

Io credo che fare l’educatore ambientale non sia un lavoro come tutti gli altri, perché è richiesta una grande quantità di conoscenze e competenze (conoscenze ambientali, elementi di pedagogia, capacità comunicative, competenze progettuali, conoscenza delle normative, approfondimenti sulla gestione dei gruppi e sulle metodologie didattiche, attenzione ai processi di valutazione, ecc.), a cui si aggiungono la capacità e la voglia di aggiornarsi e di ripensare il proprio lavoro, la necessità di rimanere tra e con le persone, il bisogno di sapersi reinventare ogni giorno. Ma forse è così per tutti lavori creativi… Ma capita, in molti casi, che questo bellissimo lavoro sia scarsamente riconosciuto e poco pagato. E forse tutta questa complessità tende a spegnere l’entusiasmo, che per me dovrebbe essere una componente fondamentale della nostra attività. In questa professione è importante la scelta: se non si è scelto di fare l’educatore, ma ci si è trovati, non si riesce a farlo per lungo tempo, dopo un po’ si è in cerca di qualcos’altro.

Una differenza che vedo fra noi educatori storici e i più giovani è che noi questo lavoro l’abbiamo proprio scelto; adesso, invece, spesso e volentieri è un momento di passaggio, un’esperienza, un modo per occupare un buco di tempo. La motivazione per molte delle nuove leve è completamente diversa dalla nostra. Per gli educatori storici, invece, era un lavoro che si sceglieva per la vita.

Sul lavoro dell’educatore, come ho detto prima, incide anche fortemente l’aspetto concreto di una retribuzione bassa: non si può pensare all’educazione ambientale come professione senza tener conto dell’aspetto economico, che pesa e contribuisce anche a determinare un’immagine debole di questa professione.

Infine, la fragilità di questa professione è data dal fatto che come educatori non siamo stati ancora in grado di elaborare un sapere codificato: noi agiamo sulla pratica e solo in qualche caso tiriamo fuori un sapere che è prodotto dall’esperienza. È un sapere dispersivo e disperso, concreto e reale, e difficilmente si traduce in un sapere che sia anche un discorso sociale riconosciuto come forte e potente, perché troppo spesso è radicato nella quotidianità.

Io sono cresciuto professionalmente all’interno di una rete e di un sistema che, pur avendo attraversato momenti più felici e periodi un po’ offuscati, oggi mi sembra non esistere più.

Anche il sostegno istituzionale, sicuramente più presente e attento in passato, che oggi sembra voler rilanciare l’educazione ambientale nel nostro paese, pare volersi muovere penalizzando i territori e i piccoli centri educativi che operano a contatto diretto con le persone, favorendo programmi faraonici, un po’ troppo generici e poco calati nelle realtà locali. Con il sostegno istituzionale venuto meno da tempo, le persone hanno preso le loro strade e forse si sono un po’ accontentate di lavorare ciascuno nel proprio ambito, costruendo anche bellissime esperienze, ma la condivisione che in certi momenti del passato ci ha visti impegnati a lavorare insieme, adesso è una prospettiva distante.

Gli inizi come volontario del wwf

Come è partito il mio viaggio? Per prima cosa voglio ricordare la mia lunga storia legata al wwf, prima come volontario, attivista di una piccola sezione locale e poi, via via, per tappe successive, a livello regionale in Lombardia e a livello nazionale con il wwf Italia.

Ricordo un anno preciso in cui posso collocare il mio punto di partenza. Era il 1982, studiavo scienze naturali ed ero iscritto da pochi mesi al wwf e decisi di iniziare a collaborare con la sezione di Como, la città dove tuttora vivo. La sezione locale stava organizzando una mostra per presentare al pubblico la neonata Oasi delle Torbiere di Albate Bassone, una zona umida ai margini della città. Fui coinvolto nella realizzazione di alcuni pannelli che spiegavano la vita nelle zone umide e nell’oasi e nella redazione dei materiali cartacei di presentazione dei contenuti della mostra, realizzati allora con una macchina da scrivere e fotocopiati. Ne conservo ancora una copia da qualche parte… Fui anche invitato a dare una mano per guidare le scolaresche e le persone che venivano in visita. Mi trovai subito “in prima linea”, accompagnando qualche classe. Fu in una di queste occasioni che un’insegnante, al termine della mattinata con i ragazzi, mi avvicinò per complimentarsi per il lavoro svolto e per la qualità dell’esposizione durate la visita guidata. Da questo episodio prese il via la mia storia, perché l’insegnante estese i ringraziamenti ai responsabili della sezione del wwf, che mi invitarono a far parte di un gruppo-scuola appena costituito. Accettai e iniziai la mia avventura incontrando alunni e insegnati, in classe e sul campo, accompagnando le classi in attività all’aperto, nei boschi, lungo i sentieri, intorno a un lago, lungo le rive di un corso d’acqua. Mi divertivo tantissimo e iniziavo a sperimentare metodi di lavoro e tecniche di accompagnamento, provando e riprovando cose nuove, anche con l’aiuto e i suggerimenti delle persone che lavoravano con me. Iniziai nello stesso tempo a procurarmi una grande quantità di manuali e di articoli sull’educazione ambientale (o naturalistica, come qualcuno la chiamava allora), sulla pedagogia e sulla gestione dei gruppi.

Quindi, un po’ per caso, un po’ per scelta, un po’ per passione, direi soprattutto per passione, inizia la mia avventura, segnata sicuramente anche dalle mie origini. Io sono nato in campagna e ho vissuto in campagna fino a vent’anni. La casa di famiglia, in paese, era l’ultima prima del bosco. Fuori casa c’erano prati e boschi, aree coltivate, ruscelli e tanti animali in ogni ambiente. Le mie giornate erano divise fra scuola e natura. Il tempo libero, da bambino, con gli amici, era nel bosco a costruire capanne, ad arrampicarsi sugli alberi, a raccogliere i prodotti delle varie stagioni. Nel bosco andavo anche accompagnato dai miei primi maestri, mio nonno e mio padre, entrambi nati e cresciuti in campagna, che mi trasmisero la loro grande conoscenza popolare della natura e la passione per l’esplorazione e la scoperta.

Coordinatore dei programmi per la scuola del wwf Italia

Dopo alcuni anni di volontariato al wwf di Como, è iniziata la mia attività professionale vera e propria, prima presso la sede regionale lombarda dell’associazione e poi, dal 1993, come consulente dell’ufficio educazione del wwf Italia.

L’ufficio educazione nazionale aveva la propria sede a Milano e quindi, anche geograficamente, era molto comodo da raggiungere. Vi ho lavorato inizialmente con un piccolo incarico, all’inizio degli anni ‘90, e poi sono stato confermato per vent’anni come consulente fisso di staff nell’ufficio educazione del wwf Italia. All’interno dell’associazione ho seguito principalmente i progetti legati alle scuole: inizialmente, erano programmi rivolti alle classi; poi, mi sono occupato di elaborare proposte di formazione rivolte ai docenti e al pubblico adulto.

Nell’associazione sono cresciuto professionalmente, grazie alle opportunità formative di cui ho potuto beneficiare negli anni e, soprattutto, imparando da tanti esperti dei vari settori che operavano nell’associazione: da chi seguiva i programmi di conservazione a chi operava nelle oasi; dai colleghi che seguivano i progetti sul territorio a quelli che si occupavano di mare, acque interne, energia, sostenibilità ambientale, mobilità sostenibile, ecc. Senza dimenticare i colleghi e le colleghe dell’ufficio educazione.

Ripensandoci ora, mi sembra di riconoscere alcuni punti di contatto fra il mio percorso e quello che ha seguito negli anni l’educazione alla sostenibilità ambientale, partita con le prime esperienze in campo naturalistico e poi evoluta verso una grande attenzione ai temi della complessità, delle relazioni, della partecipazione e della promozione di senso critico, rendendosi conto che le dinamiche ambientali avevano una stretta connessione con le tematiche sociali ed economiche. Quell’evoluzione che ha poi portato all’elaborazione del concetto, più ampio, di educazione allo sviluppo sostenibile. E da quest’ultima definizione nascono per me nuovi stimoli perché se, da un lato, parlare di ‘sviluppo sostenibile’ può sembrare una contraddizione in termini – «o scegli lo sviluppo o scegli la sostenibilità» – dall’altro, leggo nelle due parole la traccia dell’impegno di tutti per il futuro, per far convivere i due termini attraverso tantissimo lavoro informativo, formativo, educativo, culturale, politico.

Ma torniamo al punto di partenza, l’origine di tutto: la natura. Come recita il titolo di un libro di alcuni anni fa: “Siamo parte della natura ed essa è parte di noi”. Per me il punto di partenza, e di ritorno, sta sempre nella relazione tra l’uomo e la natura. Forse è ovvio e banale pensare che la prima causa del degrado ambientale stia proprio nel progressivo distacco dell’uomo dalla natura. E troppo spesso, quando c’è, l’attenzione per l’ambiente è ancora segnata da una visione antropocentrica, con la salvaguardia della natura che risulta subordinata ai bisogni dell’uomo. Guardiamo ai danni prodotti sull’ambiente dall’inquinamento avendo come unico referente la nostra specie e i nostri modelli culturali, e in questo modo non si pone l’attenzione al rispetto e alla conservazione della natura in sé. Nel processo dinamico della natura, ogni specie svolge un proprio ruolo preciso che va rispettato, anche se non riusciamo a comprenderlo o non ci piace. Noi siamo parte di questo processo dinamico e non i gestori dell’ambiente secondo le prerogative che ci fanno più comodo. L’allontanamento dalla natura è diffuso, salvo poi pensare di “riscoprirla” con innamoramenti irrazionali e momentanei attraverso il turismo di massa nei parchi o, per fare un esempio qualsiasi, le fotografie dei delfini dalle navi in crociera…

Cosa mi piacerebbe veder crescere nelle persone? Un approccio diverso verso la natura, in diretta opposizione al modus vivendi attuale, basato sulla velocità e sulla quasi totale assenza di contemplazione dell’ambiente circostante, su un pianeta che è l’unico che abbiamo e sul quale siamo solo degli ospiti insieme a qualche altro milione di specie di esseri viventi.

Relazioni in divenire

Il mio lavoro a cavallo del cambio di millennio è stato quasi tutto volto a progettare, costruire, scrivere documenti, materiali, articoli, approfondire questioni legate alle teorie dell’educazione ambientale, proporre riflessioni ai docenti, lavorare sulla formazione degli operatori e degli insegnanti.

Mi hanno sempre guidato la curiosità e la voglia di mettermi in cerca dei rapporti tra teorie, luoghi e situazioni per produrre nuove idee, e avere intuizioni da trasformare in progetti e pratiche educative, dando grande importanza alle persone, ai processi e ai prodotti. Mantenendo in tutto questo un contatto diretto e continuo con le esperienze sul campo, che non ho mai abbandonato, e che mi sono servite per provare – mi verrebbe da dire “collaudare” – ciò che nel mio lavoro trasforma la progettazione in pratica educativa. Ho voluto sempre sperimentare direttamente le mie idee e le mie “invenzioni” con i gruppi, le classi, gli insegnanti, e non ho mai abbandonato il mio passato di accompagnatore e di educatore a diretto contatto con le persone, mantenendo viva l’affermazione dell’imparare facendo – che va ben oltre lo slogan.

Ma la vita e la società nell’arco di quarant’anni sono cambiate forse più che nei duecento anni precedenti. E anche il lavoro dell’educatore e del formatore è cambiato in corrispondenza al cambiamento radicale della società. I ragazzi di oggi sono abituati a trovare immediatamente ciò di cui hanno bisogno, senza che sia necessario ingegnarsi a cercare troppo: basta un clic e si trovano tutte le notizie e le immagini possibili, basta una piccola calcolatrice (inserita anche nei telefoni cellulari) per effettuare le operazioni matematiche. Le occasioni e le fonti culturali sono molte di più, e quindi anche l’apprendimento è più facile e immediato. Perciò, gli studenti attuali sono più pronti a imparare e assimilare di quanto non lo fossero in passato, hanno una mente più aperta, più duttile, più ricca di dati e informazioni di ogni genere. Ma c’è anche il rovescio della medaglia, anzi, ce ne sono due. Abituati come sono al messaggio immediato, all’immagine che scorre, all’informazione in tempo reale, letta velocemente e subito passata nell’oblio, tendono a trattenere ben poco di quanto appreso. La seconda conseguenza dell’informatizzazione attuale, a cui tutti o quasi i ragazzi di oggi sono abituati fin dalla nascita, è il mancato o insufficiente sviluppo di quelle qualità logiche e argomentative che in passato, pur con fonti culturali molto ridotte rispetto a oggi, erano possedute in misura maggiore.

Oggi tutto sembra arrivare già pronto e confezionato, tutto viene risolto dal computer, non c’è più necessità di aguzzare l’ingegno per arrivare a un risultato che, il più delle volte, è già bell’e pronto in partenza. Ma per riconnettersi con la natura e con l’ambiente non è sufficiente conoscere le regole, occorre operare un lavoro di scelta, un ragionamento autonomo che consenta di comprendere le relazioni. E per tutto ciò occorrono logica, intuizione, deduzione: tutte qualità che sono l’esatto contrario di quelle che molti giovani (per fortuna non tutti) applicano nella loro vita quotidiana, dove tutto è già pronto, l’immagine passa e va, non c’è più possibilità di usare la propria autonomia di ragionamento e giudizio.

Cito una frase che ripeto sempre quando incontro persone adulte durante i momenti di formazione all’ambiente: «Se voglio trasformare le competenze di una persona, anche solo per aiutarla ad assumere nuovi comportamenti o nuove consapevolezze, devo essere in grado di trasformare i concetti in modo che siano comprensibili a tutti, anche a persone che vivono in realtà completamente distanti dalla mia, immaginando per prima cosa di partire dai gradini più bassi della società». Perché è facile lavorare con quelle che spesso definisco “avanguardie”: lavorare in contesti educativi con persone già sensibili, attente, “amiche della natura”, permette di ottenere risultati importanti, perché la ricaduta della nostra attività si colloca all’interno di un percorso che, probabilmente, le persone avevano già intrapreso in autonomia. Ma quante sono, invece, le persone ancora lontane e meno pronte a rispondere sulla strada dell’educazione ambientale? Ed è con queste ultime che preferisco lavorare.

Ritorno al futuro

Il mio lavoro al wwf è terminato nel 2012, quando l’associazione ha deciso di riorganizzare complessivamente il proprio assetto e di chiudere numerosi rapporti lavorativi.

Superati i primi momenti di amarezza, è scattato l’ottimismo dell’edu-catore, perché, e qui apro una parentesi, se un educatore è ottimista può aiutare le persone a orientarsi verso un modo di vivere attivo, consapevole di poter intervenire nella realtà per trasformarla in qualcosa di migliore.

Con una discreta prontezza, e ancora una volta mettendo davanti a tutto la passione per questo lavoro, ho provato a reinventarmi in un altro contesto, quello dove opero oggi, grazie anche all’aiuto di alcuni colleghi che, come me, avevano concluso la loro esperienza professionale nel wwf Italia. Abbiamo costituito una cooperativa, ereditando il lavoro iniziato anni prima da Ferruccio Jarach, una grande persona ora scomparsa. Ferruccio, ingegnere, era solito aprire le conferenze che teneva sui temi dell’ambiente e dell’educazione all’uso corretto delle risorse citando Arne Næss, il filosofo dell’ecologia profonda.

La cooperativa si chiama Eliante, ha sede operativa a Milano e riunisce una decina di soci attivi con competenze molto varie in campo ambientale. In questi anni siamo riusciti a far lavorare con noi almeno una ventina di collaboratori, anche se in molti casi con brevi contratti. Talvolta si tratta di opportunità piccole, ma importanti per dare la possibilità di fare esperienza ai giovani.

Poiché la cooperativa per poter lavorare deve contare sull’apporto continuo di contributi e finanziamenti, abbiamo impostato un intensissimo lavoro di ricerca di finanziamenti legato alla partecipazione a gare e a bandi che ci ha permesso di ottenere, fra l’altro, l’assegnazione della gestione delle attività didattiche e di promozione del turismo sostenibile al Parco regionale del Monte Barro, in Lombardia.

Oggi, quindi, sono responsabile diretto di tutte le attività educative al parco. Con me collaborano alcune persone, purtroppo non impiegate stabilmente, ma ci stiamo dando da fare per cercare di consolidare il lavoro iniziato: nel territorio abbiamo ottenuto nuove convenzioni e partecipiamo a nuovi bandi.

La parte più stimolante di questo nuovo percorso di lavoro è che c’è la possibilità di inventare o re-inventare percorsi del tutto nuovi o anche tradizionali a contatto con il territorio e con le persone che lo frequentano, in tanti ambiti: attività prettamente naturalistiche, ma anche legate all’uso sostenibile delle risorse e alla promozione del patrimonio artistico, storico e culturale. Il parco ospita strutture ricettive, didattiche, culturali, un museo etnografico e un museo archeologico con due aree archeologiche molto interessanti, e altri ambienti dove fare accompagnamento turistico o attività didattiche.

È stata una nuova avventura, che sicuramente mi ha portato a rimettermi un po’ in gioco rispetto al passato, ripensando alle prime esperienze educative e didattiche in classe., Trovandomi, dopo vent’anni trascorsi prevalentemente in ufficio, a lavorare e muovermi sul campo, in un parco dove prevale l’elemento naturale, e ritrovandomi a progettare attività che si rivolgono a bambini, ragazzi e insegnanti di varie fasce scolastiche, sono un po’ tornato alle origini.

Vivere disconnessi

E questo “ritorno a scuola” mi sta aiutando a leggere i cambiamenti avvenuti nei modi di avvicinarsi all’ambiente e di vivere esperienze a contatto diretto con la natura. C’è oggi un distacco dalla quotidianità della natura sempre più marcato, si vive in una realtà chiusa in scatole, vicine ma quasi mai collegate fra loro. La giornata è trascorsa tra l’abitazione, la propria camera, l’aula scolastica, la palestra, la piscina, il corso di danza o di calcio, l’oratorio, ma anche l’automobile, la televisione, il pc o il telefonino: tante scatole mai connesse al territorio che le circonda, con un distacco dal reale e dal quotidiano sempre più marcato.

Uno stimolo che forniamo sempre è quello di provare a superare la distanza fra le esperienze in natura che proponiamo e la quotidianità, per evitare che l’esperienza al parco rimanga un episodio bello ma che ho potuto vivere solo grazie alla bellezza del luogo o alla bravura della guida o dell’accompagnatore o dell’educatore. Si tratta quindi di trasformare il ritorno a casa o a scuola, dopo l’uscita al parco, in qualcosa che permetta di comprendere che la meraviglia e il gusto per l’esplorazione e la scoperta sono cose che si possono vivere quotidianamente, anche nei dintorni di casa propria. Se una classe arriva al parco e viene stimolata all’ascolto dei versi degli animali o dei canti degli uccelli, i ragazzi si mettono seduti in silenzio e scoprono qualcosa. Ma c’è una fortissima difficoltà, una volta tornati a casa, a capire che questa esperienza è perfettamente riproducibile anche in altri contesti. Forse anche il parco viene percepito come una scatola, solo un’altra scatola…

Quindi, la relazione quotidiana con la natura è proprio l’elemento chiave che è venuto a mancare nel tempo. Si vivono queste esperienze come se la natura fosse meravigliosa solo se si va in un’area protetta, perché è stata istituita apposta per quello, e tutto quello che non è nel parco non è preso nemmeno in considerazione, finendo per non rendersi conto di cosa c’è intorno a casa. Ci sono più distacco, meno identificazione, meno senso di appartenenza, meno affetto e amore, meno voglia di impegnarsi per la tutela.

Tutti sono molto bravi a dichiararsi attenti all’ambiente, ma poi nei comportamenti scatta una sorta di contraddizione e molto dell’impegno dichiarato viene meno. Continuo a pensare che ci sia bisogno di recuperare una modalità di lavoro che permetta alla gente di vivere in modo più completo la relazione con le cose vicine. Con maggiore coerenza.

Tempo e fatica

Ci sono altri due elementi sui quali sarebbe importante lavorare anche in termini educativi, pensando in questo caso sia agli adulti sia ai bambini: il senso del tempo e il senso della fatica.

Pensiamo a un adulto che si spazientisce davanti a una coda al supermercato o in banca. O a chi brontola per i pochi minuti trascorsi in coda per salire su un mezzo pubblico. In un bosco i bambini si muovono tra gli alberi, inventano dal nulla, giocano con i materiali naturali, imparano l’uno dall’altro in un ambiente ricco di stimoli, senza tempi e modalità imposti. Ricordo di aver letto un articolo, molto tempo fa, in cui un giornalista sardo durante un servizio sul mondo agropastorale intervistò un pastore seduto ai piedi di un albero in montagna. Il giornalista chiese all’uomo se non soffrisse di solitudine a stare mesi da solo con gli animali in montagna. Lui rispose di no, che quello che gli piaceva di più era stare seduto ai piedi di quell’albero e immaginare quante persone fossero passate lì davanti, quante storie fossero successe proprio ai piedi dell’albero dove stava lui. «L’albero resta sempre qui – diceva − gli uomini passano». La gente non è più abituata al trascorrere del tempo. Anche il tempo dell’ascolto e del silenzio, del muoversi lentamente, del dare tempo alle cose di manifestarsi. Sono attenzioni quasi in via d’estinzione, soprattutto nella vita trascorsa nelle scatole.

Il bisogno di riappropriarsi del tempo, dei tempi giusti per ogni cosa, è un passaggio fondamentale per riconnettersi all’ambiente e al territorio, in una relazione mai frettolosa che permetta di superare l’illusione che sia tutto semplice e conquistabile senza sforzi.

Occorre riappropriarsi anche di un po’ di fatica, quella che serve per camminare lungo un sentiero, per raggiungere un corso d’acqua, per salire verso i campi dove si svolgeranno le attività. La fatica diventa un valore, ci indica una strada, un percorso, e ci avverte che solo con il sudore, con uno sforzo e con la determinazione possiamo ottenere dei risultati e misurarci con le nostre possibilità, che spesso nascondiamo e rimuoviamo. È la fatica come esercizio e crescita, quindi.

Tempo di bilanci

Potrei racchiudere il mio percorso professionale e umano in tre parole: esperienza, condivisione e ricerca. Esperienza, perché fare esperienza significa entrare in contatto diretto con le cose, ponendo in primo piano un tipo di apprendimento costruito attraverso l’esplorazione e la scoperta, in cui le abilità sono un mezzo per raggiungere traguardi che si confrontano con esperienze già vissute e che aiutano a generare riflessioni, valutazioni e nuove azioni. Condivisione, perché condividere esperienze significa rafforzare le proprie competenze e, confrontandole con quelle degli altri educatori, fare di tali competenze un patrimonio comune, una ricchezza di tutti. Ricerca, perché il lavoro dell’educatore deve basarsi sul proprio punto di vista ma anche su quello dell’altro e deve essere in grado di scombinarsi e ricombinarsi con flessibilità. L’attività conoscitiva e quella sul campo pongono all’educatore domande continue e lo mettono alla ricerca di procedure sempre migliori. La ricerca è utile per rispondere alle esigenze che intervengono nei processi educativi e formativi e serve a inquadrare strategie e dotarsi di strumenti di valutazione.

A tutto questo aggiungerei, infine, un atteggiamento positivo che guarda al futuro raccogliendo dal passato, facendo tesoro di ogni esperienza, di ogni incontro, di ogni programma realizzato nel tempo. Con una ciclicità che rinnova e rilancia continuamente verso il futuro l’educazione all’ambiente e alla natura, con flessibilità mentale ed emotiva, per essere in grado di accogliere il cambiamento, di affrontare complessità crescenti, di promuovere l’apprendimento continuo.

Ma la pedagogia per un’educazione autentica deve essere qualcosa che si costruisce poco per volta, passo dopo passo, senza l’ansia di raggiungere subito vasti traguardi, ma con grande modestia e grande pazienza. Si scoprono delle cose straordinarie quando, per esempio, si sta con i bambini piccoli o con i ragazzini in modo tranquillo, in modo da non sollecitarli sempre a fare chissà che cosa, avendo quindi l’opportunità di vivere insieme a loro senza pressarli con richieste di prestazioni e con l’ansia di fargli imparare chissà che cosa.

Qualche idea per il futuro

Un punto interrogativo che mi accompagna da anni è quello della valutazione sul lungo periodo. Io non conosco nel nostro paese programmi di valutazione di progetti educativi pensati per tempi lunghi o lunghissimi. Ma se parliamo di progetti che hanno l’ambizione di portare le persone a essere consapevoli che le scelte e le azioni individuali e collettive comportano conseguenze non solo sul presente ma anche sul futuro, e si pongono l’obiettivo di promuovere l’assunzione di comportamenti coerenti per individuare e sperimentare strategie per un vivere sostenibile, come possiamo valutare tutto questo? Come possiamo pensare di avere agito nel migliore dei modi possibili se non abbiamo elementi per valutare a distanza il nostro lavoro?

Ci sono educatori che, come me, hanno iniziato a incontrare classi di studenti vent’anni fa, quando erano bambini. Oggi sono diventati adulti: possiamo cercare di capire se le esperienze proposte allora hanno portato a qualche risultato oggi? Quella che nelle nostre ambizioni era la promozione di nuovi comportamenti ha realmente cambiato qualche modo di pensare e agire? Come sono, oggi, le persone incontrate allora? I bambini di allora, oggi adulti, sono genitori, consumatori, lavoratori, professionisti, forse hanno un ruolo politico nella società. Sono valsi a qualcosa i progetti educativi che hanno intrecciato le loro esperienze e il nostro lavoro?

Perché oggi, anche se ci troviamo a un punto in cui risulta ormai chiaro che c’è una notevole concordanza sui principi e sulle teorie che fanno dell’educazione ambientale la più importante delle educazioni, ci sono ancora difficoltà a calare principi e metodologie nella pratica quotidiana, con la necessità di uno scambio continuo tra la sfera privata e quella professionale che riassumerei in quattro punti finali. Cercare la coerenza fra idee e vissuto, fra dichiarazioni a favore di un ambiente “più pulito” e comportamenti spesso contradditori; ricercare la semplicità e l’essenzialità come elementi chiave del benessere personale e della qualità delle nostre relazioni con ciò che ci circonda; fare grande attenzione alla qualità delle relazioni, al rispetto dei tempi con una forte vocazione alla lentezza; essere sensibili alla bellezza delle cose con una conseguente ricerca dell’armonia e dell’equilibrio.

Tre persone da intervistare

La mia formazione e il mio lavoro mi hanno imposto la necessità di conoscere i testi e i documenti che definiscono i riferimenti teorici che sostengono l’educazione ambientale. Il confronto con il mondo della ricerca, la partecipazione a seminari e convegni, lo scambio d’idee con tutte le persone incontrate mi ha poi aiutato a costruire le necessarie strutture di pensiero e a sperimentare sempre nuovi modi di progettare, comunicare e, forse, di vivere. In tutto questo mi sono state d’aiuto tutte le persone con cui ho potuto collaborare. A tutte devo qualcosa perché da tutte ho imparato qualcosa. Potrei ricordare, ad esempio, un’insegnante elementare incontrata molti anni fa che mi ha “contagiato” con il divertimento, l’entusiasmo, la passione e la carica emotiva che poneva nel lavoro con i suoi alunni.

Ci sono poi persone che mi hanno aiutato a cogliere l’importanza della ricerca e del rigore scientifico; fra queste, Michela Mayer con cui ho collaborato per alcuni progetti nazionali e internazionali.

Non posso fare a meno di ricordare Alessio Di Giulio, mio responsabile per molti anni al wwf Italia, che mi ha aiutato a capire l’importanza delle piccole idee “selvatiche” che possono sbocciare in qualsiasi contesto o territorio, senza ricette, ma che portano con sé la forza dell’innovazione e dell’anticipazione.

Il terzo nome è quello di Luigina Mortari, docente all’università di Verona, le cui ricerche nei campi della filosofia dell’educazione e della pratica della cura mi affascinano. Non l’ho mai incontrata, ma ho sempre ricavato preziosi spunti di riflessione dalle letture dei suoi lavori.

Piccola biblioteca di educazione ambientale di Antonio Bossi

Carta dei principi per l’educazione ambientale orientata allo sviluppo sostenibile e consapevole, Fiuggi: 24 aprile1997.

Bardulla, E. (1998). Pedagogia, ambiente, società sostenibile. Roma: Edizioni Anicia.

Cornell, J. (1992). Scopriamo la natura assieme ai bambini. Como: RED Edizioni.

Loos, S., Dell’Acqua, L. (2010). Naturalmente giocando. Torino: Edizioni Gruppo Abele.

Lorenzoni F. (2014). I bambini pensano grande. Palermo: Sellerio Editore.

Louv R. (2006). L’ultimo bambino nei boschi. Come riavvicinare i nostri figli alla natura. Milano: Rizzoli.

Mortari L. (1998). Ecologicamente pensando. Cultura ambientale e processi formativi. Milano: Unicopli.

Schenetti M., Salvaterra I., Rossini B. (2015). La scuola nel bosco. Pedagogia, didattica e natura. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson.

Makiguchi T. (1999). L’educazione creativa. Firenze: La Nuova Italia.


[1] aa.vv. (2003). A scuola di Agenda 21. Siamo parte della natura ed essa è parte di noi. Bologna: emi.

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".eco", rivista fondata nel 1989, è la voce storica non profit dell'educazione ambientale italiana. Intorno ad essa via via si è formata una costellazione di attività e strumenti per costruire e diffondere cultura ecologica e sostenibilità.