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La tragedia della conoscenza e dell’amore nel Faust di Goethe

| TIZIANA CARENA

Tempo di lettura: 4 minuti

La tragedia della conoscenza e dell’amore nel Faust di Goethe
Scopri la tragedia della conoscenza e dell’amore nel Faust di Goethe. Al Teatro Astra di Torino è andata in scena il Faust di Goethe. Chi è Faust se non l’essere umano di fronte alla propria ansia di infinito?

Faust

di Leonardo Manzan e Rocco Placidi, Teatro Astra Torino 25 febbraio – 2 marzo 2025 della serie “Fantasmi” (stagione teatrale 2024-2025)

regia di Leonardo Manzan, con Alessandro Bandini, Aessandro Bay Rossi, Chiara Ferrara, Paola Giannini, Jozef Gjura, Beatrice Verzotti

Dall’introduzione di Cesare Cases al Faust di Goethe:

“La tragedia della conoscenza e la tragedia dell’amore.“ In questa tragedia, quando un giorno apparirà in forma compiuta, sarà esposto lo spirito dell’intera storia universale; sarà una verace immagine della vita dell’umanità, abbracciante il passato, il presente e il futuro. In Faust è idealizzata l’umanità”

Così lo storico Heinrich Luden, colloquiando con Goethe nel 1806.

…una lunga tavola per conferenze con sei posti per i relatori. Alle loro spalle il sipario color fucsia è abbassato. Un solo posto è occupato al tavolo. In alto a sinistra: un fax rilascia lentamente, ma costantemente, fogli stampati che coprono tutto il lungo tavolo. C’è da mettere in scena il Faust di Goethe……funzionerà? chiedono i conferenzieri al pubblico entrando a prendere posto. Ma pare che qualche cosa non funzioni: “sentite?” “chi sta parlando con la mia voce?” “Che cosa sto dicendo?”

Un dialogo straniante in luogo del prologo? Non solo: è una rilettura del Prologo in teatro del Faust di Goethe; siamo qui, in platea, per vedere e sentire la storia del celebre mago tedesco, vissuto tra il 1480 e il 1540, che ha venduto l’anima al diavolo in cambio della….felicità; egli l’ha cercata nella filosofia, nella medicina, nella teologia, nell’alchimia e, infine, nella magia. Quindi ha evocato il diavolo, colui che esaudisce tutti i desideri. E il desiderio di felicità è fortissimo nel dottor Faust.

Che cos’è la felicità? E perché cercarla nella vicenda di Faust chiedono i conferenzieri. Chi era Faust? “Un ragazzo che aveva ambizioni grandissime, un artista molto triste.” Certo, come non definire artista un alchimista, come non dire che ha ambizioni grandissime che intima, secondo il racconto di Goethe, sia pure in punto di morte, all’attimo fuggente: “Sei così bello, fermati! Le età non potranno cancellare l’orma dei miei giorni sulla terra. Presentendo una così grande gioia io ora gusto l’istante supremo!”

Le luci si abbassano, compare una figura ambigua e tutti i conferenzieri fuggono: è Mefistofele, un diavolo, in forma di donna vestita da uomo: “Tu sai che è impossibile la felicità, ma il desiderio è necessario!” Eppure nessuno più crede al diavolo! Ma ognuno crede al proprio desiderio: per questo banconote fluiscono sul tavolo dei conferenzieri in cambio delle lodi più contraddittorie tributate al capolavoro di Goethe.

Banconote: vie di morte che si diffondono sull’aria di una vecchia musica degli anni sessanta del secolo scorso. L’amore, l’amore celebrato da poeti e da canzonettisti! Il denaro che è potere e dona gioia e felicità. Il paradosso giunge, così, al suo massimo: bellezza, intelletto, sapere sembrano manifestarsi come esseri bicipiti. La confusione è massima! E il diavolo propompe: “Guarda un po’ se il diavolo deve insegnare al mondo che cos’è l’amore!”

A non voler ascoltare Mefistofele, occorrono idee e i conferenzieri si trasformano in lampade, in paralumi, ogni idea si accende, per poi spegnersi: il sapere è effimero come il piacere che si spegne in un lampo.

Usciamo dal sapere, ricorriamo ai moduli più consueti della comunicazione sociale! E i conferenzieri si fanno alfieri del “politicamente corretto”, anch’esso ridotto al silenzio dalla dissonanza cognitivo-emotiva che prende la scena e che si esprime in una perentoria, demitizzante, affermazione: Faust usa Mefistofele per giustificare le proprie azioni. Faust e Mefistofele viaggiano sempre insieme su di un sidecar; ma quando si muove da solo, Mefistofele usa un triciclo da bimbo: il regno di questo mondo è il regno del fanciullo eracliteo di cui parla Nietzsche che costruisce e decostruisce forme sempre nuove e sempre vecchie.  

Quali sono le forme “giuste”? Che cosa è “giusto”? Quello che pubblico e conferenzieri reputano “giusto”? Faust è la misura suprema del giusto, del bello, del piacere. Protagora di Abdera è pronto a risorgere: “L’uomo è misura di tutte le cose”. Ma l’uomo è…. Ogni singolo con il proprio carico di desideri e di aspirazioni.

Chi è Faust se non l’essere umano di fronte alla propria ansia di infinito e all’orrore per la propria natura effimera? Faust è … chiunque.

Il prologo è finito, proclamano i conferenzieri sulla scena: Faust va dimenticato! Non è il caso di parlarne più. Dimenticare Faust è dimenticare l’attrattiva del male e, con essa, anche l’attrattiva del bene. Al di là (o al di qua?) del bene e del male. È il tramonto di ogni misura. Mefistofele infatti, non può che dire di sé stesso: “Io sono un’idea superata”. Nondimeno, “il desiderio è necessario!” Se il desiderio è necessario, ritornano il bene (come prospettiva di soddisfacimento del desiderio) e il male (come desiderio insoddisfatto). Tutte le carte vengono spazzate via dal tavolo dai conferenzieri che imbracciano grossi aspirapolveri.

In fondo, l’intera vicenda di Faust era soltanto un prologo. Un prologo di che cosa? Né più né meno che della vita di un essere effimero come tutti gli altri esseri viventi, ma con la maledizione, comune all’intera specie umana, di costruire obiettivi fuori della sua misura grazie al sapere, all’intelletto, alla scienza. “Forse l’umanità è matura per il Giudizio Universale”, afferma Mefistofele.

Lo spettacolo frastorna: esso mette di fronte alla vertigine dell’infinito del desiderio mai soddisfatto, alla delusione nella ricerca della felicità, all’incommensurabilità dei mezzi dell’intelletto rispetto agli obiettivi vitali. Lo spettacolo rispecchia come paradosso la vita contemporanea; un paradosso che ha una sua struttura fondamentale di natura sociale: ha scritto Georg Simmel che nel denaro si raccoglie il sentimento della possibilità che diventa un fine in sé stesso; si tratta di una scatola vuota, di un foglio bianco per la quale si manda in rovina il reale, l’umano, il limitato, l’effimero, l’unica dimensione vitale data.

Qui è il patto fatale di Faust con sé stesso in forma di Mefistofele, il patto che, alla fine del tempo, mostra soltanto una scatola vuota tra le rovine di tutte le illusioni e la solitudine dell’essere umano. Si dice nello spettacolo: “Il teatro è diventato il posto perfetto per un comizio, una lezione o una conferenza”….. niente di più vero, in quanto la rappresentazione non è più un momento del falso -si direbbe, parafrasando Débord.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.