(Nell’immagine di apertura, Hiroshima)
In La politica come professione Max Weber ha scritto: “Lo Stato è quella comunità umana che nei limiti di un determinato territorio – questo elemento del “territorio” è caratteristico- esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima.” (M. Weber, La politica come professione in Id. Il lavoro intellettuale come professione, tr. it. di Antonio Giolitti, Einaudi, Torino, 1983, p. 48). Era il 1918: la Prima guerra mondiale si era conclusa con la sconfitta degli Imperi centrali (Impero asburgico, Secondo Reich germanico).
La Seconda guerra mondiale ha dilatato la territorialità degli Stati vincitori: l’Europa è stata suddivisa in una sfera di influenza statunitense e in una sfera di influenza russa. Gli Usa erano in possesso dell’arma atomica dal 1944, la Russia si doterà dell’arma atomica nel 1949: la fase storica 1945-1991 sarà caratterizzata dall’equilibrio del terrore atomico attraversato da guerre di aggressione statunitensi (di cui le più note sono la guerra di Corea, 1950-1953 e la guerra del Vietnam, durata dal 1961 al 1975).
L’era delle Superpotenze
Era tramontata la forza dei “piccoli Stati”, era sorta l’èra delle “superpotenze”. Per quanto fosse stata ricostruita immediatamente la Società delle nazioni, naufragata nel 1939 con l’inizio della Seconda guerra mondiale, con la nuova denominazione di Organizzazione delle Nazioni unite essa presentava lo stesso deficit della Società delle nazioni: nessuna cessione di sovranità da parte degli Stati componenti; anzi, com’è noto, il potere di veto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, ovvero il potere che i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, i cinque vincitori della Seconda guerra mondiale (Cina, Francia, Russia, Regno unito e Stati uniti), hanno di bloccare (ponendo il veto) qualsiasi risoluzione “sostanziale” è una conferma del potere sovrano, in ambito internazionale, che questi Stati possiedono.
In altri termini, la definizione weberiana dello Stato, dunque, è ancora attuale, anche se i complessi statuali sono ben più estesi, soprattutto come aree di influenza, rispetto a quello che erano nel 1918. A esempio, di fatto, fa parte della territorialità degli Stati uniti l’intera area dei Paesi della Nato. Un’affermazione certamente forte, ma incontestabile: quanti Paesi della Nato hanno mai espresso una linea diplomatica opposta o, semplicemente diversa da quella dello “Stato-guida”? Nessuno.
Europa, cinquantunesima stella degli Usa
Con la fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati europei non sono stati presidiati soltanto militarmente, ma sono stati interamente permeati dalla finanza nord-americana per potersi ricostruire; sono stati rafforzati secondo una logica di “muro contro muro” rispetto alla Russia sovietica.
Va ricordato che, per l’Europa, nel biennio 1944-1945, si poneva, nell’essenziale, un trilemma: o un’Europa russa, o un’Europa tedesca, o un’Europa statunitense. Dal 1945 al 1991 l’Europa è stata divisa in sfera egemonica statunitense e sfera egemonica russa. Dopo il 1991 le postazioni della Nato sono state spostate sempre più a Est.
Fin qui non abbiamo utilizzato la parola “diritto”. Su questa parola è il caso di riflettere partendo dal più ordinario senso comune. Che cos’è un “diritto”? Esso è “la tecnica della coesistenza umana, cioè la tecnica diretta a rendere possibile la coesistenza degli uomini” si legge nel Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano.
Una tecnica che si articola in un insieme di regole volte a disciplinare il comportamento intersoggettivo, regole che hanno un fondamento positivo (cioè oggettivamente riconosciuto e rispettato perché ritenuto fondato su un diritto naturale eterno, immutabile e necessario), oppure basato su un fondamento morale, oppure su un fondamento derivante dalla forza e quindi derivato da una realtà storica “politicamente organizzata”, o, infine, una mera tecnica sociale.
Senza la forza mecessaria per affermare il diritto
Comunque si intenda il diritto, esso necessita di una forza che lo attui, cioè che lo concretizzi. Questa forza deriva dal consenso collettivo maggioritario, attivo o passivo, alle azioni di attuazione del diritto compiute da una minoranza organizzata, cioè da una classe politica. Questa logica, modellata sulla realtà di uno Stato sovrano, trasposta al problema dell’interazione fra Stati sovrani, fallisce fin dal suo esordio; uno Stato nasce dalla cessione di sovranità da parte delle realtà “sub-statali”. Né la Società delle nazioni, né l’Onu sono nate da una cessione di sovranità e non mettono capo, quindi, a un potere esecutivo mondiale in grado di dirimere le controversie fra gli Stati come, sia pur molto imperfettamente, è in grado di fare uno Stato sovrano al proprio interno.
Se “natura di cose non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che son tali, indi tali e non altre nascon le cose” (G. B. Vico, Principi di Scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni, Id., Opere, a cura di A. Battistini, Mondadori, Milano, 2007, p. 500, capoverso 147), non c’è da stupire della concreta irrilevanza delle organizzazioni internazionali che dovrebbero dare esecuzione ai diritti dell’uomo dichiarati nel 1948. Esse non possiedono alcun concreto potere esecutivo. Sicché la parola passa, regolarmente o alla mediazione diplomatica che non avviene mai tra uguali, oppure al confronto armato. Non si tratta di una parola orientata ad affermare i diritti dell’uomo. Non sono i diritti dell’uomo il motore concreto della politica.
Il sopruso è giustificato quando è vittorioso
Sia la vicenda dell’aggressione russa all’Ucraina, sia l’attacco del 7 ottobre 2023, sia la vicenda degli eccidi di Gaza, sia l’attacco israeliano e statunitense all’Iran obbediscono a logiche nelle quali, per capovolgere il principio basilare dell’etica di Kant, l’essere umano è strumento di altri esseri umani. Lo è come aggredito da una potenza straniera, come bersaglio di un’azione di guerriglia (7 ottobre 2023), lo è come ostaggio (gli ostaggi catturati da Hamas e sui quali si mercanteggia), lo è come bersaglio dell’esercito israeliano (si spara su gente affamata, ridotta alla disperazione), lo è quando si cerca di espellere una popolazione dal suo territorio (già con il lasciare mano libera ai coloni israeliani), lo è quando si attacca uno Stato perché si presume che stia sviluppando armi atomiche che chi li attacca ha già, peraltro.
Non si tratta di prendere posizione tra i due o più contendenti; si tratta di riconoscere la funzione servente del diritto e dell’ideologia, buoni, entrambi, a giustificare il sopruso quando esso è vittorioso, in una sorta di parodia della filosofia hegeliana della storia, nella quale il vincitore vince perché ha con sé l’Assoluto.
Il tribunale morale dell’opinione pubblica sonnecchia

Un passo verso una critica razionale dell’esistente è riconoscere le cose com’esse sono e respingere come inidonea qualsiasi interpretazione religiosa, ideale, morale dello stato delle cose. A meno di non voler dimostrare ai bambini e alle bambine di Gaza che stanno morendo per il trionfo del Bene o agli ostaggi uccisi da Hamas che sono caduti militando per il bene che tutto va…bene.
Ammettiamo di aver bandito ogni interpretazione consolatoria e fantastica del presente, ammettiamo che tutti noi ci convinciamo che l’attacco a Gaza è soltanto una vecchia questione imperialistica che ritorna, in cui l’estremismo nazionalista è usato da razionali pianificatori economico-militari estranei al territorio e ai suoi drammi; ammettiamo anche che riconosciamo che l’attacco all’Iran è un atto della strategia di controllo della questione petrolifera – nella quale l’Iran è un problema. Avremmo l’“arido vero” leopardiano, vero, ma arido, arido, ma vero.
Debolissima è l’opinione pubblica internazionale che, spesso, viene evocata come una sorta di tribunale morale: attualmente il tribunale sonnecchia – aliquando dormitat Homerus, si potrebbe dire – e di certo non esercita una pressione significativa. A differenza che al tempo della guerra nel Vietnam l’indignazione universale non si è mossa, forse per la semplice ragione che nel 1965 il trauma dei campi di sterminio era relativamente recente, l’”esperimento” di Hiroshima e di Nagasaki anche, la dichiarazione dei diritti dell’uomo risaliva a meno di vent’anni prima. Chiunque mettesse a confronto le motivazioni ostentate per la guerra al nazifascismo e la dichiarazione dei diritti dell’uomo con la bambina data alle fiamme in Vietnam o con il generoso trattamento del territorio del Sud-Est asiatico con la diossina non poteva non essere sconcertato. Lo sconcerto dominava le manifestazioni di allora contro la guerra.
Un cuore indurito, come per i becchini
A sessant’anni o poco meno di distanza, nei limiti in cui si può parlare di opinione pubblica internazionale, di essa non si può non dire che quello che dei becchini dice Orazio: “l’abitudine ha indurito loro il cuore” (W. Shakespeare, Amleto, atto V scena I). Durezza di cuore per durezza di cuore, è molto più promettente la durezza di chi indaga le radici geoeconomiche della guerra e riscopre nelle dinamiche dell’economia capitalistica come basi delle guerre e come nucleo fondante dei trattati di pace. Tutte le proposte più acute in merito sono partite dalla tentata soluzione del problema della ripartizione ugualitaria dell’accesso ai beni (Otto Neurath, Pianificazione internazionale della libertà, 1942, tr. it. Istiuto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro-WEEC Network ETS, Torino, 2010) e dall’integrazione settoriale delle produzioni (David Mitrany, Le basi pratiche della pace, 1943, rist. CET, Firenze, 2013).
Ma, al di là del progetto relativamente utopico, il problema si ripropone su scala mondiale: quale forza è in grado di assicurare la ripartizione ugualitaria dell’accesso ai beni? Quale forza è in grado di assicurare la corretta integrazione dei settori produttivi su scala mondiale? Analogo il problema di come fronteggiare la crisi climatica: quale forza è in grado di garantire il rispetto delle norme scientifiche che possono limitare i danni inferti alla biosfera?
Il problema era già stato posto da Platone nella Repubblica: se il filosofo che contempla le idee e l’esemplare della Giustizia e che coglie il Bene, non è anche legislatore e non dispone della forza (i “guardiani”) per attuare la Giustizia la pòlis che “è nei cieli” continuerà a restare nei cieli.
Nessuna forza storica o metastorica fa combaciare “essere” e “dover essere”
Hegel aveva immaginato che “nel tempo il vero si fa effetto”. Ma noi veniamo dopo due guerre mondiali, una “guerra fredda” e oltre un trentennio di guerre e di atrocità. Sappiamo che nessuna forza “storica” o “metastorica” fa combaciare “essere” e “dover essere”.
Adorno ha scritto, a suo tempo, “dopo Auschwitz scrivere una poesia è una barbarie”; oggi Franco Berardi si pone l’interrogativo: come e perché pensare dopo Gaza? “Ciò che accade nel presente – il genocidio eretto a nuova regola della storia, lo scatenarsi della demenza aggressiva in ogni nicchia delle relazioni sociali – è molto peggio di quel che accadde in Germania nel 1933, perché ora è definitivo e incontrastato, e perché nel futuro non ci sarà nessuna Stalingrado. Per questo pensare è tremendo, ma indispensabile.” (Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la determinazione dell’umano, Timeo, Roma, p. 8). Indispensabile per “rispetto di sé”, naturalmente, che è una questione di confronto con sé stessi, di virtù.
La virtù non può fare altro che confrontarsi con il corso del mondo. Ma il corso del mondo si snoda tra lotte per l’acquisizione di terre rare, di fonti energetiche, di controllo dei mercati e non è, attualmente, soggetto al governo di nessuno.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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