Covid19. Una lezione anche per le Aree protette, ma soprattutto per i soggetti di gestione, per evitare di tornare al prima Pandemia.

Qualche considerazione sul recente storytelling di sapore “bucolico”, che rischia di fare ombra ai profondi messaggi che dalla cultura e dalla storia dei parchi arrivano sino a noi. Sarebbe bene ascoltare meglio e con una visione più di prospettiva cosa ci suggerisce lo spirito dei parchi, per poter immaginare una fase2 matura della gestione delle aree naturali, seguendo ad esempio le Linee guida di Europarc, l’Enciclica Laudato sì o documenti come la Carta di Fontecchio, invece di mordere solo il freno per ripartire. Ma per andare dove?

I parchi hanno voglia, come tutti i settori del nostro territorio, di ritornare. Ne abbiamo parlato nell’articolo dello scorso 15 aprile, segnalando tante iniziative che dimostrano una indubbia creatività. E tra queste alcune, più di altre, si distinguono per i loro contenuti culturali e di significato più generale quando si rivolgono a favorire le filiere dell’agricoltura locale, quando parlano al mondo dell’educazione etc… Ma monitorando negli ultimi giorni le notizie e le fonti che parlano ancora dei parchi ai tempi del Covid19, manca qualcosa, come se si attendesse arrivare qualcuno per completare la riunione, senza però mai scorgerlo sulla porta della nostra “room” (per usare un gergo tanto in voga in questi ultimi due mesi con l’esplosione delle riunioni “virtuali” online).

La narrazione è infatti ancora tutta intorno al “tornare” o al dimostrare di esistere ancora. Tornare a svolgere un ruolo nel turismo per accogliere i visitatori, anche se sul come, resta un problema non semplice da risolvere, anzi maledettamente complicato. Tornare, ovvero continuare, a svolgere le proprie attività di conservazione, di tutela di ricerca, tra smart working e servizi dei guardiaparco che devono ripensare le loro modalità di lavoro sul terreno in totale sicurezza. Tornare, magari anche un po’ fieri di aver visto tanta di quella natura “di coloro che la proteggono”, riprendersi tanti spazi lasciati liberi dagli umani.

Una narrazione che però non ci convince del tutto, se vogliamo anche un po’ superficiale, che dimentica un elemento: un pensiero che alcuni esperti di parchi italiani che lavorano oggi al loro esterno come il dr. Nino Martino (Ditettore di AIGAE Italia), hanno ricordato in loro interventi ed attività social davvero molto istruttive.  Potremmo arrivare a chiamarlo uno “storytelling bucolico” che risponde al motto “lontani dagli occhi lontani dal cuore”: …cittadini ricordatevi che ci siamo anche noi, anche se non ci siamo più visti. Una modalità di riflettere sull’oggi che non cerca di cogliere tuti gli spunti per riprendere ma con uno sgurado diverso e rinnovato. (per chi vuole sul tema leggete qui il bel articolo del direttore della Rivista Aggiornamento sociali).

E’ un tipo di racconto che ha qualcosa che stona, che sa un po’ d’amaro, specie per chi conosce i fondamenti del senso dei parchi che affonda le sue radici nell’etica della Terra di Aldo Leopold o nei principi rifondati nel 2015 dall’Enciclica Laudato sì di Papa Francesco,

Chi è in contatto con gli insegnamenti della natura, e ci lavora ogni giorno,  dovrebbe infatti soprattutto fare tesoro di quel privilegio che deriva dall’aver acquisto una coscienza ecologica grazie alla sua costante frequentazione, al costante contatto e studio dei suoi cicli come della sua essenza, anche estetica. O così dovrebbe essere. Si dovrebbe, perché in realtà così non sembra essere.

Il messaggio interiore che un luogo dedicato agli equilibri per antonomasia, dove tutte le comunità, comprese le attività umane, tendono a convivere senza disturbarsi (troppo) una con l’altra, è uno spazio fatto molto ed anche di idee, di “visione” su quale sia il posto dell’uomo sulla Terra. Di una Cultura della Natura.

Ecco, i Parchi devono a gran voce affermare che i modelli di crescita che hanno portato il Pianeta ad infrangere il cristallo di protezione che le zoonosi recenti hanno definitivamente abbattuto, devono ora dare “decibel” a quel messaggio interno che la natura che proteggono conserva, e che i loro padri fondatori e migliori interpreti hanno sancito nelle pagine dei manuali, come Uomini e Parchi di Valerio Giacomini per citarne uno tra i più importanti.

Tornare allora? Ma anche no, e piuttosto ritrovarsi invece in una nuova dimensione, con idee che traducano in modo innovativo il ruolo dei parchi del dopo Pandemia, o se vogliamo essere più  precisi nell’era delle Pandemie. Non è bene ritornare alla gestione per proseguire la strada di prima, come nulla fosse. No.

Occorre ripartire, coscienti che quello sguardo al pianeta, dove ecologia ed economia devono trovare la chiave di convivenza, deve essere messo in pratica in un solo modo: cambiando rispetto a prima, per contribuire a far circolare una idea di società con la natura e non di una “Società contro Natura (come ci ricorda Serge Moscovici).

Fare nuove proposte, ecco cosa possono essere i Parchi del dopo Covid, che partono dalle loro profonde radici di unione tra la tutela della della natura e rispetto tra gli uomini: una alleanza tra ecologia e temi della politica sociale che tante correnti di pensiero hanno promosso da decenni (vedasi l’Ecologia sociale).  Ma di quali azioni parliamo dunque, da affiancare con pari diritto al proseguire le ordinarie azioni di conservazione e gestione sostenibile del territorio. Eccone alcune.

Coscienza ecologica. Promuovere una stagione di Cultura dei principi etici della Natura, per consentire ai cittadini di conoscere e di praticare una “coscienza ecocivile”, che ad esempio l’Enciclica Laudato sì ha così lucidamente descritto e sintetizzato: una vera ecologia per essere davvero efficace deve essere “integrale”, e ricomprendere in se le politiche per la natura e le politiche per la persona e per la società. Il principio che San Francesco fondò nel suo cantico, e che è parte di scuole di pensiero, secondo alcuni rivoluzionario, dell’ecologia contemporanea. Corsi, webinar, meeting di ogni tipo, e letture: in una parola formazione e studio della storia del pensiero ecologico legato all’educazione verso una sensibilità eco.

Parchi e Psiche. Sviluppare relazioni di lavoro comuni con le strutture sanitarie legate ai comparti psicologici, per fornire un supporto in merito ai temi dell’importanza della connessione con la natura, ed integrando gli spazi protetti come nuove “sale d’incontro e dialogo ta le persone” ma secondo un percorso guidato è supportato dalle strutture di cura e ricerca della psicologia ambientale.

Parco: l’Ospedale della prevenzione. Terzo, creare un modello di lavoro comune sempre con le strutture sanitarie, ma questa volta legata ai temi della salubrità delle abitudini dello stare in natura, delle attività sportive e di tutto il comparto della prevenzione della salute connessa alle attività outdoor, all’aria aperta. Un fisico sano, perché avvezzo a camminare, a respirare in ambienti di qualità, è un fisico capace di allestire con maggiore capacità sistemi immunitari più efficienti e in generale una buona efficienza dei suoi organi interni. Quelli che se invece infiammati e provati, non riescono ad opporsi agli attacchi esterni, compresi quando quelli virali.

Un Parco buono, da mangiare. Quarto favorire le attività produttive della terra presenti nelle aree protette come quelle nelle loro immediate vicinanze, per curvarle verso attività di produzione agricola in generale sempre più sostenibile o se volete biologica e o biodinamica, o ancora orientate alla importante scuola della Permacultura.  Ma non solo: facilitare le relazioni di filiera tra le produzioni e la commercializzazione locale, per facilitare il consumo delle produzioni locali da parte delle comunità che li vivono. Non sono solo modi per abbattere le emissioni dei trasporti: sono anche la condizione per garantire alle persone di consumare prodotti buoni e sani, oltre che giusti, per parafrasare la visione di Carlin Petrini. Ed anche questo è operare per la salute dei cittadini: dall’alimentazione passa una quota enorme della nostra capacità di vivere in buone condizioni. L’educazione alimentare deve far parte del nuovo modo di vivere con la natura. E qui la rete è colma di spunti, purtroppo da troppi visti come idee di alcuni “vegetariani” o fissati di natura, ma in realtà temute e osteggiate perché in grado di mettere in ginocchio se davvero seguite da tutti la grande holding del commercio degli alimenti. (dai uno sguardo qui con riferimenti anche all’attività del dr. Franco Berrino)

Al parco per capire meglio. Quinto sviluppare, anzi riprendere con forza, i progetti di avvicinamento alla  conoscenza degli effetti fortemente positivi del contatto tra natura e bambini, favorendo la loro crescita non solo in qualità di salute ma come capacità dell’apprendimento. E’ il progetto Equilibri naturali portato in Italia da un altro importante esperto di parchi storico Maurilio Cipparone e che costituisce un altro elenntomfondamnetale: anche dalla nostra qualità di elaborazione e di educazione passa una convivenza tra Uomo e Pianeta. E’ uno degli obiettivi del Millennio e dovremmo ricordarvene ad ogni piè sospinto. Sul tema sono ancora presentive come quelle del CURSA che dovrebbero essere molto più estese.

Sono in buona parte quelle azioni che sono state anche già promosse e suggerite da Europarc, nelle interessantissime linee guida pubblicate nel 2019: un filone di rapporto parchi e salute che sarà, guarda caso, il tema della Giornata europea dei Parchi 2020.

Ma uno sprone a disegnare nuove strade più aggiornate alle politiche dei parchi, nel contempo più vicine alle loro vere destinazioni multiple e integrate tra benessere della natura e benessere delle comunità,  è peraltro un messaggio che recentemente è stato promosso dalle organizzazioni ambientali italiane, purtroppo non così preso in esame e fatto proprio dai soggetti gestori dei Parchi. Mi riferisco all’interessante Carta di Fontecchio, approvata nel 2016 mentre erano in allora in votazione alla Commissione ambiente del Senato le modifiche alla legge quadro 394/91 e nel 25esimo anniversario della stessa legge,  394/91 sui parchi e le aree naturali protette. Come anche i tanti stimoli di approfondimento e lettura che si possono reperire in quelal fucina di lavoro sul pensiero dei parchi che è il gruppo di San Rossore e la sua iniziativa culturale con la collana editoriale sui parchi della Casa editrice ETS di cui abbiamo parlato nell’articolo del 1 aprile.

Un documento quello della Carta di Fontecchio, dai contenuti interessanti ed estesi, frutto di un lungo lavoro avviato durante il convegno Parchi capaci di Futuro, tenutosi nel giugno del 2014 a Fontecchio, che ha impegnato oltre cento tra scienziati e portatori di interesse, presentato a Roma all’Enciclopedia Italiana – Treccani, con la partecipazione delle più importati associazioni ambientali italiane.

L’Europa come sempre sta procedendo in avanti con fatti, e non solo con convegni. E noi? Alcune minoranze affermano principi purtroppo troppo spesso inascoltati dalle istituzioni di gestione, assorbite dalla loro gestione ordinaria e invischiati nelle indispensabili(?) procedure.

Speriamo che in questo guardarsi troppo dentro (certo in parte utile per dare risposte nell’immediato ai problemi contingenti), non si rischi di tornare “al prima”. Sarebbe proprio un vero peccato ed una occasione persa, oltre a riceverci il monito di coloro che fondarono le etiche dell’ambiente. Compreso Papa Bergoglio. Occhio.

Scrive per noi

IPPOLITO OSTELLINO
Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour ; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino. Vive e lavora a Torino, dove è dirigente presso l’Ente di gestione regionale del Parco del Po piemontese.

IPPOLITO OSTELLINO

Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour ; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino. Vive e lavora a Torino, dove è dirigente presso l’Ente di gestione regionale del Parco del Po piemontese.

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